-Da dove trai ispirazione?
Dalle crepe dentro e dopo ogni cosa. È lì che imparo a camminare. (Pelle Åhman)
Ho iniziato le ricerche per questo mio pezzo sugli In Solitude, come ogni volta, partendo da una domanda specifica. Nel loro caso la domanda è questa: perché si sono sciolti sul più bello? Subito dopo il successo di “Sister”, la piccola parte di mondo che si era innamorata di loro, non si sarebbe mai aspettata di dover salutare già un gruppo che sembrava promettere grandi cose. A rivangare le dichiarazioni dei vari membri, durante la fase promozionale nei mesi del 2013, appare evidente che questa scelta di chiuderla lì non fosse in programma e che in fin dei conti, come io sospetto, deve aver suscitato sorpresa anche tra gli stessi In Solitude.Per chi non conoscesse il disco “Sister”, non vi aspettate chissà quale capolavoro. Per me è un grande album, ma dal punto di vista di un uomo di 47 anni (più o meno), che ascolta metal dal 1990 e che non riesce davvero a entusiasmarsi sul serio per qualcosa da una quindicina d’anni.
In effetti, ora che ci penso, l’ultimo periodo in cui davvero provai un certo interesse per ciò che accade nel genere, fu il periodo 2011-2013, ma non lo vissi come se stessi attraversando un momento speciale e probabilmente nemmeno chi mi legge (e ha su per giù la mia età) ricorderà di aver abbracciato con chissà quale euforia quel biennio.
Eppure, a riguardare oggi le uscite di allora e mettere insieme un po’ di puntini, mi è evidente che in quei due anni accaddero cose notevoli.
Mentre io avviavo il blog e non perdevo occasione per lagnarmi di come il metal mi apparisse ormai stanco e ripetitivo, uscivano sotto il mio grosso naso: i primi dischi dei Ghost, dei Tribulation, i migliori album degli Eclipse, i primi dei Blood Ceremony, dei Devil’s Blood e tutta la schiera di band occult rock/metal che la macchina commerciale avrebbe poi decuplicato fino all’intaso.
Magari per chi legge, tutta questa che ho citato sopra è robetta (“e i Ghost non sono neanche metal” dirà), ma per me oggi appare come un momento fertile, decisamente ricco ed entusiasmante. Sul perché non mi entusiasmai allora e lo faccio adesso, beh, credo rientri nei misteri dell’andropausa.
Negli anni recenti, a riascoltare certi brani o interi album, questo insieme di gruppi e dischi, per me guadagna potere e fascino, anziché perderne.
Ovvio che più ci si allontana dal ventennio magico del metal (1980-2000) e meno siamo d’accordo sui mostri sacri e sulle fetecchie, però sappiate come la penso io, prima di continuare a leggere. Quello fu un piccolo rinascimento svedese e in parte finnico. E a stento me lo godetti come dimostrano i miei articoli di allora.
Sì, scrissi molto bene dei Dreams Of Monsters, il primo e unico album dei Beastmilk, feci una gustosa retrospettiva sugli americani Bloody Hammers, e qieste cose attestano che un po’ me la spassai, ma anche la sfilza di stroncature e sfoghi contro i “grandi” e le loro loffie uscite dei primi anni dieci quanto tempo ed energie sprecate furono? E i pezzi alla non sto più nella pelle su Skeletonwitch, Barn Burner e Black Tusk? Ma per favore. Essi mi svelano senza pietà quanto fossi scemo a perdere tempo appresso a gente bollita o a puntare col mio fiuto infallibile su nomi che nessuno, a ragione, si ricorda più.
Comunque, in quei due anni esplosero e appassirono nel giro di pochissimo anche gli In Solitude.
-Come descriveresti l’album “Sister”, in sole 2 parole?
“Cambiare idea”. (Pelle Åhman)
Mi accorsi di “Sister” quando il gruppo già non c’era più da qualche mese e, chissà perché percepii l’album, dalla copertina e dall’atmosfera iniziale, come l’esplosione creativa di una band black metal ormai stufa di zanzare e satanassi.
Invece, facendo a ritroso il loro breve cammino discografico, mi sono accorto che erano più che altro, dei prototipi, (per quanto sia buffo usare tale termine a riguardo) delle successive band “traditional heavy metal” che avrebbero intasato il mercato a maggio-giugno del 2021.
Gli In Solitude nacquero come una imitazione abbastanza spinta dei primi Mercyful Fate. Va detto che misteriosamente, dall’inizio degli anni dieci, uscirono come funghi venefici e un po’ deformi, diverse giovani band con l’impronta del gruppo danese; soprattutto per quanto riguarda i vocalizzi.
Mentre però tipi come i Portrait o i tedeschi Attic avevano (e hanno) cantanti capaci di bissare le altezze “falsettose” del Re Diamante, Pelle Åhman degli In Solitude puntava da subito sul registro pieno e melodrammatico del King, traendone la costola laringoiatrica di quello che poi sarebbe diventato il suo stile personale e ben definito.
Il primo disco degli In Solitude uscì nel 2008 (stesso anno dell’esordio degli Enforcer e dei Portrait). Qualcuno già allora battezzò questa recrudescenza svedese come “retro-heavy metal”, facendo inorridire i componenti dei tre gruppi tirati in ballo, i quali non avevano dedicato i propri sforzi alla celebrazione di un passato ormai compiuto, per non dire morto. Erano lì per “celebrarne il futuro”.
Per tutti loro, e Pelle degli In Solitude ha spiegato questa cosa meglio degli altri, fu “una necessità primaria”: usarono la lingua dei padri per iniziare a parlare anche loro, come qualsiasi neonato apprende quella dei propri genitori e maestri. Da lì iniziarono a cercare un modo, pur usando quel lessico ben consolidato, per dire davvero la propria.
Certo, sia gli Enforcer che i Portrait non si sono scostati poi molto, negli anni, da quell’incipit “tradizionalista”; nel caso degli In Solitude però successe qualcosa di simile a ciò che capitò ai Morbus Chron e i Tribulation. Partirono dalla vecchia scuola e poi maturarono una visione molto più personale e liberatoria.
Per quanto il secondo album degli In Solitude, il buonissimo “The World. The Flesh. The Devil.”, si muovesse ancora in un ambito classico, già tra quelle spirali melodiche e le architetture verticalmente metalliche, stava franando qualcosa che poi avrebbe liberato un demone tutto nuovo nel successivo “Sister”.
E quel demone, come ho capito di recente, ha a che fare con l’ingresso nel gruppo di un certo Henrik Palm.
Questo ragazzo dal volto di bambolotto, introdusse elementi post-punk e più violenti nella matrice cavalleresca degli In Solitude, trasformando l’approccio canoro di Pelle, da King Diamond amletico, a qualcosa di più vicino a Echo & The Bunnyman, Christian Death e altre bizzarre e isterighe megere mortiferal-rock di inizio anni 80.
Lo riconosco, la commistione di Mercyful Fate + post punk è un modo grossolano e insufficiente per spiegare cosa cambiò negli In Solitude dal 2012 al 2013. La verità è che “Sister” è un album piuttosto originale dove potete aspettarvi di tutto. C’è la sfrontatezza e asperità irregolare dei gruppi black metal icon smanie “avantguardiste”, mescolata alla rocciosa stabilità dell’heavy tradizionale.
“Anche la scelta di un suono più asciutto, più secco, ha reso la portata di quei brani molto più pesanti. È nell’asprezza e non nella grassezza del sound delle chitarre che si raggiunge un autentico impatto sonoro” – (Pelle Åhman).
Ha ragione. Non ci avevo mai pensato. Se ci riflettete, le chitarre ricche di bassi e di medi, molto distorte, sono morbide come giganteschi peluche. Molte band death metal odierne mi fanno pensare più a una violenza perpetrata con delle coltri e non dei veri corpi contundenti. Si tratta di una guerra tra cuscini, il death metal di oggi, per la maggior parte. Immagino che questa svolta in “Sister” sia stata incoraggiata, non solo dal genio di Henrik Palm ma anche dalla frequentazione con gli asprigni e furenti Watain.
Siamo stati molto insieme per gran parte di quel periodo. Non abbiamo ascoltato molto i dischi dell’altro, essendo in due punti diversi dello stesso studio di registrazione, ma ci incontravamo intorno al fuoco ogni sera e parlavamo di quello che vedevamo e vivevamo. In futuro, penserò sempre a “The Wild Hunt” e a “Sister” insieme. (Pelle Åhman)
Bisognerebbe esplorare l’influenza che il leader di questo gruppo, Erik Danielsson, un “personaggione” della scena svedese di inizio secolo, ha esercitato sulle giovani band che gli giravano attorno tra il 2008 e il 2011; in particolare il disco “Lawless Darkness” del 2010, ispiratore ideale per una nuova attitudine filosofica e tematica all’occulto e alle filosofie sataniche. Gli In Solitude con Pelle, poeta randagio e boschivo ha preso la via intimista ed evoluta della mano sinistra, un po’ come un Rainer Maria Rilke all’uovo sodo; Tobias Forge invece è il baracconesco ideatore di uno spettacolo sfrontatamente pop e accessibile: Satana che va a Las Vegas o se volete lo stile Randall Flagg.
Il satanismo dei Watain + la poeticità apocalittica delle vecchie band inglesi. Se volete un nome dalla vecchia Inghilterra a cui ricollegarsi come influenza, vi accontento subito: avete mai sentito parlare degli Swans? Non ne sapete nulla? Allora, credo sia ora che vi ci avviciniate a loro, ma facendo molta attenzione a non ferirvi.

Per me gli Swans sono una vera rivelazione. Ho scoperto questa band circa quattro anni fa e sono rimasto completamente colpito dalla semplicità del loro sound e dalla capacità che hanno di concentrarsi su elementi primordiali: l’intera immagine e i fondamenti della band si basano sull’utilizzo di qualcosa di estremamente primordiale e apparentemente semplice, ma più lo si studia, più esso si rivela per qualcosa di molto complesso. Sono rimasto sbalordito dal modo in cui riescono a maneggiare la materia. Credo che l’ispirazione ci sia venuta dalla loro visione, perché abbiamo molte cose in comune con il loro modo di fare musica, per quanto siano estremamente diversi da noi. Per me è una delle esperienze musicali più potenti che abbia mai ascoltato, soprattutto dal vivo. (Pelle Åhman)
Mi sono imbattuto negli Swans durante la preparazione del mio specialone cartaceo dedicato ai Cathedral di “Forest Of Equilibrium”. In quel caso Michael Gira fu chiamato in causa da Lee Dorrian perché l’aveva ispirato nella scrittura dei primi testi. C’era un elemento di sofferenza profonda nell’esordio dei Cathedral che poi si è perso già nel secondo album: la band inglese inflisse dolore vero al proprio pubblico, almeno all’inizio.
Nel caso degli In Solitude la riflessione è tutta sull’approccio magico delle canzoni degli Swans. C’è una specie di ritualità nella struttura circolare che è misterica e minacciosa, che in brani come “He Comes” degli In Solitude si riconosce simile. Certo, un qualsiasi pezzo del gruppo di Gira, specie quelli della prima fase, è nel migliore dei casi un lungo e claudicante cammino nel tunnel di una fogna, la cui luce sul fondo è solo una vecchia torcia sul punto di spegnersi per sempre. Non so come dirlo meglio.
Quindi gli Swans sono faticosi e ferali per l’anima di chi li ascolta, mentre gli In Solitude di “Sister” hanno un approccio più controllato e leggero, come un uccello rapace che fa poltiglie di un cucciolo lasciato solo dalla mamma.
Parlo con insistenza di Henrik Palm perché il grande cambiamento degli In Solitude avvenne proprio dopo che arrivò lui. Erano passati alcuni anni dal debutto discografico e sicuramente qualcosa era cambiato in tutta la band, ma trovo che il contributo di Palm sia stato decisivo. Pelle e suo fratello, il bassista Gottfrid Åhman, erano già molto talentuosi e in gran parte decisivi per l’evoluzione degli In Solitude, ma abbiate pazienza, basta sentire cosa fecero successivamente, da soli, per accorgersi di come la propulsione creativa più gagliarda, nella miscela della band, appartenesse a chi dico io.
Si nota la stessa spinta di Palm anche nel terzo disco dei Ghost, “Meliora”, al quale sempre lui, Heinrik il pacioccone travestito da Ghoul, contribuì parecchio; fino a costringere Tobias Forge a riconoscerlo nei credits, cosa non scontata, credetemi.
(Presto tornerò sull’argomento Ghost ed ex amici dei Ghost).
La carriera solista di Palm, che dal 2016 è iniziata in sordina con l’album “Many Days” ed è proseguita fino a oggi totalizzando tre uscite ufficiali, mostra quanto il suo grande talento, per dare il meglio, abbia però bisogno di una struttura solida intorno. Se lasciato libero di esprimersi, anche toccando momenti di grande suggestione, sfarfalla abbastanza verso il tutto e il nulla.
I fratelli Åhman si sono rivelati anche più estremi e inconcludenti con il loro progetto-manifesto PÅGÅ, uscito sotto forma di disco nel 2020 per la Svart Records. L’ho ascoltato una volta ed è un’esperienza che non voglio più ripetere.
Ieri sera ero seduto su un albero ad ascoltare “Passio et Mors Domini Nostri Jesu Christi Secundum Lucam” di Krzysztof Penderecki e ho visto gufi grigi che mangiavano le stelle. È stato anche questo fonte di ispirazione. La consapevolezza di una stanza buia di solito diventa molto tangibile in certi periodi dell’anno – Pelle Åhman
Avete mai sentito il brano di Penderecki citato da Pelle? Sono stati i quattro minuti più lunghi della mia vita. Ascoltato al buio in una fredda sera svedese altro che gufi delle stelle… Io vedrei l’Apocalisse fuori dalla finestra annaffiata dalla luce del tramonto. Però mi piace che Pelle citi un compositore contemporaneo, tra l’altro, secondo me la strada tra certe sinfonie dodecafoniche e il metal estremo non richiede un passo tanto lungo. Ma faccio menzione di questa curiosa risposta che Pelle diede a un webzinaro puzzone, per dimostrare che uno che passa un pomeriggio meditando su gufi e Penderecki non sia qui per fare il metal tutta la vita. Tra le molte dichiarazioni che ho letto l’ultimo anno prima dello scioglimento degli In Solitude, questa mi sembra tra le più eloquentemente mortifere a proposito del futuro della band.
Per carità, con gli In Solitude le cose sono andate come sono andate e, pur non prendendo troppo sul serio, al tempo, quell’addio, devo ammettere oggi, da uomo maturo, che facevano sul serio e che probabilmente è meglio così.
Immaginate se i Dark Tranquillity si fossero sciolti dopo “Projector”. Sul serio oggi vivremmo male senza la massa di album successivi tutti più o meno uguali l’uno all’altro?
E che dire degli At The Gates? Pure loro si arresero in polemica dopo il capolavoro “Slaughter Of The Souls” del 1995, ma tolta la generosità di giudizio attuale, comprensibile e scusabile per via della morte del frontman Tompa Lindberg, avremmo avuto bisogno di tutti i dischi sciapi usciti dopo la reunion? A breve mi metterò lì con impegno a riascoltarmeli, ma fin qui li ho percepiti come dei lavori molto trascurabili per il nome sotto cui sono usciti.
Non avrei voluto altri dieci “Sister” e per questo sono grato agli In Solitude di aver scelto di fermarsi prima, così da permettere a quell’ultimo tassello di risuonare nel vuoto lasciato dal loro scioglimento.
L’impressione mia è che la band non fosse in grado di imbroccare una simile routine. Avvertirono che quella era sì una meravigliosa architettura e scapparono prima che scattassero le sbarre alle porte e alle finestre. Le cose che realizzarono successivamente manifestano una coerenza di fondo. Ora lì dentro, nell’album “Sister”, ci sono rinchiuse le persone che amano quel disco e vi soggiornano intrappolate a chiedersi, ancora e ancora, cosa poteva succedere se il gruppo avesse continuato.
Avevamo davvero raggiunto qualcosa di profondamente viscerale per noi. E stavamo facendo esattamente ciò che dovevamo fare, pur perdendo in qualche modo il controllo della situazione. (Gottfried Åhman)
Ciò che Pelle e suo fratello hanno cercato di descrivere in merito all’aspetto “fatidico” di Sister, è che a un certo punto si sono concessi di non sapere cosa cazzo stesse per succedere. Anche i Tribulation hanno descritto così l’esperienza creativa a partire dall’album “The Children Of The Night”: stare tutti quanti lì in una stanza e agitarsi intorno a un riff senza sapere come venirne fuori, come se andasse via la luce e i presenti potessero trovare l’uscita solo smettendo di agitarsi e unendo prima tutte le mani formando una catena.
E c’è quel momenti in cui tendi le dita nell’oscurità, in una specie di esaltante attesa di un’illuminazione. Credo sia un po’ la stessa cosa che avviene durante la forgiatura della prova artistica più essenziale e pura: la poesia. Un verso conduce a un altro (ma non sempre, a volte ci sono decine di versi impubblicabili e di silenzi sconfinati che separano dal successivo, quello giusto); eppure immagino che nel caso degli ultimi In Solitude sia questo smarrimento ad averli convinti a desistere e chiudere lì.
Solo abbandonando strutture e formule prestabilite, metriche e sintassi consolidate avrebbero potuto continuare a essere se stessi e quel cammino ingrato e assolutamente privo di incognite, nessuna etichetta si sarebbe sentita di sostenerlo, se avessero deciso di continuare. Era meglio smettere. E così smisero.

