Nonostante le decine di milioni di album venduti, quasi 100 in giro per tutto il pianeta, una cifra esorbitante, i Poison sono una band che conta forse più detrattori che estimatori, o perlomeno gente che ama sfotterli e sminuirli, in quanto non aderenti allo stereotipo del rude metal fatto di catene, borchie, denim & leather, venuto al mondo per salvare il mondo. Alfieri del movimento hair cotonato, teste chiodate del glam, utilizzatori di qualsiasi complemento di make-up mai inventato da che Eva è apparsa nel giardino dell’Eden, sfoggiatori degli spandex più fluo che siano mai stati concepiti da un’azienda di vernici, gioia di ogni coiffeur del Sunset Boulevard, i Poison hanno rappresentato la quint’essenza di una generazione cromaticamente violenta e votata al divertimento. Prima ci sono stati i Twisted Sister, prima ancora i Kiss e su su a ritroso fino a New York Dolls, Slade, Sweet, Gary Glitter e David Bowie, d’accordo, tuttavia all’altezza della seconda metà degli anni ’80 le colonne d’ercole dello sleaze rock variopinto ed effimero, i campioni di quella Scuola, erano indubitabilmente Poison e Motley Crue, seguiti una spanna dietro dai Cinderella.
Personalmente ho sbattuto il muso sul fenomeno in tempo (abbastanza) reale, “Open Up and Say… Ahh!” lo comprai nel 1989, un anno dopo la sua pubblicazione e mi piacque istantaneamente. Ai Poison ho sempre riconosciuto (e credo vada fatto per oggettività) una invidiabile capacità di afferrare il riff giusto, di acchiappare il chorus pressoché perfetto ed erigere attorno a questi elementi basici ed essenziali delle canzoni portentose. C’è poco da fare, quando le senti sono come chiodi che ti si conficcano nelle ossa, a vita, non ti abbandoneranno mai più. Buona parte di quei riff, di quelle costruzioni architettoniche così ficcanti e accattivanti sono merito di C.C. Deville, il chitarrista del gruppo. Bruce Anthony Johannesson – questo il suo nome all’anagrafe (Deville lo prende dalla Cadillac Sedan de Ville) – classe 1962, ha scritto larghissima parte dei primi 3 album della band, poi ha fatto a testate con Bret Michaels e se n’è andato. Prima ancora dei Poison aveva militato nella formazione embrionale degli Stryper (all’epoca Roxx Regime), poi sostituito da Oz Fox. Il fatto di essere stato il chitarrista dei Poison e non dei Fates Warning, dei Dream Theater o che so io, dei Forbidden, ha automaticamente declassato Deville a “tizio strampalato che suona la chitarra in una glam band”, ciò che di più lontano possa esistere da un potenziale guitar hero; eppure il platinatissimo Deville andrebbe attenzionato con estrema cura per il lavoro fatto nei solchi della band della Pennsylvania. Già perché curiosamente i Poison vengono dallo stato più periferico degli U.S.A., non sono spuntati sotto il bancone di uno strip bar di Venice Beach. I Poison sono gli interpreti di tante canzoni stupidine, dai testi facili, dai ritmi sculettanti e dalla consistenza della panna montata decorata con una pioggia di smarties sopra, ma le cose forse non stanno del tutto così. Se si ha la pazienza di scorrere le loro track-list (ma soprattutto di ascoltarle) negli album dei Poison esistono anche momenti più verticali, sia a livello compositivo che lirico. Più in generale, il salto di qualità si avverte già a partire da “Flesh And Blood”, l’album nel quale la band cerca di dare un contesto più maturo e profondo al proprio sound, senza per questo mancare di divertirsi in modo puro e scanzonato, ad esempio con “Unskinny Bop”, o “Don’t Give Up An Inch”. Esistono tuttavia diversi momenti riflessivi e malinconici che sarebbe ingeneroso non riconoscere. “Valley Of Lost Souls”, “Life Goes On”, “Something To Believe In”, “Life Loves A Tragedy” rappresentano sfumature più ombrose e delicate dei Poison, ma anche una “Ride The Wind”, ancorché solare, assomiglia più ad una hope song che ad un pezzo ridanciano e festaiolo. E come il titolo lascia abbondantemente presagire c’è anche “Poor Boy Blues” che flirta apertamente col blues, lasciando intravedere influenze ritenute magari non così esplicite nei Poison. Il successivo terzo album “Native Tongue” (1993) arriverà a rimarcare ancora più concretamente questa impostazione, ma siamo già entrati pienamente nei ‘90, la band si è sconquassata, Richie Kotzen ha preso il posto del dimissionario Deville, e attorno ai Poison e agli strip bar infuria la bufera di un rock più intimista, ferito e refrattario all’edonismo.
Ora, data una ripassata generale all’album e alla discografia dei Poison con Deville, compresa la dimensione della band che si spinge oltre il limitante orizzonte dei seni prosperosi, dei tacchi a spillo e dei rossetti long lasting, ponete l’attenzione sul guitar working, sui riff, sul cesello, sugli abbellimenti, sul suono, sulla produzione, sull’ambiente elettrico che le sei corde di Deville creano. E poi scendete più nello specifico, prestate attenzione agli assoli. Per cominciare ascoltate quello di “Something To Believe In”, è qualcosa di più di un assolo, è il prolungamento delle strofe cantate da Michaels, è una seconda voce oltre quella del frontman, è la sublimazione di un sentimento che scorre lungo tutto il pezzo e che diventa bandiera in quelle note così esatte, così insostituibili, così centrate ed a fuoco nel rendere giustizia alla canzone, al testo, all’atmosfera di “Something To Believe In”. Non poteva esserci nessun altro assolo se non quello, non sarebbe stata comprensibile nessun’altra sequenza di corde e plettrate. E’ commozione pura. Accade lo stesso in “Fallen Angel” e se avrete la pazienza di dedicare qualche ora di ascolto alle produzioni dei Poison, perlomeno della prima metà della loro carriera, scoprirete che questo effetto si duplicherà ancora e ancora, come un incantesimo. Gli assoli di Deville sono sempre così incredibilmente esatti rispetto alla canzone, così catchy, così pieni di personalità, di gusto e non di rado anche di tecnica, per quanto i denigratori del glam possano ridurre quelle band e quei musicisti a strimpellatori con la lacca in testa e poco più. Non è un caso se tra le poche ballad che il sottoscritto riesca a tollerare ci siano quelle dei Poison. Ho una idiosincrasia per quel filone, in genere traboccante di enfasi appiccicosa e ruffianeria piaciona e strappa lacrime facili, eppure “Every Rose Has Its Thorn” o “Something To Believe In” mi mettono ogni volta la pelle d’oca, perché arrivano a toccare corde recondite e remote che una party band come i Poison non dovrebbe neanche sapere dove risiedono. Merito di un’alleanza di quattro musicisti talentuosi (e molto sottovalutati), e tra di loro in particolare merito di un songwriter e riff maker come Deville, che avrebbe fatto la fortuna di molti gruppi negli anni ’80 (è suo anche l’assolo che sentite in “Cherry Pie” degli Warrant). Vi sembrerà una bestemmia ma se Deville fosse nato e cresciuto nei Savatage per dire (magari pettinato e rivestito per benino), non avrebbe affatto sfigurato e oggi ne parleremmo come di un dignitoso e rispettabile guitar hero della borchia, firmatario di diverse canzoni in heavy rotation nei nostri walkman da qualche parte tra il 1983 e il 1990.
È curioso come tanto nel caso dei Poison come dei Motley Crue, il chitarrista fosse il membro più solido, strutturato e creativo. Parlo di musica ovviamente perché sul versante umano e caratteriale è noto quanto queste band fossero in preda a capricci adolescenziali e comportamenti da maschi in branco allo stato brado. Tutto questo infantilismo però si assottigliava parecchio in sala d’incisione fino quasi a scomparire, perché poi dalle consolle di produzione uscivano album impeccabili, professionali, che hanno segnato una generazione, hanno definito ed eternato il rock americano degli anni ’80, sono assurti persino a fenomeno di costume e culturale, e hanno indubbiamente popolato i sogni di tanti ragazzi (e ragazze). A Deville come a Mick Mars, musicisti “love to hate” con i quali parte del pubblico (quello più snob) ha amato giocare come col tiro al bersaglio, non sono mai stati tributati sufficienti onori, un po’ come a certi attori che magari negli anni ’70 e ’80 giravano le commedie sexy (anche e soprattutto per motivi economici) e quindi la critica li scansava o li minimizzava, eppure Renzo Montagnani era un gigante, al netto dei deretani palpati, lo stesso si potrebbe dire di Lando Buzzanca o della Fenech, attrice squisita ma chi ha mai fatto caso veramente alle sue reali doti recitative?

