Mi piace molto partire da una vecchia recensione e ricostruire poi il mondo di cose che c’era oltre e che un giovane e ingenuo lettore, come me al tempo, non avrebbe mai potuto immaginare. Per esempio i Q5 di “When The Mirror Cracks”. Qualcuno se li ricorda? Anni fa la Frontiers Records li ha pure riesumati. Allora, vale a dire la metà degli anni 80, erano stati creature ben strane. Si formarono nel 1983 e fecero un paio di lavori molto commerciali e di notevole successo in Europa, soprattutto il primo: “Steel The Light” (1984).
La cosa interessante, rimarcata instancabilmente durante gli anni di attività era che il chitarrista e compositore del gruppo si chiamava Floyd Rose. Se avete una vaga confidenza con le chitarre elettriche, questo nome vi suonerà piuttosto famigliare. Non è un caso di omonimia, è esattamente il tizio che inventò il ponte che blocca le corde e mantiene l’accordatura ferma, permettendo al chitarrista di alzare e abbassare la leva e produrre tutti quei suoni infernali e meravigliosi eccetera eccetera.
Eddie Van Halen fu uno dei primi a sponsorizzare l’invenzione di Rose e sempre lui, a quanto raccontò anni dopo il bassista dei Q5, Evan Sheeley, impedì alla band di uscire viva dalla palude di immobilismo e frustrazione in cui si trovava, tra il secondo e il terzo disco, in un momento cruciale della propria carriera.

Va comunque detto che proprio Floyd Rose trascinò il gruppo fino a quelle sabbie mobili e quindi, in un certo senso, dare la colpa a Van Halen non sia proprio corretto, così come prendersela col destino (leggi sfiga).
Il primo disco dei Q5 è un robusto heavy metal melodico, come se ne sentiva spesso nei film americani di allora. Se siete cresciuti negli 80s, vi basterà ascoltare l’attacco di “Teenage Runaway” o il ritornello di “Pull The Trigger” e vi si accenderà nel cranio un proiettore fatto di macchine in fuga, panoramiche in bikini e olio solare sulle spiagge di Miami o inseguimenti fracassoni nelle vie di Los Angeles.
Personalmente amo tutto questo, ma non mi basterebbe se dentro non ci trovassi litanie intriganti e buoni arrangiamenti. E a questo proposito, “Steel The Light” è davvero una chicca che merita di essere riscoperta.
Quando uscì, Kerrang lo mise nella classifica dei dieci migliori album indipendenti del 1984 e lì rimase per molti mesi. Anzi, uno di quelli che ci scrivevano, Xavier Russell portò l’album a Carnaby Street per mostrarlo a Martin Hooker della Music For Nation. Hooker lo ascoltò e mise subito sotto contratto la band per distribuire il disco in tutta l’Europa.
Le vendite andarono subito molto bene da quelle parti, e già nel 1984, in Inghilterra dico, si attendeva con grande impazienza di vedere i Q5 dal vivo, cosa che però non successe, né sarebbe capitata mai per molti anni ancora.
Avrete notato che ho scritto “classifica indipendente”. Infatti l’album uscì in America per la Albatross Productions, ovvero una piccolissima etichetta appartenente al manager del gruppo, nonché delle Heart, Ken Kinnear.
Il disco fu quindi ristampato e rimesso in giro dalla Music For Nations con un’altra copertina. In Canada ci pensò l’Atlantic Records e in Giappone la Victor. Negli Stati Uniti però, “Steel The Light”, poteva contare solo sulla prorompente forza motrice della Albatross (si legga con molta ironia, ovviamente).
Non è che Kinnear volesse far soldi con i Q5 e ingrandire il proprio mercato indipendente, la scelta di pubblicarli con la sua etichetta era stata solo per favorire l’inizio di tutto, visto che nessuna label americana di un certo livello, tra il 1983 e il 1984, si decideva a scritturarli.
Questa situazione però generò un effetto paradossale con delle copie d’importazione di “Steel The Light” via MFN più copiosamente diffuse e reperibili di quelle della conterranea Albatross. L’etichetta di Kinnear infatti stampò giusto poce migliaia di esemplari, concentrando l’azione nei paraggi di casa della band, vale a dire Seattle.
La copertina della versione della Albatross pare fosse così brutta che vinse un premio come peggior artwork dell’anno su un giornale musicale locale. Nella radio cittadina passavano periodicamente “Ain’t No Way to Treat a Lady” e gli amici del cantante Jonathan Scott K, a un certo punto gli dissero di non sopportarla più. Questo era il clima che si respirava intorno al gruppo e la conseguente percezione che questo aveva delle cose.
Non essendoci internet, i Q5 non potevano immaginare che invece il resto del mondo, specie l’Europa li adorava. Lì la Music For Nation stava facendo un gran lavoro e il disco raccoglieva tanta attenzione.
I Q5 attesero il da farsi, senza muoversi da Seattle. Probabilmente suonarono una manciata di concerti non troppo lontano dalla città e niente che somigliasse a un vero tour. Curioso che molte esibizioni le avevano fatte addirittura prima dell’uscita del disco, durante la scrittura dei pezzi che poi avrebbero composto “Steel The Light”. Infatti, presumibilmente l’autunno del 1983 li vide spesso farsi valere in un locale chiamato Flannigan’s. Tutte le sere, raccontano ShSheeley e Scott, il gruppo saliva sul palco a gratis per una mezzoretta, eseguiva le canzoni su cui stava lavorando, alcune scritte pure durante il giorno e in base a come il pubblico reagiva, decideva se tenerle, scartarle o rimetterci mano. Un modus operandi simile ce l’hanno ancora gli In The Company Of Serpents, ma loro usano i rari festival a cui partecipano.
SECONDA PARTE – ANIMALI DA STUDIO
Se ascoltate “Steel The Light” vi verrà di pensare subito ai Q5 come animali da palco. Si sente che sono una band muscolosa, aitante, pronta a mangiarsi le folle e spaccare la serata in due, ma non c’era al tempo, nulla di più lontano dalla realtà. Erano bravi musicisti e in quel periodo ragionavano e agivano ancora come una vera band, eppure il loro percorso si sarebbe consumato quasi solo negli studi d’incisione.
Dicevamo il destino (la sfiga): tra il primo e il secondo album, proprio quando arrivò l’offerta di andare a suonare al Monsters Of Rock di Castle Donington, il batterista Gary Thompson si ruppe un piede sciando. Il resto della band, anziché acconsentire a sostituirlo con quello delle Heart (credo fosse Danny Carmassi) e partire comunque per quel cazzo di palco da paura in Inghilterra, ritenne più saggio lasciare il posto ai Motley Crue e concentrarsi sul nuovo album, che comunque sarebbe uscito per una major, quindi perché preoccuparsi di aver bruciato un’occasione come quella? Questo era solo l’inizio, caro Floyd Rose, eh?
Ora, torniamo alla recensione di HM. L’autore italiano nel 1986 scriveva che rispetto a “Steel The Light”, il nuovo “When The Mirror Cracks” si allontanava da quel mix alla, cito: “AC/DC e RATT per qualcosa di più vicino a Legs Diamond e Giuffria, segno di grande maturazione per il gruppo”. Ecco, negli anni si è saputo che quel passaggio di genere era, non sinonimo di crescita, ma uno sbalzo identitario che i Q5 avrebbero pagato caro, non tanto in termini di successo, bensì di armonia all’interno della band stessa. Vedete i sorrisi qui sopra? Scordateveli.
La major che li aveva messi sotto contratto, la Squawk Records, distribuita dalla Polygram, convinse Floyd Rose a cambiare lo stile ruvido e potente dell’esordio dei Q5 in qualcosa di più adatto alle radio. Questo portò prima di tutto a una scissione tra lui e il resto della band, per nulla convinta di alleggerire lo stile heavy, e all’inserimento delle fottute tastiere anni 80.
Direte, come mai solo Rose prese la decisione? Perché il gruppo era nato praticamente da lui e perché lui, rispetto agli altri ragazzi, alcuni transfughi della band che era stata piuttosto celebre a Seattle, TKO, di fatto non contavano nulla agli occhi della Squawk.
Floyd Rose, oltre a essere un inventore e un valido musicista, aveva una grande passione per la produzione e il suono. Questo era stato fondamentale per le registrazioni di “Steel The Light”, di cui si era praticamente occupato lui, facendo un ottimo lavoro. Così, in occasione della realizzazione del suo successore, Rose si era costruito uno studio proprio, altamente professionale. L’aveva chiamato Floyd Rose Studios, a Bellevue, Washington e lì dentro si sarebbe occupato di ogni cosa intorno ai Q5, seppellendovi se stesso e la band, ma allo stesso tempo, estromettendo gli altri elementi da qualsiasi decisione in sede di arrangiamenti e di missaggio. Vi pare poco? Aspettate a dirlo.
Certo, “When The Mirror Crack” non è un brutto disco, anzi. Se vi piace l’AOR o se e lo ascoltate prima di conoscere “Steel The Light”, potrete compiacervi della bontà di molti brani (in particolare io adoro “Never Gonna Love Again”, degna dei migliori Foreigner), degli arrangiamenti (che sembra coinvolgessero anche Jim Vallance) e tutto il resto, ma fu proprio il suono fiacco, oggetto particolare delle critiche di allora. Bisogna comprendere anche il disappunto che colse tanti recensori. Fu dura giudicarlo serenamente come fosse un’opera prima, perché alle spalle aveva già un album molto diverso e tanto amato dalle redazioni.
E non si tratta di un sintomo di maturità, come scrisse quel recensore di HM, che voleva a tutti i costi spingere il pubblico italiano a comprare “”Mirror…” ma di una torsione stilistica dolorosa e fatale. Il cantante Jonathan Scott K., ha raccontato più volte quanto fosse strano entrare nello studio di Floyd e trovare canzoni che aveva anche lui composto insieme agli altri, mettersi al microfono e dopo che era partita la base, non riconoscerle nemmeno; tali e tanto erano state stravolte dall’arrangiamento e dal mix che parevano brani di qualcun altro.
Il gruppo era ancora interamente attivo nella creazione dei nuovi pezzi, ma in sede di registrazione come dicevo, un sapiente missaggio e l’inserimento di effetti tastieristici ridondanti, avrebbero potuto rendere irriconoscibili “You Shook Me All Night Long” o “Smoke On The Water”. E poi immaginate che clima si respirava: ogni membro veniva convocato separatamente, suonava la propria parte in un lasso di ore predefinite ed era congedato da Floyd, che in verità rimaneva lì, da padrone padrone, completamente nel pieno controllo di tutto.
Floyd Rose rimaneva chiuso tra quelle mura a lavorare sulle incisioni come un matto, ma non gli fece granché bene; né a lui, né agli altri ragazzi della band. Per Kerrang i Q5 del 1986 erano ancora tra i giovani nomi indipendenti più promettenti in circolazione e salutarono con affetto e comprensione la svolta melodica di “Mirror…”, ma ormai erano di parte. Il pubblico inglese non reagì allo stesso modo e poi un gruppo metal che negli anni 80 esce con due album e ancora non si fa vedere in giro per suonarli su un palco, non può durare.
Le vendite erano calate ovunque? Di preciso non lo so, ma di certo posso dirvi che il gruppo, compreso lo stesso Rose, decise di mollare quella versione edulcorata di se stesso e riappropriarsi della propria spigolosità e irruenza stilistica. Ma quando si trattò di presentare i nuovi pezzi, decisamente più pesanti di quelli pubblicati in “When The Mirror Cracks”, i responsabili ne rimasero quasi inorriditi consigliando la band di rifare tutto da capo e non dimenticare di scrivere almeno una hit.
Curioso che negli anni 80, le label intimassero i gruppi di creare dei successi come se avessero una ricetta sicura per farlo. Scrive almeno una hit. In effetti qualcuno ci riuscì in una notte (Jani Lane con Cherry Pie) e altri nemmeno in un anno (Desmond Child e Paul Stanley in Smashes, Thrashes & Hits dei Kiss)
Il gruppo del resto ormai era entrato in un tunnel. Tirava avanti scrivendo e registrando canzoni, senza pensare a rimettersi in movimento sul palco, anche solo per riguadagnare un contatto con il pubblico e ritrovare la strada buona.
Dopo il rifiuto dell’etichetta, Floyd non seppe più come procedere e a poco a poco, gli altri membri presero altre strade. Per circa tre anni, a cavallo tra il 1985 e il 1987, i Q5 avevano inciso una notevole quantità di materiale, molto più di quello che era entrato nel terzo album rifiutato dalla Polygram). Jonathan Scott k assicura che scrissero e registrarono davvero molta roba buona in quelle continue e insistite sessioni nello studio di Floyd Rose, persino dei brani lunghi e quasi progressivi. Eppure ogni cosa chiusa in un cassetto e non si parla di ridarle vita. Floyd Rose detiene i diritti su tutto e non sembra volerla riesumare. Solo parlarne lo mette ancora di cattivo umore.
Quattro canzoni scritte da Scott, l’altro chitarrista dei Q5 Rick Pierce e il bassista e tastierista Evan Sheeley furono poi rielaborate e incise per un nuovo progetto chiamato Nightshade, di cui tornerò a parlare tra poco.
Prima voglio riprendere il discorso Van Halen.
TERZA PARTE – QUANDO I PONTI CROLLANO

A quanto pare infatti, dopo lo smacco e il tracollo dei Q5, Rose si riprese d’animo, insieme al batterista Gary Thompson, al bassista Sheeley, ingaggiò un nuovo cantante molto in gamba e con la nuova formazione riregistrò dei brani. Li portò a Ted Templeman il quale si convinse subito a produrli.
Se l’uomo dietro ai dischi dei Van Halen avesse aiutato i Q5 a ripartire, forse le cose sarebbero andate diversamente, soprattutto per Floyd Rose, il quale però aveva avuto un rapporto un po’ difficile con il vecchio Eddie, al tempo del Tremolo.
Sembra infatti che il chitarrista volesse solo il proprio nome sul ponte della chitarra ideato da Rose, mentre giustamente lui non era d’accordo e impose che comparisse Floyd Rose sulla chitarra di Eddie Van Halen. Potete immaginare una cosa del genere. Si tratta di un retroscena di cui si conosce poco ma io immagino avessero chiuso per quella faccenda.
E così, un giorno, nello studio di Templeman, mentre Teddy & Eddie lavoravano a un brano del primo disco solista della pupilla di Van Halen, Patty Smyth (non la poetessa del punk, attenti alle y), ecco che il primo approfittò di una pausa e mise su le nuove demo dei Q5.
Eddie chiese chi fosse a suonare e Templeman prontamente gli rispose: “il chitarrista lo conosci, Floyd Rose, quello che ti ha cambiato il ponte della chitarra. Produrrò io il nuovo disco del suo gru…”.
Eddie lo interruppe con lo sguardo e poi gli disse “no, tu non lavori con lui!”. E Ted lasciò perdere. Se te lo diceva Eddie nel 1987 di non farlo, tu non lo facevi e basta.
Floyd Rose soffrì molto per come andarono le cose con i Q5. Anche se oggi questo gruppo potrebbe apparire come una chicca un po’ datata, un peccato di gioventù di un grande innovatore della chitarra elettrica che si concesse qualche velleità da rockstar da giovane. Allora però questa non fu una bizza, ma un’impresa in cui aveva messo tutto se stesso, compiendo una serie di errori che gli erano costati cari, come musicista e produttore.
Se ascoltate i due dischi dei Q5, a parte le differenze notevoli che ci sono tra di essi, è innegabile la qualità e la sostanza del progetto. Erano una band davvero sopra la media per quegli anni. Per dire, un pezzo come “Steel The Light” ancora oggi è pieno di una carica oscura che mi pervade da capo a piedi. Se doveste affrontare il vostro capo e fargli un bel discorsetto, vi consiglio di spararvi il pezzo a palla un paio di volte prima di entrare nel suo ufficio.
Tornando invece ai Nightshade, o come scrissero sulla copertina del loro primo album, “il gruppo di tre Ex-Q5”, c’è una cosa carina di cui vorrei parlare. Il disco, intitolato “Dead Of Night”, uscì nel 1991 e a detta di Jonathan Scott, ottenne 5K da Kerrang.
Sulla pagina accanto di quel numero della rivista c’era un altro album che ne aveva invece avute 3 di K. Si trattava di “Ten” dei Pearl Jam. Ora, non ho prove che sia vera questa storia, non possiedo quel numero, però ho letto la recensione dell’album dei Jam nell’archivio on line di Kerrang e pure se manca il voto, immagino nascosto per non farsi sparare dal pubblico di internet, in effetti leggendo le parole del recensore, si capisce che non lo fece impazzire.
Sul massimo dei voti ottenuti dai Nightshade, beh, può voler dire due cose: o c’erano ancora molti amici affettuosi dei Q5 e in particolare di Evan Sheeley, tra chi scriveva su Kerrang al tempo, oppure, in effetti, che certi abbagli clamorosi succedevano e succederebbero ancora oggi.
Voglio dire che quello che ora sarebbe un confronto davvero impietoso tra due dischi rock – uno fresco, lanciato verso l’eterno, e l’altro di metal un po’ bleso, appesantito e fuori tempo ancora prima di essere solo pensato, vivendo in diretta quel momento, poteva non sembrare tanto scontato. Pensate che per i Pearl Jam di “Ten”, a Kerrang il recensore denunciava una certa mancanza di “sludge”. Eh?!
Di buono “Dead Of Night” ha qualche ritornello e un raro esempio di class metal horror, un po’ come può essere considerato anche “Dream Warriors” dei Dokken, vale a dire “Somebody’s Watching You”, un incalzante mid-tempo sulla notte di caccia di un vampiro. In effetti, metà dell’album è rivolto a tematiche piuttosto inquietanti, mentre l’altra metà, di cui forse alcune delle canzoni ripescate tra gli inediti dei Q5, sono storie d’amore, sogni di fuga e vita notturna irrequieta, ricordando i ponti, gli specchi incrinati, la luce in fondo al tunnel di un treno per Donington e i ponti esistenziali di Floyd Rose.

