Certo, amico. Uso la tecnologia molto più di altri. Non cerco di fare musica che suoni come quella di una band. Come se delle persone stessero insieme e suonassero qualcosa. Cerco di fare altro. Ecco perché utilizzo effetti speciali per farci sembrare disumani. (Buster Odeholm)
Mi sono spesso lamentato di quanto il metal sia ormai diventato un genere ripetitivo, privo di profondità, sterile, di come non vada più in nessuna direzione da molti anni, accusando proprio le nuove generazioni di non scontrarsi con le vecchie idee ma glorificarle e limitarsi a emulare in modo carnevalesco le gesta creative dei padri. Ci sono decine di miei articoli in cui non faccio che lagnarmi di questo. Ero convinto che qualsiasi sottogenere, anche i più bizzarri usciti fuori nel corso degli ultimi vent’anni (deathcore, djent, metalcore, mathcore, sludge, shoegaze black metal) fossero tutti congelati in un sistema a compartimenti stagni, tutti incagliati in un loop di principi e stereotipi, arresi alle grinfie del tempo e orfani di un mercato quasi inesistente.
Poi un giorno ho deciso di smetterla di fare così. Ho pensato che il metal di oggi non potesse farcela con me, se io continuavo ad analizzarlo e giudicarlo o con la pesantezza della memoria dei decenni passati (decenni che ho per lo più vissuto) o con l’ansia nichilista di un futuro che non vedevo e che forse non avrei mai vissuto.
Ho pensato che un album del 2025 vada affrontato con un approccio più “sul presente”, così come in qualsiasi corso di meditazione ti insegnano che la vita non può scorrere facilmente se continuiamo a stringerla nelle maglie del passato e del futuro. Dobbiamo concentrarci sull’ora e goderci ogni sensazione di quello che c’è.
Ho iniziato a viaggiare attraverso l’opera di alcune band recenti col piglio di un documentarista, cercando di capire il loro mondo e non di imporgli i principi e le usanze del mio. Non sono diventato fan degli Orbit Culture e non stravedo per i Lorna Shore o gli Obscura, qui non c’entra ciò che piace o non piace a me. Se riduciamo il discorso a quello che rientra nei miei principi del piacere, ecco che torniamo al solito vicolo cieco delle referenzialità: niente è più come un tempo; niente sarà più come un tempo. Si fotta il tempo, capite? La vita in fondo è sempre adesso e scorre, nonostante i nostri tentativi di andare indietro o le illusioni di una stagnazione.
Questi ragazzi cercano solo di fare metal per le stesse identiche ragioni che spinsero a farlo i gruppi di trenta o quarant’anni fa; è solo che lo fanno in un’epoca completamente diversa da quella in cui sono venuti fuori i cosiddetti “grandi del genere”. E la loro è una battaglia appassionante e ricca di sorprese, per me. Spero lo sia anche per voi.
Non sto dicendovi che c’è vita oltre il cuoio. Se la pensate così, se per voi il metal è quello dei Megadeth del 1988 o dei Cannibal Corpse del 1991, non cambierete idea. Uscirete disgustati da questo blog e sarete ancora più convinti che ormai le cose siano compromesse. Se però avete voglia di rimettere in discussione le vostre certezze, scoprirete che il metal è ancora vivo e vegeto e sta cambiando pelle, che sotto gli Sleep Token c’è un intero universo in crescita.
Questo cambiamento non vi piacerà, ma cosa c’è di diverso rispetto a quando voi, a quindici anni stravedevate per la Bay Area e i vostri cugini più grandi rivendicavano la NWOBHM, il progressive rock o i primi Black Sabbath? Cosa cambia rispetto a chi amava il thrash e detestava la voce gutturale e il caos delle band death, grind e black? Penso sia impossibile per uno nato nel 1977 godersi dall’inizio alla fine un disco degli Humanity Last Breath, così come c’è, già vent’anni fa non capiva e non ha mai capito e tollerato due canzoni di fila dei Meshuggah o i Neurosis. Arriva un momento in cui la musica si può seguirla solo con il cervello e non più semplicemente col cuore.
Che senso ha? Beh, dipende da ciò che desiderate davvero? Volete continuare a vivere la realtà o preferite tirare su un muro e convincervi che non c’è altro dopo quei mattoni? Se il muro vi piace e vi consola, allora va bene: la consolazione è ciò di cui avete bisogno; il metal come mamma. Io preferisco guardare cosa succede là fuori, nonostante il mio senso di estraneità e di perplessità per ciò che sovente mi capita di ascoltare e scoprire.
Immagino che un gruppo come gli Humanity’s Last Breath siano il futuro del genere e da soli bastino a far collassare un vecchio metallaro. Sono eretici, blasfemi non nei confronti del dio cristiano, ma verso la tradizione del genere stesso. Un tipo come Buster Odeholm parla con tale disinvoltura dei suoi metodi creativi e di come realizza gli album assieme alle sue band-progetti, da rappresentare una specie di eccezione per tanti versi.
Voglio dire che comporre e incidere dischi metal nel modo in cui lo fa lui, usando pesantemente la tecnologia odierna, è molto più diffuso di quanto si ami confessare. I suoni si creano in studio, quello che al tempo di Cyberpunk di Billy Idol sembrò un brutto incubo per l’appassionato di rock and roll, adesso è la norma in qualsiasi studio di registrazione.
Buster Odeholm è semplicemente uno dei più bravi ingegneri del suono che ci siano in giro. Quello che ha imparato gli è servito in primis per creare la propria musica. Prima c’erano dei ruoli ben definiti. Da una parte i musicisti, dall’altra i produttori con una visione e dall’altra ancora dei cazzutissimi ingegneri del suono e degli addetti al mix conclusivo. Oggi tutte queste competenze, tutti questi ruoli ricadono sempre di più su una sola persona. L’underground è anche questo. La capacità di Buster di suonare più strumenti è un’ulteriore elemento che caratterizza i moderni-rinascimentali del nuovo metal.
Immaginate cosa voglia dire saper davvero fare bene tutto da soli. Lui per esempio realizza per conto proprio e molto in fretta qualsiasi idea gli venga in testa. Non deve aspettare il batterista viziato che non si presenta in tempo per le prove (Lui è il batterista). Non paga uno studio con i risparmi di una stagione di lavoro in campeggio (lo studio è suo e riesce a usare creativamente il mixer forse ancora di più della chitarra, che tra l’altro suona benissimo).
L’artista metal moderno è così. Può fare da solo. L’idea di collaborazione, che Odeholm è tornato ad accogliere dopo alcuni anni di totale autarchia, non prevede che lui e un altro si vedano in una saletta e l’uno di fronte all’altro, con i propri strumenti, assemblino dei riff. Buster realizza il brano in studio mettendoci sopra tutto quello che gli piace, poi lo invia a un altro musicista il quale, nel proprio studio, taglia, cuce e restituisce il brano per come ha sentito il bisogno di cambiarlo ed editarlo. Sembra più una roba da dee-jay che da musicisti metal. E non è un caso che sempre più spesso, tra i gruppi svedesi estremi, si citi Avicii, il genio in grado di rivoluzionare il mondo delle produzioni pop ed è morto suicida in giovanissima età. La collaborazione tra artisti metal è sempre di più, almeno nell’ambito dei gruppi djent e death-core o black-death-core, una sovrascrittura collettiva, in cui le idee di un primo compositore non sono abbozzate e sviluppate assieme ad altri, ma definite e arrangiate, fino al momento in cui qualcuno subentri e intervenga, decostruendo e potenziando la medesima visione.
Buster Odeholm non si atteggia da rivoluzionario, è solo un figlio del proprio tempo, amante del metal e autore metal, che ammette con candore quali sono i sistemi che usa per realizzare dischi e per forgiare quelli di tanti altri gruppi. Non ha problemi se non viene neanche considerato parte della scena.
Non credo sia un caso se gli Humanity’s Last Breath manchino dall’archivio di Encyclopedia Metallum, per dire. Se ascoltate i loro album è indubbio che si tratti di un gruppo davvero pesante, con influenze black, doom, djent e death, ma quel sito li snobba. La cosa mi ha reso molto più difficile scrivere questo articolo, visto che ho dovuto recuperare i dati per vie più scomode e vi confesso che Encyclopedia è una manna per individuare un albero genealogico delle varie line-up e cose del genere. Se lo fate con Wikipedia vi si intrigano gli occhi.
Nel caso degli Humanity, la line-up è tipicamente un andirivieni di gente, ma è chiaro come il gruppo stia diventando solo di recente qualcosa di più collettivo di un progetto con dei turnisti. Filip Danielsson, il vocalist attuale, aggiunto in via ufficiosa dall’EP Detestor del 2016, è diventato via via rappresentativo per l’immagine della band, ma ammette di non intromettersi troppo. Cerca solo di offrire la performance più alta possibile per Buster, sia in studio che live. Un altro, Calle Thomér, chitarrista dei Vildhjarta (altra band di Buster Odeholm) si unisce al gruppo solo dal vivo.
I Vildhjarta sono stati fondamentali per l’evoluzione degli Humanity’s Last Breath. Odeholm però con loro però si limita a suonare, produrre e mixare, traendo ispirazione dal genio del loro fondatore, Daniel Bergström, e trarre ispirazione dalla loro musica per la propria. Li considera un’influenza totale e si dichiara loro fan numero uno. Unirsi a loro è un sogno che si ripete di anno in anno, ma paradossalmente non offre alcuna idea. E ancora più paradossalmente, nei Vildhharta non c’è più nessun membro originale e sono ancora in giro; sempre che qualcuno lo noti. Come è totalizzante per gli Humanity e in gran parte per i Thrown, così Buster è assolutamente marginale nella fase creativa dei Vildhjarta e sembra voler continuare a esserlo anche ora che il suo spazio di manovra, viste le ultime defezioni, sia diventato ancora più ampio.
Non voglio raccontarvi la storia degli Humanity’s Last Breath né dei Vildhjarta, anche perché in fondo c’è poco da dire a riguardo.
Mi concentrerò su cosa fanno per esistere. Da sempre attraversano una fase virtuale quando avviene il processo creativo e diventano tangibili dopo, nella fase dei tour. Si esibiscono nei festival, suonano alla grande e tutto il resto, ma se andiamo dietro le quinte ci accorgiamo che non è esattamente lo stesso gruppo che ha inciso gli album, intendo nessuno di essi.
Non c’è un gruppo che si vede in saletta. Forse abbiamo bisogno di immaginare cose del genere, ma nel 2025 è possibile rinunciare alla cantina, alla puzza di muffa, a dover sopportare le cazzate del cantante che arriva sempre tardi e l’atteggiamento chiassoso del batterista, che improvvisa fill mentre cerchi di parlargli.
Le cose avvengono a distanza nel silenzio della mente di Buster, partorendo tutto dal suo computer. Può non esserci più un chitarrista che incide le proprie parti dopo averle inventate strimpellando e svisando in cameretta. I riff si possono creare direttamente su un programma di scrittura nel PC. Non è più necessario farlo passando dalle proprie mani, e la cosa interessante è che bypassare i propri limiti tecnici e i vizi immaginativi nell’improvvisare, può rendere indipendenti creativamente e contribuire a tirar fuori dei riff diversi dai soliti che escono fuori. Il problema sarà dopo, quando bisognerà imparare a suonarli, scoprendo che certi legati tra un do basso e un mi cantino sono praticamente impossibili senza farsi venire una paresi alla mano.
La musica degli Humanity’s Last Breath è realizzata così. È tutto ciò che oggi la tecnologia può permettere di fare a chi desidera comporre la nuova versione dell’apocalisse non passando dal solito sentiero analogico-sociale. Ed è il solo modo per aiutare il genere a proseguire il proprio percorso, arrendersi alle macchine, come è sempre stato per qualsiasi forma arte nel proprio cammino evolutivo.
Album come Abyssal o Ashen rendono bene l’atmosfera della fine di tutto. Se chiudete gli occhi e vi lasciate ispirare dal groviglio minaccioso e strisciante delle composizioni, vi sarà facile calarvi in un sottosuolo viscido e pestifero. Anche i testi berciati dal timido Filip Danielsson sono perfetti per questa visione fatta di macerie, disperazione e cataste di corpi immobilizzati nell’indifferenza di dio, senza che dei vitalistici vermi brulichino al loro interno e li facciano decomporre.
L’idea delle carogne e degli insetti che pasteggiano con i morti è in fondo una promessa di rilancio, l’ennesima ripartenza del ciclo vitale. Gli Slipknot paragonavano i propri fan sotto al palco ai maggots, i vermi immersi nell’intestino di un cadavere, ma quello, nonostante sia orrendo concepirlo per noi umani, è un nuovo inizio per la natura.
Nel mondo degli Humanity’s Last Breath è come se non esistessero più mosche, larve o altro. A leggere le strofe mentre Filip erutta e blurpa conati di vomito esistenziale, sembra di ascoltare Leopardi all’apice del suo pessimismo cosmico che declama le sue allegrezze mentre la terra, come un palcoscenico devastato, viene smantellata da gigantesche mani demoniache, mentre la voce, i sussurri, i lamenti gutturali di Filip, solfeggiano sardoniche accuse contro la razza più stupida e cieca dell’universo. L’uomo è al suo ultimo respiro. Qualsiasi cosa faccia per salvarsi è causa accelerante della propria rovina: il suo destino, spogliato dagli orpelli retorici e dalle vaghe illusioni oniriche date dai sensi e dalle filosofie, è da sempre destinato a sollazzare dio con la propria idiozia. La carne è debole, sadica, la ragione si dissolverà per sempre. Il vecchio laboratorio di dio chiude e qualcuno butterà le chiavi nel cesso di Sauron.
Non immaginiate il solito paccottame di death/black metal brutale e iper-tecnico. Qui c’è una componente cinematografica molto evocativa dove trovano spazio la brutalità, la dolcezza, la disperazione e il rimpianto. Buster può sorprendervi con uno struggente coro bulgaro a metà tra il pippero e un genocidio (Instill); Satana può pizzicare le sue gigantesche viscere, rivisitando in una versione irruenta della sigla di Seinfeld al contrario(Cit) (Like Flies) o sarete travolti da emersioni sinfoniche degne di un kolossal, che vi affogheranno il cuore tra i flutti inviperiti di una tempesta black metal (Tide).
Gli album degli Humanity’s Last Breath sono di certo ostici e per goderseli vanno affrontati a piccoli sorsi. Si tratta di una produzione così ridondante, bombata di effetti e rifinita da aggredire il cervello da troppe direzione. Dopo un po’ ammetto di essere frastornato e di dovermi fermare. Ho bisogno di reimmergermi di tanto in tanto per poter carpire quello che Buster infila in ogni brano. Sicuramente è troppo scandito, squadrato, come tutto ciò che si crea al PC, ma non mi impedisce di sprofondarci dentro.
Vorrei anche parlare del tipo di chitarra che Odeholm usa per inventare i suoi riff, quando decide di passarli per le dita. Non c’è un’accordatura standard e non c’è nemmeno una disposizione normale delle corde. Lui è mancino e ha praticamente progettato una chitarra su misura per le cose che scrive al computer. Ho visto alcuni filmati sul tubo e chiaramente con quell’attrezzo non ci potreste suonare il riff portante di Painkiller senza farsi venire un embolo all’occhio, ma questo impedimento è una benedizione se si vuole davvero intraprendere un percorso differente dal solito metal.
Gli Humanity’s Last Breath vengono dai Meshuggah e da un gruppo canadese chiamato Ion Dissonance, ma già dopo il primo disco le cose si sono evolute. E sebbene molti critici considerino l’omonimo del 2013 come il capolavoro del gruppo e più si vada avanti, più implorano la band di tornare ai livelli almeno di Abyssal o di Välde (dopo averli contestati al tempo della loro uscita) è chiaro che Buster stia ancora sviluppando la propria idea e non si fermi nemmeno ad Ashen, dove si registrano più ritornelli dark. Già nel recente nuovo singolo Antracite, uscito come assaggio del disco che verrà, è chiaro che il suono seguiti a cambiare e che il riff portante sia sempre meno decisivo per la struttura di una canzone.
La maggior parte dei riff basati sugli accordi o in stile black metal li ho creati improvvisando e li ho inclusi nell’album Ashen. I riff staccati e più tecnici però continuo a costruirli in studio, nota per nota. Non sei limitato dalla tua abilità nel suonare. È il contrario. Devi impararli una volta che li hai creati. E questa è la parte difficile. Se li ascolti puoi accorgerti che non eri in grado di prevederli finché non ti arrivano all’orecchio. I riff che non puoi davvero prevedere sono quelli che vengono costruiti nota per nota. Sono pensati per suonare disumani. Uso degli strumenti tecnologici per raggiungere questo obiettivo. Sono un essere umano, quindi ho bisogno di questi strumenti per trascendere me stesso come essere umano. Buster Odeholm.
Mi ha molto sorpreso di come gli Orbit Culture, il cui ultimo disco è stato mixato proprio da Odeholm e su cui pubblicherò qualcosa a breve, considerino una notevole fonte d’ispirazione la colonna sonora di Dune e il suo autore, Hans Zimmer. Lo stesso è venuto fuori in un’intervista a Buster. Anche lui vede quel film come una svolta, proprio per il lavoro sul tessuto sonoro associato alle immagini.
Sia lui che Niklas Karlsson dei Culture sono entrambi dei topi da studio e principali creatori delle rispettive band. Si registrano e mixano da soli gli album. E parlano di Sound Design e di quanto sia proprio la creazione di uno sfondo cinematografico, la base di partenza delle proprie creazioni, da un po’ di tempo a questa parte. Sopra ci mettono riff black, djent e via così, ma sono le vivande da appoggiare su una tavola musicale creata usando suoni innaturali da studio.
Nel caso di Niklas il metodo compositivo è ancora classico: una base ritmica in quattro quarti su cui incidere dei riffoni in stile Metallica. Buster invece va molto oltre. Talvolta sembra di sentire black metal e death metal in un ordito dubstep.
Non sto dicendo che si tratti di metal industriale. La sfida degli Humanity, come avete letto dalle citazioni che ho riportato, è di tradurre tutto organicamente e portarlo sui palchi. Usano la tecnologia per rendere al massimo l’atmosfera incisa nei dischi e creare qualcosa di diverso, ma si fanno un culo così per suonare poi fisicamente quelle idee. Non siamo dalle parti dei gruppi anni 90, così pieni di campionatori da non toccare quasi più nulla sul palco. Qui c’è una band che suona con grande intensità qualcosa che ha realizzato senza passare dalle mani, faticando per restituirla alla terra dall’iperspazio digitale.
Per dire, Buster ha ammesso di aver usato una batteria vera solo per l’ultimo album. Conosco gruppi che non ammetterebbero nemmeno sotto tortura di fare lo stesso, perché temono la reazione dei loro fan.
Ogni nuova generazione si avvicina alla tecnologia con maggiore disinvoltura. La comprende prima di noi e la usa in modo più spregiudicato, senza farsi menate moralistiche. Ciò che sta capitando con il mastermind degli Humanity, poteva succedere da prima, però nel metal c’è sempre stato un atteggiamento chiuso nei confronti di ciò che la tecnologia ti permette di fare: correggere gli errori, simula perfettamente qualsiasi strumento e amplificatore d’epoca, trasforma una voce qualsiasi in quella di un super-cantante. I metallari si guardano dall’approfittare di tutto questo e nel caso, non ammettere di aver peccato.
Ora c’è una nuova generazione che invece usa le possibilità offerte dalla tecnologia per comporre roba pazzesca, spingere al limite la propria immaginazione senza rinunciare alla sfida di tener testa alle macchine e lo dice chiaramente.
Quello che, ascoltando nei podcast o sul tubo delle interviste a Odeholm mi delude, è quanto le domande vertano sulle metodologie e le tecnologie che lui usa per forgiare i brani degli Humanity, trascurando completamente i contenuti dei dischi. C’è un messaggio molto forte, una visione che musica e parole trasmettono con grande efficacia e nessuno sente il bisogno di parlarne con Buster. Sembra che tutti siano più affascinati dal come che da cosa e qui posso individuare l’indizio di un peggioramento rispetto al passato, se proprio non resisto.
Sono tutti molto interessati alla strana forma della sua chitarra o ai programmi usati per incidere le voci, alle difficoltà tecniche per trasportare tutti quei sample sui palchi, ma è come se non dessero peso alla parte genuinamente creativa, che per me è il fine ultimo di ogni conversazione con un artista: che cazzo vuoi dire e perché cazzo vuoi dirlo. I dischi degli Humanity’s Last Breath ci mostrano le ceneri di ciò che stiamo bruciando ogni secondo e noi parliamo con Buster di pod, Guitar Pro e Doble-pitch? O se un riff è abbastanza Thall o no?
Sapete cos’è il Thall, vero? Ehm…

