Loudness – I sommersi e i salvati

Ho scoperto solo nei primi anni 2000 che i Loudness, gruppo giapponese di metal melodico anni 80, fortemente influenzato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, non si erano sciolti dopo “On The Prowl”; anzi, avevano continuato a pubblicare dischi per un altro decennio e mezzo, prima con il solo Akira Takasaki a tenere in piedi la baracca,poi recuperando gli altri tre membri della formazione “storica”. C’erano però due brutte notizie per me che ero fan dei Loudness anni 80: Takasaki si era tagliato i capelli, addirittura pareva li avesse persi; e soprattutto il gruppo non aveva più alcuna parentela stilistica con il class metal e l’hard rock che lo aveva reso celebre in Occidente. E cosa facevano i nuovi Loudness, quindi? In “estrema sintesi”, come dicono i fanatici dell’estremismo: si erano dati al nu metal.La mia storia con i Loudness è sempre stata caratterizzata da “abbuffate e caos”. Cosa intendo per abbuffate? Che mi sono immerso da subito in una ricca scorta dei loro dischi, ma senza contare su una guida filologica che mi aiutasse. Mi era accaduto già per il materiale anni 80/90, recuperato quasi tutto grazie a un amico che mi aveva copiato i dischi su cassetta, e sarebbe capitato anche con quello 90/00, recuperato via internet, giga su giga.

Probabilmente la cosa era inevitabile, considerando che quasi tutti, specie dalle mie parti, hanno avuto accesso ai dischi del periodo storico dei Loudness in modo difficoltoso e intermittente. Con “Thunder In The East” la band ha esordito in Occidente, ma prima di quello c’erano già quattro album usciti in Giappone. Sicuramente, negli anni 80, i veri intenditori di heavy metal conoscevano la band prima del 1986 e possedevano magari una copia import di “Disillusion” o “The Law Of The Devil’s Island”, ma i Loudness entrarono nel circuito commerciale europeo e americano solo dopo “Thunder…”

Da lì fino a “Soldier of Fortune” del 1991 fu il periodo di massima esposizione fuori dal proprio paese. “Lighting Strikes”, “Hurricane Eyes” fino ai due album con il vocalist americano Michael Vescera, i Loudness soffrirono alti e bassi, subendo le tipiche difficoltà strategiche del mercato gestito dalle etichette grosse, quelle pronte a fare e disfare l’identità di un gruppo per spingerlo a vendere più dischi o liquidarlo senza pietà dopo aver fallito loro, le etichette, nello scopo.

I Loudness quindi, a partire da “Thunder…”, un signor disco in cui un sapiente produttore, Max Norman, riuscì a “tradurre” il suono e lo stile della band al pubblico di Ratt, Dokken e Motley Crue, senza snaturarla, passarono a manovre più confuse e sempre subite dall’alto senza dire “ma”.

Pensate solo che già nel successivo album, “Lightning Strikes” (uscito in Giappone in lingua madre col titolo “Shadows Of War”) si ritrovarono tra il produttore che voleva restituirli all’originaria crudezza hard rock dei loro album in patria e l’etichetta, la ATCO Records, che imponeva invece un ulteriore ammorbidimento del sound e più inni canterecci possibili.

L’album vendette bene ma non rappresentò un passo avanti verso la consacrazione. Le cose andarono ancora bene con “Hurricane Eyes”, ma per l’etichetta non era ancora abbastanza e così il gruppo, frustrato e in preda al panico, accettò di sostituire il frontman originale, Minoru Niihara, con un vocalist americano, così da avere maggiore appeal verso il pubblico occidentale, perché il problema, a quel punto non erano le canzoni, gli inni, ma la pronuncia infelice di Minoru.

Questo sacrificio li aiutò a guadagnare fan in America ed Europa ma provocò una frattura con quelli giapponesi, affezionati a Niihara e alla line-up classica. In ogni caso, dopo il pasticcio di “On The Prowl”, che prima era stato inteso dalla label come un’uscita interlocutoria per il mercato nipponico e poi venne lanciato come disco ufficiale, le vendite calarono così tanto che Vescera se la squagliò con Malmsteen e Takasaki si ritrovò a dover raccogliere i cocci davanti al grande portone sbattuto in faccia del maledetto mercato occidentale.

Ecco, io tutto quel periodo e gli album usciti negli anni 80, dai primi prodotti in Japan, fino al periodo delle grandi produzioni USA con Max Norman, Eddie Kramen e Andy Johnes, me lo pappai tutto insieme, senza farmi troppe domande su quale disco venisse prima o dopo. Notavo a un certo punto la differenza di vocalist e su un paio di titoli, una maggiore presenza di tastiere stile Van Halen, oltre a cori più frequenti e corposi alla Bon Jovi, ma per dire, ero convinto che “Hurricane Eyes” venisse prima di “Lightning Strikes” perché suonava a tratti più pesante ed ero istintivamente convinto che la progressione possibile dal crudo sound degli esordi via via verso una maggiore sofisticatezza e accessibilità era la sola via possibile per allineare quei dischi uno dopo l’altro. Perché sentissi il bisogno di farlo, non credo dobbiate domandarlo, altrimenti non stareste qui a leggere le mie speculazioni sul metal.

Non essendoci molte fonti d’informazione (l’ultima intervista italiana ai Loudness risaliva ad HM numero 10), vissi per anni il mio rapporto con la loro discografia in modo scriteriato e di pura pancia. Intanto ero convinto che il primo disco fosse “Law Of The Devil’s Island” che invece era il terzo e non sospettavo che esistesse un lavoro molto importante tra il periodo orientale e quello occidentale che mi mancava: “Disillusion”.

Ignoravo che esistessero versioni cantate in giapponese e in americano di alcuni di quei dischi. E c’era pure un EP irrinunciabile chiamato “Jealosy” che recuperai solo nel 2006, grazie al download illegale dell’intera discografia 1981-2006.

Rimasi sorpreso dalla lunga lista di lavori successivi a “On The Prowl”; praticamente dal 1991 i Loudness avevano prodotto e pubblicato più dischi che prima.

Scoprii grazie alla rete cosa era successo tra gli anni 90 e i 2000. Nemmeno l’album omonimo del 1992 aveva mantenuto la formazione di “Soldier Of Fortune”. C’era un altro vocalist e lo stile era decisamente più duro, ma ancora abbastanza incasellato nell’heavy metal. I brani esprimevano quel taglio dark e peso che tutto il metal melodico aveva imboccato per rigenerarsi dopo i successoni del “Black Album” dei Metallica e “Dirt” degli Alice In Chains.

Riascoltandolo oggi, con la giusta apertura mentale, mi accorgo che “Loudness” rientra di diritto nel periodo classico della band e che, per quanto quel titolo dichiarasse fortemente, nonostante i cambi di formazione, l’identità artistica più veridica e definitiva del gruppo, era il tipico urlo compensativo degli album omonimi. Ce ne sono tantissimi intitolati col nome della band e magari c’è una formazione diversa dalla solita e uno stile alternativo che non c’entra nulla con il passato della band stessa e la relazione profonda avuta fin lì con i vecchi fan. Basti prendere “Motley Crue” per capire che, quando un gruppo con un decennio di carriera alle spalle intitola il nuovo album col proprio nome e basta, c’è da aspettarsi il peggio, se si è nostalgici e conservatori.

In ogni caso, “Loudness” è ancora un bel lavoro. Insieme a Takasaki rimane solo il batterista originale, Munetaka Higuchi; gli altri musicisti coinvolti sono comunque elementi molto noti del metal giapponese: Masaki Yamada, ex voce degli Ezo e Taiji Sawada, bassista degli X-Japan.

Tecnicamente è una formazione forse anche superiore a quella classica dei Loudness e l’album è suonato alla grande, ma per i miei gusti manca l’elemento melodico dei dischi storici e non mi pare che l’ispirazione sia alle stelle: Takasaki, come autore dei brani e istrionico solista è meno sorprendente del solito. Avverto la rabbia, la voglia di rimanere in vita, ma non c’è nemmeno un super-ritornello, capite?

Per i fan del periodo classico, “Loudness” è un titolo che possono recuperare tranquillamente e apprezzarlo. I problemi di alienazione iniziano dal successivo “Heavy Metal Hippies”, uscito due anni dopo, vale a dire nel 1994.

Da lì in poi si apre una fase “psichedelica” e come trio.

Ma vi posso anticipare che “Nu Metal” è davvero una cazzo di semplificazione che non rende onore agli sforzi creativi di ciò che restò dei Loudness, nel cuore degli anni 90.

Ovviamente, quando nell’estate del 2006 ascoltai “Hippies…” e poi i vari “Ghetto Machine”, “Dragon”, “Engine”, “Spiritual Canoe” e via di seguito tutti gli altri lavori usciti nel nuovo millennio, me ne allontanai il prima possibile. Non c’era quasi nulla che apparentasse quei Loudness con lo stile dei dischi che me ne avevano fatto innamorare. Questa cosa è pura sofferenza per un appassionato.

Giudicai quei lavori “robaccia modernista” e decisi di archiviarli, riposizionando il tombino di “On The Prowl” da dove l’avevo sollevato, come fine ideale dei “veri” Loudness.

Il resto, se me l’avessero chiesto allora, erano “le cose di Takasaki”, ubriaco di modernismo, che sfruttava il celebre nome della band, per vendere qualche disco in più.

Però sbagliavo a prendermela così e in fondo ora capisco di averlo sempre saputo. Negli anni, qualcosa di quei rapidi e affaticati ascolti di allora mi era rimasto dentro. Sapevo che quei dischi erano qualcosa di più che immondizia volta-bandiera di un reiterato auto-tradimento artistico del grande Akira.

C’era qualcosa nei Loudness anni 80 che mi aveva fatto impazzire di piacere. Non si erano inventati un loro metal e non erano stati in grado di aggiungere quelle declinazioni che avevano preso piede sul mercato negli anni successivi al loro esordio, ma cazzo, ogni volta che si cimentavano in certi pattern creativi, come direbbe Marco Grosso, aggiungevano delle variazioni intriganti.

Avvertivo un senso di freschezza che mancava nelle opere sempre più stanche dei modelli occidentali a cui si rifacevano. Ogni riff o melodia apparteneva stilisticamente ai Rainbow, Dokken, Randy Rhoads e Jake E. Lee, Ratt o Led Zep, ma i Loudness sapevano interpretarla in maniera vibrante, potente, sorprendente.

Non so spiegarlo meglio di così.

Se vi capita di sentirli, potrete dire che non sono niente di speciale, non hanno scritto nulla di unico, indimenticabile. Eppure alcune delle loro canzoni vi rimarranno dentro e vi esploderanno a distanza di tempo, come bombe a orologeria. A quel punto, sarete fottuti. Credo sia in questa capacità di rielaborazione brillante dello stile altrui, il vero genio di Takasaki.

È senza dubbio un grande virtuoso, ma non c’è qualcosa di esclusivamente riconoscibile come “suo”, che si possa dire “ecco Takasaki!”. Persino Richard Benson aveva un suo modo di dichiarare se stesso quando suonava: le spericolate partenze a impennata. Akira no. Però sapeva scrivere assoli meravigliosi e cimentarsi in fioriture tecniche piene di emotività. Non mi succede mai, ascoltando i tapping di “Soldier Of Fortune” o i riff più intricati e simil-Rush di “Devil’s Island”, di annoiarmi o distrarmi. Il mio cuore gode in continuazione.

Non è questo l’articolo in cui affrontare l’enorme discografia successiva a “Loudness”. Lo farò ahivoi, in una serie di pezzi che piano piano mi sono proposto di scrivere, focalizzando la mia e la vostra attenzione in quelle che considero fasi perfettamente definibili e delimitate. Ciò che vorrei dimostrare a tutti coloro che hanno deciso di non avventurarsi negli anni 90 e 2000 dei Loudness, è che di buona musica non hanno mai smesso di produrne e che in alcuni momenti, pur in una veste sonora molto diversa da quella delle origini, hanno raggiunto a più riprese gli stessi vertici di lavori come “Disillusion” e “Hurricane Eyes”.

Perché sono stati e restano grandi musicisti e oltre le apparenze del cambio di stile, considerato un po’ a ragione opportunistico, c’è anche un bisogno costante di rimettersi in gioco e realizzare comunque musica interessante.

Del resto, e questo lo dico rivolto ad appassionati come Giovanni Loria, autore di un bellissimo speciale sul periodo storico della band, pubblicato anni fa su Classix Metal dal Fuzz, (che vi consiglio di recuperare) non c’è nulla di atipico nella condotta di Takasaka. Negli anni 90 si mise a fare pasticci con il groove metal e accolse certe dinamiche ritmiche del Nu Metal.

In fondo però i suoi Loudness sono sempre stati sintonizzati sulle tendenze. Dal primo “The Birthday Eve”, così immerso nell’hard rock dei Rainbow e nella NWOBHM, fino a “Thunder In The East”, tra Ozzy, Scorpions, Accept e i successivi lavori più tastieristici e anthemici, guardando ai Kiss di “Crazy, Crazy Nights” o i Bon Jovi, fino ai Dokken e i Winger per “Soldier Of Fortune”, i Loudness sono sempre stati, nel senso buono, delle puttane del rock. E in quanto tali hanno continuato a praticare questa mimesi trasversale, ricca di ingegno e passione, attratti e ispirati esclusivamente dalle incarnazioni commercialmente più fertili del rock e metal occidentale.

Non è un caso nemmeno che solo nell’ultima decade siano tornati alle origini, in un periodo fatto di reunion, revivalismo e celebrazione degli anni 80. Cosa decidono i Loudness negli anni dieci? Riprendono le giacche con le toppe e alzano in alto le cornine rivendicando i propri trascorsi nell’heavy che contava davvero. In questo continuo cambio di rotta interessato io vedo la sola grande coerenza dei Loudness, nel seguire le ventate d’occidente e offrire a tutto il mondo delle sfiziose reinterpretazioni.

In mezzo ai lunghi cordoni tendeziosi che percorrono la ricchissima discografia del gruppo, io noto quindi un filo rosso che si chiama evoluzione. E per quanto ora ciò che ho scritto vi abbia prodotto un ghigno, se mi darete la possibilità e seguirete le prossime puntate, sono convinto di potervi infilare più di una pulcetta nelle orecchie. Scommettiamo?

(Fine Prima Parte)