Originalità? No grazie!

Misteri di fine anno: invece di fare alla vecchia maniera una classifica (penai parecchio per quella del 1969) m’ha incuriosito l’appunto d’un lettore sull’ultimo articolo: un brano dei Wings of Steel sarebbe troppo simile a un gioiello dei Maiden contenuto in quella corona di delizie che è “Somewhere In Time”. Interessante, perché nella musica oltre la citazione furba e quella dotta, ci sono il plagio clamoroso e quello sottile, ma penso la cosa possa esser vista da altre prospettive se si pongono domande sul senso.
Posto ci sia un plagio, se i Wings of Steel invece avessero citato l’orrendo “No Prayer for the Dying”, sarebbe stato meglio perché le citazioni sono meno derivative?
Il rapporto col materiale altrui è curioso: “Taurus” degli Spirit è più bella di “Starway to Heaven” mentre Eleonor Rigby è meglio nella versione dei Realm. Invece brillano in modo diverso la “Mexican Radio” dei Celtic frost e quella dei Wall of Voodoo.
Altra questione: meglio l’originalità o l’efficacia espressiva, ovvero meglio i !T.O.O.H.! o gli AC/DC (risposta: dipende). Ancora: quanto è possibile migliorare materiale originale scarso e peggiorarne uno eccelso? Cominciate a pensare ai confini fra le cose, ora c’immergeremo nell’attualità.

Il nostro Metal ha fama d’avere un pubblico restio al cambiamento; è in parte vero, ma la tragedia autentica oggi è il rifiuto dell’originalità, non una nostra prerogativa. La tristezza di vedere il pubblico che non comprende scelte insieme melodiose e originali, è un fenomeno che mai avrei previsto di vedere, il contrappasso di un terzo di secolo fa.

Sapete, c’è una legge spirituale che fa si che gli effetti d’un evento si manifestino come tali con quella distanza di tempo. Appunto all’inizio dell’età oscura venne rigettata la melodia come forma d’intelligenza e relegata a Pop e Dance; in questi anni venti, chi la ripropone perde soldi. Ecco una serie d’esempi.

Allo scioglimento dei mediocri Morbus Chron, il loro condottiero Robert Andersson fece seguire il progetto Sweven, erede spirituale del gruppo. Seppur coronato da una delle più belle copertine degli ultimi decenni, “The Eternal Resonance”, col suo massiccio eppur fluido doom-death progressivo originale e ispirato, cede come numero d’ascolti e vendite rispetto ai risultati dei predecessori, quando in relazione all’originalità e l’audacia creativa, doveva essere il disco del successo.

Si tratta d’un lavoro maturo per suono e composizioni, che pesca nel passato scandinavo a favore di un raffinato lavoro di auto-analisi, base teorica di musica stupenda; ciononostante, il pubblico non ha apprezzato.

In campo Doom intristiscono i casi di Tribulation di “When Gloom Becomes Sound” e gli Elder di “Passage”: quando i gruppi hanno raggiunto la maturità stilistica e una capacità espressiva più compatte, anche a loro all’atto di porgerle al pubblico con mezzi migliori, buona parte di esso gli ha voltato le spalle.

Nel caso dei Tribulation, uno spettro sonoro che viaggia fra il gotico, progressioni barocche e il black’n’roll è stato rigettato, riportandoli alle radici più amorfe nel mediocrissimo seguito; agli Elder l’abbandono della moda del suono sporco ha fatto perdere pubblico, col loro disco più progressivo eppur melodico. Spero non perdano la voglia di continuare.

Se il metal piange, il Rock non ride, con l’esempio più orrendo: uno dei “misteri” dell’ultimo decennio è il crollo di popolarità occorso ai Greta Van Fleet col loro ultimo disco.
Avevo notato una tendenza all’aumento dell’originalità nelle loro uscite, finché “Starcatcher” ha mostrato le consuete fonti di riferimento, ma finalmente in modo autonomo. Per anni ho preferito non esprimermi sulla diatriba “viva-abbasso i cloni”, ora verrebbe da parafrasare Nanni Moretti: è inconcepibile che il loro disco meglio registrato, suonato, composto e arrangiato abbia visto un crollo rovinoso di vendite e ascolti, facendo passare agli squali dell’industria il messaggio che “noi ci meritiamo il peggio”.

Riprendo la questione del lettore con una domanda a tutti noi: perché i musicisti dovrebbero rischiare simili risultati ai danni della loro fonte d’introito? E perché cercare la pagliuzza in mezzo a travi d’altra portata? Nel grande sfacelo il Metal pecca di coraggio, il Rock è inconcludente, il cielo appare tempestoso dopo il manto grigio degli scorsi decenni.

Eppure ci sono buone notizie. Non mi aveva mai del tutto convinto Sam Fender; ma il biondo anglosassone dall’aspetto di perenne adolescente, quando ha dato in mano a sua maestà Adam “Granduciel” Granofsky la produzione del suo recente “People Watching”, ha avuto ragione.

Il risultato è più simile a un disco dei The War on Drugs, dove le pulsioni hard melodiche e New wave del nostro vengono concretizzate da chi le ha strutturate in oltre un decennio in un flusso fieramente ottantiano rinnovato dal gioioso incrocio con le propulsioni senza fine dei Neu!

Come ciliegina si può risentire il Sax di Tim Cappello (rimando anche all’ottima pellicola, “The Lost Boys”, in cui appare muscoloso e oleoso nella sequenza del concerto). Speravo che l’apporto del grande musicista avrebbe colpito con la forza d’un ariete le fortezze delle classifiche già abbordate da Fender, innescando l’attesa riscossa. Il disco veleggia ruffiano fra pop odierno e rimasugli Oasis, ma senza gli psicodrammi dei Pulp, che qualcuno ipotizzerebbe come punto d’incontro ideale fra tutti gli elementi, ma intanto fa risultati visibili e udibili a tutti.
Che possa essere una ripartenza audace, perché osare è bene, perché si può solo ardire e non ordire in un mondo che non è un pranzo di gala.