Esistono band che invecchiano. Esistono band che si preservano nell’ambra come insetti preistorici, splendidi e morti. E poi esistono i Neurosis, che non invecchiano e non si preservano: mutano. Si squarciano, si richiudono, tornano con facce diverse e lo stesso cuore nero che pulsa da qualche parte sotto tonnellate di riverbero e sludge ancestrale. “An Undying Love for a Burning World”, dodicesimo album in studio, primo da un decennio, uscito il 20 marzo 2026 senza preavviso come un terremoto che non dà tempo di correre verso i muri portanti, è il documento sonoro di una resurrezione che nessuno si aspettava davvero.Prima di parlare della musica bisogna parlare di ciò che la precede, perché il contesto qui non è contorno: è parte integrante del significato dell’opera. Nel 2022, Scott Kelly voce storica, colonna, metà del volto pubblico della band ammette pubblicamente di aver abusato fisicamente, verbalmente ed economicamente della moglie e dei figli.
Il comunicato dei Neurosis è lapidario: disgusto, delusione, e la rivelazione che Kelly aveva già lasciato il gruppo nel 2019. Per un attimo anzi, per qualche anno il silenzio che seguì sembrava definitivo. Jason Roeder aveva annunciato il ritiro dalla musica agli inizi del 2025. Steve Von Till si era concentrato su progetti solisti e su un lavoro umanitario con le comunità native americane. Era finita. O almeno così pareva.
E invece no. Dietro le quinte, il quartetto superstite trovava il tassello mancante nell’unico posto dove, a pensarci bene, aveva senso cercarlo: Aaron Turner. Ex frontman degli Isis, una delle band che più dichiaratamente deve la propria esistenza ai Neurosis, oggi guida i brutali Sumac. L’ingresso di Turner nella band è così ovvio da risultare sospetto: Von Till stesso ha ammesso che la prima reazione del gruppo fu «è troppo ovvio, non può essere giusto. E non sentiremo mai la fine delle battute su Neur-Isis».
Poi Roeder è rientrato nei ranghi. Tre fine settimana di registrazione allo Studio Litho di Seattle nell’inverno 2025, tre giorni di mix, e il mondo si è ritrovato con un nuovo disco dei Neurosis scaricato in testa come un macigno.
Parlare dei Neurosis esulando dalla loro storia è come descrivere il mare senza menzionare la profondità. Nati a Oakland oltre quarant’anni fa erano inizialmente qualcosa di simile ai Black Flag, un hardcore grezzo e rabbioso. La metamorfosi comincia agli inizi degli anni Novanta, quando assorbono lo sludge lancinante degli Swans e la rabbia di Diamanda Galás, fino a perfezionare il proprio linguaggio apocalittico su “Through Silver in Blood” (1996): minimalismi alla Philip Glass distorti allo sfiguramento; atmosfere da Floyd dell’abisso grazie alle tastiere di Noah Landis; il basso di Dave Edwardson come una crepa nel pavimento della terra.
“Times of Grace” (1999) temperò quella furia in qualcosa di più umano, più sofferto. Gli album successivi esplorarono territori maggiormente vicini al silenzio e sfumati; “Fires Within Fires” (2016), l’ultimo con Kelly, sonava quasi come un atto di resa alla serenità. Quasi.
Su “An Undying Love for a Burning World” non c’è nessuna resa. C’è qualcosa di molto più interessante: c’è la consapevolezza di chi ha attraversato il fuoco letteralmente, metaforicamente, esistenzialmente e ha scelto di non spegnersi.
L’album apre con “We Are Torn Wide Open” e Von Till che urla «We’ve forgotten how to live, so we suffer» un cogito ergo sum per l’era degli schermi, una dichiarazione di principio che nei minuti successivi viene scolpita in granito da riff che non fanno sconti a nessuno. L’ingresso di Turner è una forza tellurica: la sua voce più abrasiva, più scomposta di quella di Von Till, perfettamente complementare e la sua chitarra portano una psichedelia dentata che richiama certi momenti degli Isis di Oceanic ma filtrata attraverso la crudezza dei Sumac.
“Mirror Deep” è il pezzo che ti segue per giorni: un riff che colpisce ed esplode a ogni misura, Von Till che canta «Our minds are mirror deep» mentre Landis costruisce rumore fragile intorno alle sue urla.
“First Red Rays” e “Untethered” con «the hive has lost its fucking mind» sono dichiarazioni politiche fatte di lava. “In the Waiting Hours” e “Last Light”, i due pezzi conclusivi, scivolano in quel territorio di bellezza crepuscolare che i Neurosis conoscono come il proprio cortile di casa: monumentali, lenti, interni come una preghiera detta sottovoce mentre tutto brucia fuori dalla finestra.
Il confronto con il passato è inevitabile e in questo caso è anche il più generoso che si possa fare. The Quietus ha scritto che il disco ha la qualità di brace fumante di “A Sun That Never Sets” (2001), con un morso e una psichedelia tutta suoi. È un paragone onorevole e sostanzialmente corretto: come quell’album, “An Undying Love…” non concede rifugio, ma offre qualcosa di meglio, offre salvezza attraverso il caos.
Rispetto agli episodi più minimalisti come “Honor Found in Decay” (2012), qui la densità sonora è tornata ai livelli di “Through Silver in Blood”, ma con una maturità compositiva che nel 1996 i Neurosis non potevano ancora avere. E rispetto a “Fires Within Fires”, questo album sa che il conforto è una bugia e lo dice a voce alta.
La vera differenza e la vera scommessa è Turner.
Non è Scott Kelly.
Non vuole essere Scott Kelly.
Il suo approccio alla chitarra è più caotico, più avventuroso, meno dipendente dalla linearità ritmica che caratterizzava il predecessore. Le sue vocalità aggiungono un registro che la band non aveva mai avuto: dove Von Till tende al lamento profetico, Turner urla come qualcuno che ha ancora qualcosa da perdere. L’alchimia funziona perché Turner non è un rimpiazzo: è una mutazione. E i Neurosis, lo abbiamo detto, mutano.
Metacritic certifica il plebiscito critico con un 91 su 100 di acclamazione universale. Ma i numeri contano poco, qui. Quello che conta è che un gruppo che aveva ogni ragione per essere morto artisticamente, moralmente, praticamente ha scelto di tornare con il disco più urgente, più necessario e forse più bello degli ultimi quindici anni della propria carriera. «We need this, perhaps more than ever» dice il comunicato stampa. Hanno ragione.
