Orbit Culture – Quando il metal si scopre fragile

Dove può sperare di arrivare oggi una band che fa metal? Qualche anno fa scrissi un articolo monografico sui Trivium e leggendo le loro interviste, nel periodo intorno al disco “In Waves”, ricordo che dichiaravano di “guardare ai Metallica e di ambire a quel risultato”. A oggi non sono riusciti a ottenere neanche la metà della fama e la visibilità dei loro modelli di riferimento, ma credo si siano accorti, così come molti di noi che seguiamo il genere, che non c’è più un sistema in grado di lanciare una band heavy fino a quei livelli. Hanno smontato le impalcature, rottamato i sistemi di ascesa, svenduto a qualche set cinematografico i sogni di gloria delle band metal. E quindi i Trivium si sono ritrovati in quel determinato punto che gli alpinisti rifuggono in assoluto: quando la parete non consente di andare né avanti né indietro e si resta lì, a farsi gelare il culo dalle narici del vuoto circostante.

Ci sono i Ghost, dirà qualcuno, ed è vero, ma nel loro caso è tutto un rebus. Oggi siamo convinti di poter spiegare il successo di qualcosa attraverso gli algoritmi, le strategie di marketing più audaci e consolidate, eppure è impossibile capire come abbia fatto un gruppo che non è un gruppo, con uno tra i nomi più insipidi e imprendibili per i motori di ricerca (Ghost, cazzo), arrivare non dico al livello dei Metallica, ma a una specie di vetta alternativa.

Questi qui non sono i tempi dei “millemila” dischi venduti. Per riconoscere se un gruppo ce l’ha fatta, bisogna vedere quanto grande è il posto che riesce a riempire. Beh, non mi viene in mente nessun nome recente, in ambito metal, capace di ambire al sold-out di uno stadio, a parte i Ghost.

Si obbietterà che i Ghost non sono nemmeno metal, ma su questo discorso preferisco non dibattere. Il primo album lo era eccome. La cultura da cui i Ghost provengono è quella metallara, che come sappiamo si espande dal retro-rock all’A.O.R. Tutto quel calderone ha riempito per decenni le riviste chiamate “metal qualcosa” e ancora oggi, sui siti specializzati, compaiono band come i Kadavar o i Foreigner, accanto a Slayer e Cannibal Corpse. In un contesto simile i Ghost ammantano tutta la tavolozza dei colori del buio, che vi piaccia o no.

Ma tornando al metro dell’affluenza ai concerti, di sicuro non mi immagino che siano in grado di affrontare un’arena, né ora né in futuro, gli Orbit Culture.
Eppure sento che, le loro ultime dichiarazioni e l’evoluzione recente facciano pensare ancora una volta all’illusione di raggiungere, non dico i Metallica, ma almeno gli Slipknot dei primi anni 2000.

Inutile dire che nemmeno quelle rampe di lancio Nu Metal esistono più. Focalizzare la propria crescita su modelli che hanno raggiunto il successo in anni precedenti al tracollo discografico post-Napster, è e rimarrà un gigantesco errore per tutte le nuove band. Non c’è nulla di male a illudersi, per carità, ma se si vuole crescere in questo nuovo sistema di mercato, le band è ora che affrontino la realtà vera, e non quella di venti o trenta anni fa. Si può ancora ottenere grandi risultati economici, se è questo che si desidera, ma pianificando concretamente strategie su un sistema ben diverso da quello che premiò il Black Album o i Korn a cavallo tra vecchio e nuovo millennio.

Per arrivare a qualche traguardo, bisogna intanto lambiccarsi su come stiano riuscendoci i Ghost, perché sono nati in anni di dowload digitali spinti, di tubi e social e streaming. Sono loro le guide in questa nuova giungla, se si vuole arrivare a qualche forma di “successo”.

Attenzione, non sto dicendo che la non-band svedese sia il progetto più auspicabile da imitare. A me interessa poco se un gruppo desidera la popolarità o l’espressione a ogni costo. Di sicuro però so che avere degli obiettivi, di qualsiasi tipo, siano la garanzia che quella certa band si muova, disco dopo disco, in una qualche cazzo di direzione, anziché rimanere ferma sul posto a celebrare se stessa o emulando qualche idolo del passato, simulandone il volo da fermo.

Nel caso degli Orbit Culture è innegabile che ci sia un cammino di crescita e definizione identitaria; almeno da “Rasen” (per me il primo album davvero interessante) al più recente “Death Above Life”.

E trovo che vi siano dei risvolti imprevedibili, dato il presupposto iniziale.

Se avete voglia di leggere ancora, vi dico di cosa si tratta, (secondo me).

Intanto la città. Eksjö. Diecimila abitanti. Praticamente come partire da Vetralla. Per un gruppo svedese che sia riuscito a firmare per la Century Media è sbalorditivo perché le quattro persone che suonano negli Orbit Culture sono tutte di quel posto lì. Niklas Karlsson, che è il compositore, fondatore e leader massimo, ha detto di aver sfruttato al limite le possibilità offerte da internet, riuscendo a contattare i tipi giusti per gli Orbit Culture in un breve raggio d’azione.

Non stiamo parlando di un paesino pieno di musicisti in fissa col metal, come Bergen. Se pensiamo alle difficoltà che band affermate in grandi città hanno vissuto per racimolare tutti gli elementi necessari, fa specie l’esempio degli Orbit Culture.
Si potrebbe pensare ai Black Sabbath, lo so, ma Eksjö non è Birmingham.

Il gruppo inoltre è cresciuto in popolarità sia pubblicando dischi per proprio conto che grazie all’aiuto di una label americana medio-piccola: la Seek & Strike.

Non mi risulta ci siano stati problemi durante il periodo in cui gli Orbit sono rimasti con la Seek, ma trovo abbastanza sospetto il brano incazzatissimo dell’ultimo album, “Bloodhound”, dove si parla del potere delle etichette e del bisogno di riappropriarsi della forza creativa.

E i termini usati sono piuttosto forti per gli standard linguistici del gruppo. Qualcuno li ha avvicinati agli Slipknot per la gran quantità di fuck in ogni strofa, non a caso proprio per questo brano, paragonato a “Custer”.

In effetti l’attitudine è molto simile. Se guardate il videoclip gore, l’aspetto di Niklas Karlsson ricorda il Corey Taylor del 2008. Ma si tratta di un episodio irruento: “Death Above Life” è una mistura ormai tipica del gruppo.

Di solito un appassionato della mia generazione si sente un po’ estraniato davanti a certe band più recenti. Non tutti i gruppi partono dalla stessa soglia cronologica di riferimento. Ce ne sono che prendono le mosse da nomi per un quarantenne considerati “ancora freschi”, tipo appunto gli Slipknot, e ignorano completamente roba come gli Anvil o i Testament.

Alcuni si affrancano naturalmente persino dalla NWOBHM.

Ho notato che da qualche tempo ci sono band che riproducono la NWOBHM in modo certosino e altre ne risultano praticamente immuni. Parliamo di influenze naturali. Però è chiaro come mai gli Orbit Culture mi piacciano e vi trovi qualcosa per me, al di là dell’interesse puramente giornalistico che ho per loro.

Il leader della band, Niklas, ammette che la vita gli è cambiata da quando ha visto sul tubo, il concerto del 1989 dei Metallica, a Seattle. Da lì la sua musica è diversa. Lui è il chitarrista ritmico e la voce del gruppo. E come i Trivium, per un periodo ha sistematicamente imitato l’Hetfield degli anni 80 nelle sezioni pulite dei brani. È una tendenza iniziata da “Rasen” che ha aperto nuove possibilità espressive al gruppo e soprattutto aumentato l’appeal degli Orbit rispetto all’esordio più estremo di “In Media Res”.

Col tempo la parte vocale pulita è rimasta, ma la perfetta imitazione di James Hetfield  si è via via trasformata in un incrocio con quella di Chester Banninghton.

Invece con la ricerca del riffone stile “Black Album”, gli Orbit hanno rischiato di superare la soglia dell’influenza per divenire spudorati scimmiottatori (il brano “Mirrorslave” sul disco “Nija”).

Oggi l’esempio dei motivi trascinanti da scapoccio dei Metallica 1990 è ancora evidente nella band, ma sommerso in un contesto sonoro più plumbeo, soffocante.

Lo si può sentire soprattutto nel primo vero hit single ragionato degli Orbit Culture: “Inside The Waves”.

L’altro aspetto che “ha camminato”, nel percorso evolutivo degli Orbit Culture è il seguente.

Niklas, fin dagli inizi, è stato anche il fonico e l’arrangiatore del gruppo e negli anni ha inserito un elemento cinematografico. Si ispira principalmente al compositore di colonne sonore Hans Zimmer (suoi sono “Rain Man” e la colonna sonora della nuova saga di “Duel”, ma non avete idea di quanti film che amate abbia musicato).

Beh, per Niklas la sfida è nutrire di suggestioni filmiche il sound egli Orbit Culture e la cosa è intrigante. Sono molte le band che guardano ai compositori per il cinema. Basti pensare agli In The Company Of Serpents, in fissa con Morricone.

Ma nel caso di Zimmer e l’ascendente sul metal degli Orbit Culture non si parla di motivi o di stile melodico. È più una questione di design sonoro. Non è un caso che Zimmer usi pochissime note nei film e le faccia tornare in tutte le salse durante la storia.

Niklas guarda a quello.

Il problema, secondo me, è che farcisce di così tanta roba la produzione, da impedire che un album come “Death Above Life”, esca bene in uno stereo normale. Occorre tipo un impianto di quelli bombastici dei gangstarap per sentire tutto il design dei brani. Prendete un pezzo di rapido effetto come “Hydra”. Ha quel riff stoppato che sembra un peto troppo grande per uscire dalle misere casse dell’impianto della mia auto. E non è giusto. Io in quello stereo ci sento bene il “Black Album” e le produzioni anni Novanta di Terry Date. Non capisco come mai il metal che suona più moderno adotti questi sistemi voluminosi che poi non rendono in casse normali. Solo ascoltandolo in cuffia esce bene.

L’album inoltre è stato mixato da Buster Odeholm degli Humanity’s Last Breath, un progetto che mi ha incuriosito parecchio e sul quale ho scritto. Sembra che Buster sia la sola persona davvero capace di cui Niklas abbia deciso di fidarsi e a cui chiedere aiuto.

“Death Above Life” ha il pregio di una scaletta piuttosto varia, con ritornelli cantabili e un pezzo ricco d’atmosfera e dalla caratura depressiva notevole: “The Path I Walk”. Lo hanno paragonato a “Snuff” degli Slipknot, ma io penso sia meglio. La cosa curiosa è che questo e “Inside The Waves” sono due brani scritti al di là del “progetto Orbit Culture”, diventando canzoni della band, inaspettatamente.

In un tempo di compartimenti stagni come l’attuale, è diffusa la condotta ideologica sull’essere o non essere metal. Le band che fanno il nostro genere preferito, molte di loro, sono ossessionate dal non apparire “abbastanza metal”.

Come ha ammesso Steffen Kummerer degli Obscura, quando lui e gli altri musicisti coinvolti hanno smesso di domandarsi se un riff o una melodia fossero “troppo poco o addirittura non metal, le cose sono diventate più divertenti”. E come per loro, anche chi ascolta, sono certo, se la gode di più.

Gli Orbit Culture mi piacciono perché sembrano aver smesso da un po’ di domandarselo e vanno dove li porti l’ispirazione.
“The Path I Walk” è forse la cosa più metal che abbiano mai realizzato. Lo dico un po’ per provocare e un po’ no. Ho l’impressione che nella band vi siano in fondo dei gran paciocconi, amanti dei bei riff cadenzati alla Bob Rock e melodie talvolta un pochino mielose.

Non fanno i cattivoni, gli Orbit. In questo somigliano agli Amon Amarth. Realizzano un metal estremo equiparabile alle mazze ferrate e le asce di plastica, con l’interno vuoto. Quando colpisci l’avversario in testa emettono una specie di suono spernacchiante, da festa carnevalesca.

Eppure il testo di “The Path I Walk” è davvero tosto. Parla di un uomo che non ce la fa più e che alla fine decide di chiuderla lì. Niklas che nel momento in cui si è reso conto che avrebbe usato quella traccia per un disco degli Orbit Culture, di doverla metallizzare, magari con un finale scatenato stile “One”, ma resistito.

Poi è successo, dopo aver scritto un brano su un suicida, che il padre del chitarrista si è suicidato per davvero. Allora il gruppo avrebbe potuto rinunciare a usare il pezzo, per rispetto o qualcosa del genere, ma tutti hanno concluso che “The Path I Walk”, a maggior ragione, andasse messo in scaletta.

C’è chi si è sorpreso davanti a tanta vulnerabilità del brano, ma io credo che svelare la propria umanità sia la cosa più metal che si possa fare. Suona un po’ retorico ma ditemi allora quanto può essere ridico uno che cerca di apparire più forte di quello che è?

Il metal è coraggio, voglia di battersi, di lottare, ok. Ma per essere dei valorosi guerrieri, bisogna aver paura e la forza di coabitarci, mentre si affronta la battaglia e difendere senza tregua l’immensa fragilità che sappiamo dominarci sotto la corazza. Se siete così, i Manowar vi fanno una sega.