In questa realtà avvilente e nelle sue fantasie avvilite, è nascosto e attende d’essere riscoperto uno strumento per rinnovare questo stanco panorama: il Mito, la forza che dovrebbe spingere tutti al miglioramento grazie a immagini viventi che toccano l’interiorità e ispirano l’immaginazione.
Il mito però è un’arma alla portata di tutti ma pur sempre un’arma e quindi potenzialmente pericolosa per chi la usa. Quello più difficile da affrontare, è stato toccato in varie occasioni con risultati assai diversi. Sto parlando del mito di Avalon.
Vorrei analizzare tre cimenti in particolare e metterne a confronto intenti ed esiti.
Avalon è una terra misteriosa, in cui occorre avventurarsi, pronti ad affrontare più che altro le proprie mancanze. Questa rassegna, racconta tre dei principali aneddoti che riguardano le più recenti puntate nell’isola delle nebbie.
1982: al colmo della notorietà, Marion Zimmer Bradley pubblicò “Le nebbie di Avalon“, suo più grande successo, con un’occulta storia editoriale. Un romanzo fiume di oltre mille pagine (in Italia recentemente rieditato senza i sani tagli delle prime edizioni) che “ovviamente” cela sotto il nome dell’autrice un lavoro di gruppo.
D’altronde è il segreto di Pulcinella che chi rilascia ogni anno uno o più prodotti creativi per giunta molto voluminosi, spesso sia un nome collettivo che contiene apporti occulti. Confrontandolo col contemporaneo sotto-ciclo Darkoveriano de “L’erede di Hastur”, si smorza il clamore di pubblico e critica durato lustri, perché a una lettura onesta ci si accorge che “le nebbie” è mediocre: parte con ottimi spunti ma finisce in un velenoso fiume di frustrazione causato dall’ideologia che la muove.
Nonostante la mole dell’opera, molti personaggi sono appena accennati e superficiali, risultano irragionevoli nelle azioni, demenziali nelle reazioni e curiosamente, nell’impianto che vorrebbe dare una “liberatoria” lettura femminile del ciclo arturiano, gli uomini appaiono come figure timide mentre le donne sono assetate di potere, manipolatrici e simultaneamente ingenue. Il ribaltamento dei cosiddetti stereotipi diventa corruzione degli archetipi, mentre il romanzo affoga fra le assurdità, il tutto segnato da uno stile che cerca di riprodurre quello stupendo di Hastur, mentre qui la lettura è una faticosa marcia in un triste paesaggio di destini inevitabili e poco interessanti. Se qualcuno volesse vedere in ciò echi di Marquez, Morante, Verga o Zola, il confronto non regge su nessun piano.
Nel 1998, i Blitzkrieg rilasciarono il loro quarto disco, “The Mists of Avalon”. Al contrario de “Le nebbie…” del collettivo Zimmer Bradley, non è un’opera di gruppo ma del solo Brian Ross, cantante dal registro caldo e ispirato, ma generalmente sottovalutato. La situazione partiva così; pochi soldi, il clima generale avverso a uno stile ritenuto sorpassato, una gran voglia di cercare nuove strade ma con mezzi limitati. Dopo due lavori mediocri, il disco di Ross appare come uno sforzo notevole, ma in condizioni avverse. Forse Brian era influenzato dal concomitante successo del Rock Epico di Gary Hughes in Giappone, Decise comunque di seguire una via da audace: inserire le stesse influenze nella materia dei Blitzkrieg e contemporaneamente inglobare la lezione di ritorno degli allievi Metallica, superandoli sul loro stesso terreno; tutto ciò puntando all’isola mitica.
Ne risultò un lavoro eterogeneo: contiene una lunga suite, un brano dedicato a Dottor Who, uno a Diana Spencer e termina con un secco Bastard!
La voce di Ross è ispirata, ma fin dalla copertina amatoriale si comprende che la meta è sita oltre le possibilità dell’attrezzatura, infatti gli strumenti non rendono, i suoni sbiaditi limano eccellenti idee di arrangiamento.
Le prime due parti della suite sono incerte, poi arriva la sezione “Camelot”, dove finalmente il disegno immaginato da Ross si concretizza. Gli slanci melodici di “Once and Future King” sono convinti e convincenti, inseriti fra stravolgimenti semi-thrash dal riffing bellicoso.
“Tranquil State” e “Deceiver” sono brani che mostrano come una sana ispirazione batta sul loro stesso piano i Metallica pieni di soldi. Tutta la seconda metà del disco prosegue però come se fosse un demo registrato per convincere i Four horseman a prendere un cantante in grado anche di comporre. Peccato: il disco è pieno d’intuizioni eccellenti. Chiaramente il lavoro con Graeme e English dei Satan più progressivi aveva insegnato molto a Ross, ma “The Mists…” è un lavoro troppo ambizioso, dove un capolavoro come “Yesterdays” e il suo dialogo fra impianto Heavy e pennellate di Blues britannico è contraddittorio, un pregevole tentativo abbattuto da una produzione da gruppo minore, come se il mito che cercava di rivivificare fosse scritto su fogli d’appunti sparsi invece delle risme necessarie.
Avalon, l’isola separata dalle nebbie dal mondo materiale, la bianca e luminosa terra di Ablun-Belenos nel suo lato apollineo, più astrale di Camelot, più enigmatica di Atlantide. Irreale e impalpabile, irrintracciabile più di altre terre mitiche proprio perché a metà fra stati diversi dell’essere… e la sua influenza è stata recepita in modo occulto dai Roxy Music.
Anche loro nel 1982, con una musica eterea e le immagini patinate dei video che appaiono estranee al ciclo bretone, mostrano a un occhio e un orecchio attenti, dei singolari rimandi alla materia che condividono con gli esempi di cui sopra. A loro modo colsero assai meglio la lezione di Avalon: talvolta non buttarsi ma sorvolare, non inserire ma citare, immettersi nel flusso fingendo d’estraniarsi. Lavorare con i miti è difficile, ci vuole cura oltre che amore, forse quello di Brian Ferry con una produzione adeguata è stato più allineato a una meta che non un ideale, o forse l’ideale era dentro di lui al punto da concretarsi in un risultato più convincente dei precedenti.

