Malice – Licenza di uccidersi

“Lo registrerà Michael. Lo faremo in quel modo”, questo avremmo dovuto dire. Ma l’errore fu prima ancora di firmare con l’Atlantic. Avremmo dovuto rivolgerci a Brian Slagle e dirgli: ” Michael Wagener produrrà l’album per noi. Lo faremo qui”. Se il disco fosse uscito due anni prima, forse…” – Jay Reynolds

Sentite quanti ripensamenti in sole due righe? Se volessimo sintetizzare la storia dei Malice, basterebbero a farci capire come andarono le cose. Ma partiamo dall’inizio, o meglio da quando io, che negli anni 80 facevo le scuole elementari, notai per la prima volta il nome di questa band.

A metà anni 90 uscì un disco che fu accolto agli opposti dalle due principali testate che andavano di più in edicola al momento. Metal Hammer, della ditta Signorelli, Pera, Longhi e Ventriglia, lo stroncarono, scongiurando un ritorno a certe sonorità ormai bollite o scadute (non ricordo i termini esatti dello sfogo). Su Metal Shock, invece il Fuzz, per lo stesso album, preferì stendere un tappeto rosso.

Oltre alla recensione molto invogliante di Zampolini firmò una lunga intervista di tre pagine e un box di approfondimento. Di quale disco stiamo parlando? Forse il titolo non vi dirà niente e tantomeno il nome del gruppo. In effetti il “brand name” oggi è di dominio di una bevanda energizzante, almeno in Italia. Ma a pensarci bene, “Monster” è una di quelle parole che avrebbero potuto essere sfruttate un po’ di più in ambito metal, ai bei tempi.

E il titolo dell’album è piuttosto “ellisoniano”: Through The Eyes Of The City.

I Monster, dicevamo. Beh, certo. Negli anni 80/90 c’era stato il Monsters Of Rock, ma non ricordo molte band che si fossero chiamate così o dischi famosi con quella parola nel titolo. Di sicuro però, certa terminologia lampante per il genere heavy, tipo che so, “Skull”, “Devil”, “Killer”, un decennio dopo apparivano semplicemente innocue e un po’ scemotte al pubblico e alla critica, abituati a roba tipo Smashing Pumpkins o My Dying Bride. E Monster era decisamente un modo sbagliato di chiamare un gruppo che volesse ancora far parte del music business, al punto che solo “Ghost” lo avrebbe superato in scemenza più di vent’anni dopo, ma raggiungendo risultati clamorosi, in tempi dominati dal SEO.

L’interesse di Pascoletti e l’entusiasmo di Zampolini per questa band derivavano, non dal nome, tantomeno dall’album in sé, ma dai membri coinvolti nel progetto. Si trattava infatti di un super-gruppo. I musicisti provenivano da realtà che in passato, negli anni 80, avevano rappresentato, per quanto non a lungo, qualcosa di energizzante e promettente nel metal: i Malice e i Black ‘N Blue.

La formazione dei Monster infatti comprendeva Mark Behn e Mick Zane, rispettivamente basso e chitarra dei Malice e Pete Holmes, batterista storico dei ‘Blue. Alla voce c’era un giovane sconosciuto, piuttosto in gamba per quello che era chiamato a fare, ovvero il genere melodico anni 80. Si tratta di Mark Isom.

Non vi dice niente, lo so. E bisogna ammettere che prima di ingaggiare lui, i tre veterani avevano tentato di fare la quadra sull’effetto nostalgia; purtroppo gli aveva detto male.

Nel disco, badate un attimo, alle backing vocals risulta Jeff Scott Soto. Sapete che lui aveva inciso tutte le tracce vocali, non solo i cori. Si era prestato a fare da ghost-singer in sala d’incisione, in attesa del vero urlatore. Nonostante la speranza del gruppo di trattenerlo e dichiararlo ufficialmente parte della line-up, Soto rifiutò per via di molti altri impegni inderogabili, tipo non ho idea cosa: forse l’ottantesimo disco di Alex Rudi Pell.

Il gruppo lasciò i suoi cori, tanto per aggiungere un po’ di spezie per gli affamati degli anni 80 e si rassegnò ad audizionare qualche sconosciuto in gamba. Già prima di lui, Behn e Holmes avevano provato con Jamie St. James, così da fare pari e patta tra Malice e Black ‘N Blue, ma la cosa non aveva funzionato granché. Pure St. James aveva di meglio da fare.

Sempre per l’effetto nostalgia o vecchia scuola, il produttore coinvolto dalla band è Max Norman (vecchia conoscenza di Zane e Behn, visto che aveva prodotto il loro disco migliore nei Malice, “License To Kill”) e come menù, per un amante di certe sonorità sperso nella decade alternativa e più darwiniana che il metal abbia mai avuto, avrebbe dovuto essere una combinazione di pietanze davvero invogliante.

Anche oggi che il metal in stile Dokken è stato recuperato da giovani virgulti con le parrucche, la vacuità di un film di Hollywood scaduto e l’attitudine alla Steel Panther, l’album dei Monster rivela decisamente un certo spessore, ma si tratta di un effetto positivo dovuto al peggio che c’è stato dopo. Se guardiamo indietro, il disco nasce imbalsamato. Non si può collocare in nessuno dei momenti “evolutivi” del class metal. “Through The Eyes Of The City” infatti è un prodotto cristallizzato nella nostalgia di un tempo finito.

Non ha i suoni roboanti e un po’ impastati delle produzioni di metà anni 80 e non possiede quella contaminazione acida e robusta del periodo Black Album + grunge che la maggior parte delle band anni 80, sfoggiavano a proprio danno. Non cammina avanti e indietro ma sul filo vischioso di un ricordo caramellato.

Nessun brano è in grado di competere con le grandi canzoni dei bei tempi, ma ne ricrea bene l’effetto di vitalità, così come un bravo scenografo e un geniale costumista sono capaci di sollevare quel polverone di realismo negli occhi di uno spettatore ammaliato da un grande set cinematografico di un film in costume.

Quello che mi ha sorpreso oggi, rileggendo le dichiarazioni di Mark Behn a Zampolini, risalenti al 1995, è che lui non aveva la mente molto lucida, nonostante stesse vendendo un prodotto piuttosto raffinato benché ormai di nicchia. Parlava con evidente rammarico per un periodo che definiva perduto, vale a dire quello in cui erano nati e cresciuti i Malice e i Black ‘N Blue: “quando le radio trasmettevano il rock, le band suonavano tutte lo stesso genere e il sistema favoriva certi gruppi heavy, infilandoli nei film e tutto il resto”.

Però si aspettava, in cuor suo, un contratto con una major. Per i Monster.

Il disco, nelle intenzioni iniziali doveva essere un album dei Malice, per questo ho voluto proseguire l’articolo concentrandomi su di loro, di cui non ho mai scritto fino a qui. Delle cose alla Black ‘N Blue non vi troverete granché; li ho già trattati qui.

Per i Monster tutto si spense neanche un anno dopo.

La rinascita del cosiddetto “true metal”, si sarebbe verificata però presto ma purtroppo per i Monster, il pubblico revivalista non avrebbe chiesto le pacchianerie anthemiche in stile Dokken, bensì la virulenza melodica del power metal.

E a quel punto, Zane e Behn avrebbero potuto giocarsi la carta dei Malice, ma non lo fecero.

I Malice furono fin dall’inizio dei gran spreconi. Col senno di poi, uno come Jey Raynolds ti spiega dove siano gli errori commessi da lui e gli altri. Ormai li hanno capiti per bene, ma è evidente che in qualsiasi tempo la band abbia deciso di intervenire o di non intervenire, non ha mai funzionato davvero; neanche nei momenti definiti d’oro, a pensarci bene.

PARTE II – FACCIAMOCI DEL MALICE

“L’Atlantic Records è sempre stata in secondo piano. Non ho mai avuto la sensazione che ci sostenessero molto. Ci hanno dato una pubblicità marginale e pochissimo supporto al marketing. In pratica, i Malice erano tipo al numero 263 su una lista di 500 artisti nelle loro mani. Dopo che James se ne andò, l’etichetta disse: “Guardate, potete trovare un nuovo cantante, vi abbiamo ancora sotto contratto e faremo un altro disco con voi”. Ma ovviamente l’Atlantic avrebbe voluto il diritto di prelazione e  sentire il cantante che ci piaceva. In pratica, quello che ci hanno detto è stato: “Datevi una riassestata e poi ci sentiamo. Di fatto voleva dire solo una cosa: eravamo soli” – Mick Zane

Quando uscì il primo “Metal Massacre”, posto che nessuno si sarebbe aspettato il successo che questa compilation ebbe e lo strascico di prestigio nei secoli dei secoli, i Malice furono il solo gruppo della raccolta ad avere la fortuna di inserirvi due pezzi.

La Metal Blade stravedeva per loro e avrebbe voluto metterli subito sotto contratto. La band realizzò i famosi demo con Richard Wagener, in vista di un’uscita imminente con l’etichetta di Brian Slagel; ecco però che a sorpresa si fece avanti l’Atlantic Records.

Primo passo nella merda: firmarono con la major.

Sembra sempre la cosa sensata da fare, ma vi assicuro che le band emergenti nel metal anni 80 che si buttarono subito nel calderone dei grossi giri, pagarono quasi tutte un caro prezzo. Molte di esse, guarda caso neanche le conoscete; per esempio i Powermad.

L’Atlantic Records gestì di merda i Malice.

Intanto l’etichetta aveva un contenzioso con Wagener e rifiutò la loro richiesta di coinvolgerlo nella produzione del primo album. Scoprirono dopo anni quello che c’era dietro. Lì per lì si arresero al consiglio di collaborare invece con Ashley Howe. Costui non era certo un brocco, aveva coperto le cose migliori degli Uriah Heep, ma si rivelò del tutto inadatto ai Malice e al sound metal anni 80.

La band reincise i pezzi già fatti con Wagener ma vennero uno schifo. Il risultato non piacque nemmeno all’Atlantic che, invece di rifare tutto con un altro produttore, preferì convincere il gruppo a usare direttamente i vecchi demo, tentando un assemblaggio disperato al mix.

Risultato?

“In The Beginning…” è un buon album, tutto sommato, ma non è la partenza col botto che serviva ai Malice. Per quanto riguarda le canzoni, si tratta di buon materiale. Ci sono almeno un paio di picchi: lo zietgeist “Rockin’ With You” e “No Haven for the Raven”, una semi-ballad molto epica e piuttosto originale per gli standard del tempo; di fatto però quel disco è una raccolta di demo e di brutte incisioni in studio messe assieme alla meglio. Oggi più che mai si avverte la disparità tra le varie tracce. Non suonano tutte uguali. A detta del gruppo furono comunque spesi circa 125.000 dollari per realizzarlo e la maggior parte di quei soldi andò sprecata per tener su quel Frankenstein. Immagino che l’Atlantic mise lo stesso tutto in conto a loro.

Il successivo “License To Kill” in effetti è il capolavoro dei Malice e si tratta di un album che fa tesoro degli errori compiuti intorno al primo disco. Qui va davvero tutto liscio: è ancora oggi un piccolo grande classico che può competere con il meglio dei Metal Church, degli Armored Saint e dei Vicious Rumors. Stiamo parlando di quel campionato lì, ovviamente.

Nel disco ci sono ospiti illustri: Dave Mustaine e Dave Ellefson dei Megadeth; Jamie St. James, Jeff Warner e Tommy Thayer dei Black ‘N Blue, tutti insieme a urlare i cori della title track e di “Chain Gang Woman”.

Secondo me, insieme a “Sinister Double”, queste qui sopra sono le tre canzoni più trascinanti del loro repertorio.

Sopra ho scritto che tutto andò liscio tranne una cosa.

Ecco cosa.

Sempre a causa della Atlantic e le sue tempistiche elefantesche, il disco uscì due anni dopo “In The Beginning…” e se questo oggi si fatica anche solo a immaginarlo, vi assicuro che al tempo fu palesemente un problema. Due anni potevano essere due secoli di vuoto per un gruppo determinato all’ascesa commerciale. Ma non solo perché in due anni e con l’afflusso continuo di grandi album metallici, il nome Malice avrebbe potuto perdersi nella piena. Questa qui non la si può capire bene se non si era lì negli anni 80. Tra il 1985 e il 1987 le cose infatti cambiarono moltissimo per il mercato metallico e il gruppo vi si riaffacciò in un momento tutto sommato sfavorevole.

Siamo abituati, noi vissuti più consapevolmente nei decenni 90. ’00, a vedere gli anni 80 come la decade perfetta per l’heavy metal, con il vento commerciale sempre a favore e gruppi su gruppi in alto nelle classifiche: beh, niente di più falso.

Come sempre, ci furono anche lì alti e bassi, lungo tutto il decennio. E se nel 1985 moltissime band pesanti potevano sperare di vendere bene, nel 1987 i suoni più roboanti e spessi, scaddero momentaneamente dalle grazie del mercato. A vendere sul serio, sul finire degli anni 80, almeno in America, erano i dischi più melodici (A.O.R. e Class Rock) e i gruppi dall’aura heavy nell’impronta generale ma dalle produzioni molto sofisticate e all’avanguardia: Whitesnake, Def Leppard.

Per capire la faccenda vi basti riscoprire la storia dei Q5, la band del chitarrista e inventore Floyd Rose. Lì i due dischi realizzati dal gruppo, entrambi ottimi, sono il giorno e la notte e parlano chiaro su questo avvicendamento di mode a cavallo della metà degli anni 80 e soprattutto dell’impossibilità di cavalcarle.

Quindi, nel 1987, tutto quello che suonava più greve, tirato e violento, non produceva i numeri di tre anni prima. E così i Malice uscirono con un grande album metal sì, il migliore che potessero realizzare, di sicuro vendette bene, ma non come avrebbe potuto se fosse stato pubblicato un anno prima.

A questo si unì un tour a dir poco inadatto a supportare il disco. Fecero da spalla agli Slayer in Europa e questo significa che suonarono davanti a un pubblico davvero mal disposto. Al tempo, come racconta pure Blackie Lawless dei W.A.S.P. (anche loro in tour con i Malice nel 1987), esibirsi in posti come l’Inghilterra era durissima: poteva significare una pioggia di scaracchi dalle prime file e bottigliate piene di urina in arrivo sulla tua faccia. Il frontman dei Malice, James Neal, racconta di una gigantesca pistola ad acqua che il gruppo aveva riempito di pipì per rispondere agli sputi dei tipi nelle prime file.  E queste erano le platee degli W.A.S.P. Immaginate cosa poteva succedere col pubblico dei “Fucking” Slayer. Bei tempi, vero?

Vi faranno sghignazzare certi aneddoti urologici on stage ma è solo una delle infinite fonti di stress che un tour può causare al sistema nervoso di un musicista. E fu proprio quella serie di concerti a spingere i Malice a rivolgersi contro se stessi la licenza di cui sopra.

CAPITOLO III – PERDERE LA VOCE

“La band stava attraversando un periodo di forti difficoltà. Vivevamo a New York City, eravamo in tournée in tutti gli Stati Uniti, Canada ed Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando siamo andati in Europa con gli Slayer. Fondamentalmente a causa di tutti gli abusi, fisici e mentali. La voce di James ha praticamente reso l’anima. Al ritorno negli Stati Uniti dopo il tour, abbiamo scoperto che gli erano stati diagnosticati dei noduli alla gola. Sono accumuli di calcio sulle corde vocali e richiedono un intervento chirurgico. I noduli possono derivare da molte situazioni, ma suppongo che siano dovuti all’abuso vocale di James. Quindi ci siamo trovati di fronte alla necessità di un intervento chirurgico. Cosa facciamo? Mettiamo i Malice in pausa per due anni finché non si riprende? A quel punto, c’era una vera e propria divisione nella band riguardo la nostra direzione e nei sentimenti di tutti i membri della band” – Mick Zane

Proprio lui, Neal, che era stato il fiore all’occhiello dei Malice per i primi anni, divenne poi l’incudine che li fece sprofondare. Se conoscete la sua voce  potete farvi un’idea. Era una versione molto cremosa e glamour di Rob Halford; dall’estensione altrettanto sbalorditiva e sempre al limite, come si voleva in quegli anni in cui i livelli li dettavano Geoff Tate, Bruce Dickinson e il cantante dei Priest. A proposito dei Judas, per tutto il periodo in cui i Malice rimasero in giro, ricevettero molte critiche per assomigliare troppo a loro. Finì per diventare un ritornello pernicioso. Vi basti considerare che al tempo di “License To Kill”, sulle riviste italiane si era abituati così bene che non solo si stroncavano dischi come “Big Game” dei White Lion, ma c’era chi si lagnava, proprio riguardo ai Malice, per un’eccessiva somiglianza del brano “License To Kill” con “Looks That Kill” dei Motley Crue e “Heading On The Highway che sembrava un po’ troppo “Point Of Entry” appunto dei Priest.

Mi domando cosa scriverebbero oggi davanti all’ennesimo disco al fulmicotone temperato dei Primal Fear o di una qualsiasi band New Wave Of Traditional Heavy Mattel.

Ma tornando al discorso della voce di Neal, è comprensibile un finale tanto brutto. Se tu in studio fai del tuo meglio per dimostrare al mondo che dove arrivi con la voce vanno a cagare solo le aquile, va bene: però dovrai suonare quelle note per molte sere lungo tutto l’anno, vivendo in condizioni igieniche e di salute scarse, dormendo poco e male tra un’esibizione e l’altra e costringendoti a ingerire qualsiasi cosa ti aiuti ad affrontare la sfida ogni sera.

Neal, come successe a molti altri grandi vocalist metal dall’estensione prodigiosa, finì la corsa nel momento in cui perse completamente la voce; e la perse  molto prima di arrivare al traguardo.

Perdere altri due anni in terapia e magari un altro per rimettere insieme il gruppo, avrebbe significato l’uscita del terzo lavoro dei Malice via Atlantic, al più tardi nel 1990.

Che poi non c’è sto granché da rimpiangere. Sappiamo che da lì a soli due anni , il gruppo sarebbe stato scaricato comunque dall’etichetta e probabilmente, dopo un ulteriore lavoro piazzato al ribasso con qualche altra label minore, per loro sarebbe stata la fine o una vita da Iced Earth. Ovvio però che per Reynords e Zane, il 1987 era ancora una prateria di opportunità e bisognava essere veloci a percorrerla. Vietato fermarsi.

Ma loro si fermarono, perché, come ricorda Jay Reynolds: le quattro migliori band della sua vita le aveva formate tra il 1990 e il 1994 ed erano tutte state sciolte perché non erano riuscite a ottenere un contratto. Per il metal, quello heavy classico, molto prima del grunge era già finita.

Neal, intervistato alcune volte da vecchi “fanzinari” nostalgici, ha glissato sulla fine della band e della sua esperienza generale come rockstar. Non ama riandare al passato e tantomeno a “quel” passato.

Reynolds però non ha mai sorvolato sui particolari di quella disfatta, mettendo proprio James al centro di tutto: c’erano sì divergenze d’opinione, come ammette ancora oggi Neal, ma riguardavano le mosse da fare per recuperare lui, non su come andare avanti creativamente. Il vocalist oltretutto aveva un grosso problema con l’alcol in quel periodo, non solo i famigerati noduli.

E al proposito, non sappiamo se sia così evasivo con le risposte adducendo scarsa memoria per signorilità o perché in effetti in quei momenti era fuori come un dromedario. A ogni domanda che gli si fa in quelle due interviste che ho letto, lui ripete spesso che non si ricorda. “Chi c’era, chi non c’era, chi faceva e chi non faceva. Come andò in studio quella tal volta con i Megadeth? Non so, è passato tanto tempo. Dalle registrazioni però è innegabile che ci fossi anche io lì, quindi penso che fu tutto ok”

Quando i Malice si riformarono negli anni ’10, in piena febbre “metal reunion”, Reynolds e Zane tentarono di coinvolgere ancora il loro singer storico, ma Neal non ne volle sapere nella maniera più assoluta. Oggi canta e suona una roba yoga folk, sembra felice nella sua semplice routine fatta di meditazione e trascendenza spirituale, ma i Malice per lui forse rappresentano davvero poco, in fin dei conti, dal Nirvana da cui ci guarda mentre rivanghiamo il passato come agricoltori durante la grande depressione. E sorride rilassato per la nostra ossessiva dannazione. Lui c’era e non gliene frega un cazzo. Noi non c’eravamo e ce ne importa troppo.

Il disco che uscì anni fa, “New Breed Of Godz” non è davvero un nuovo disco: ci sono alcuni inediti, qualcuno anche carino, ma è per lo più il rifacimento abbastanza inutile di certi classici dei primi album.

L’album è stato realizzato soprattutto grazie alla disponibilità a cantarci di James Rivera degli Helstar, ma ricordo che ricevette critiche negative e non impressionò granché il pubblico, nonostante l’aria generale per un’operazione simile fosse benevola e conciliante.

“New Breed Of Godz” fu comunque la scusa per un abbraccione col pubblico di affezionati in giro per il mondo, ma non rilanciò il nome Malice. A oggi il gruppo, specie dopo la morte di Zane, sembra definitivamente ucciso. Per certi versi la loro vicenda mi ha ricordato quella dei Crimson Glory: un inizio rimasto nella memoria degli appassionati e decenni e annichilenti ripartenze. Avete sentito l’ultimo singolo? Mi si dicono cose terribili.