Dead Winter Dead – L’inverno dei Savatage

Nel novembre del 1995 cominciarono i negoziati di Dayton e con essi finì la guerra tra Bosnia ed Erzegovina. Un mese prima i Savatage avevano pubblicato “Dead Winter Dead”, un concept ambientato nella città di Sarajevo durante il conflitto. Oggi che ci ripenso trovo davvero singolare la situazione della band, allora. Insomma, si discute se siano o meno i “veri” Pantera a far concerti e qui in effetti, della formazione storica non era praticamente rimasto nessuno. Anche adesso, assistere alle esibizioni della line-up di quel periodo ma senza i fratelli Oliva, nel tour reunion appena concluso, il ritorno dei Savatage pare un evento paragonabile al cerimoniale funebre senza fine del gruppo che rende omaggio ai Death di Chuck Schuldiner, con tutto il rispetto.

Il gruppo in effetti non doveva più esserci dal 1993. E va detto che tra gli Oliva era stato un “vola giggino e vola giggetto” ben prima che le cose divenissero irreversibili. All’indomani di quello che oggi è considerato l’apice della stagione operistica dei Savatage, ovvero “Streets”, Jon aveva lasciato il gruppo perché stanco e ormai allo stremo come cantante. Criss divenne il leader assoluto a partire dal 1992 ed “Edge Of Thorns” di fatto è rimasto il suo testamento, dato che morì nell’incidente qualche mese dopo l’uscita di quel disco.

Perso il fratello, Jon si convinse inizialmente che non ci sarebbero più stati i Savatage; non ne avrebbe nemmeno voluto sentir parlare. Nel 1994, quando uscì “Handful Of Rain” con Alex Skolnick alla chitarra e Oliva a far da “regista”, avrebbe dovuto essere solo un commiato a Criss e a tutto ciò che i Savatage erano stati però la band sembrava tutt’altro che in fin di vita. A sentire Jon quel disco fu il solo modo per tenere insieme ogni suo pezzo e non disintegrarsi nel ricordo del fratello scomparso. Per quello ci sarebbe stato tempo, in ogni caso.

“Handful…” non fece impazzire il mondo e il gruppo stesso non aveva le idee chiare sul da farsi. C’era però già in boccio questo concept di Paul O’ Neil su una storia d’amore a Sarajevo che piaceva moltissimo a Jon.

Sapete chi è Paul O’ Neil, giusto? Fu il produttore e paroliere del gruppo da “Hall Of The Mountain King” fino a “Poets And Madmen”. Di lui si dice bene e male. Da una parte salvò i Savatage dal vicolo cieco di “Fight Of The Rock” e dall’altra, a sentire i fan della prima fase della band, quella più rocciosa e diretta di “Power Of The Night” e “Sirens”, riuscì a rilanciarli e distruggerli assieme, snaturandone la vera essenza metallica e trasformandola in una improbabile versione metal dei musical di Broadway.

La band aveva preso l’abitudine di creare e incidere le canzoni di “Handful… di notte e nelle pause capitava che guardassero tutti assieme, passandosi una bottiglia di qualche veleno mangia-fegato, servizi sulla guerra in Bosnia. Tutto questo e probabilmente anche l’omicidio di Falcone e Borsellino, fatto che aveva colpito parecchio la sensibilità degli americani e in particolare quella di Jon, da simpatizzante italiano d’origine, portarono Oliva a decidere di fare ancora un altro album dei Savatage e incentrarlo sulla storia di O’Neill ambientata a Sarajevo. Jon sentiva il bisogno di realizzare un disco che dicesse qualcosa d’importante e che conducesse la musica nel cuore sanguinante della vecchia Europa.

Quando lo ascoltai, nel 1996, dopo che in Italia le riviste specializzate lo avevano premiato come album dell’anno, confesso che non riuscii a capirlo granché. Mi rendevo conto che era ottima musica e che rappresentava qualcosa di diverso rispetto ai classici album heavy metal tradizionalisti, ma non mi soddisfaceva del tutto. Intanto avevo l’impressione che fosse troppo lento e pieno di ritornelli che sarebbero stati bene in uno degli ultimi dischi ultra-ruffiani di Bon Jovi. Inoltre la componente più sinfonica e progressiva era praticamente basata su partiture classiche già esistenti e non riuscivo a integrarle al resto dell’opera.

Le canzoni più movimentate, come “Starlight” o la title-track, avevano qualcosa di greve che non faceva mai davvero decollare l’aspetto più feroce del disco. Al contrario le canzoni atmosferiche e da accendino, come “This Is The Time (1990)”, “One Child” o “Not What You See” risultavano molto più convincenti.

L’impressione generale però era che si trattasse di un gruppo notevole e che avrei dovuto misurarmici con pazienza e umiltà, se volevo capirlo e godermi ciò che faceva. Oggi sembra ridicolo. Chi di noi, davanti a un disco che esce ora la penserebbe così? Eppure io da ragazzo, con un nome come Savatage, che tuttavia percepivo come minore rispetto a Iron Maiden, Priest, Saxon e Metallica, che era elogiato da chi se ne intendeva più di me, da chi ne sapeva di più, fui propenso a sospendere giudizi affrettati e ascoltare con il cuore aperto, con rispetto e amore anche quel primo assaggio. Immaginavo che “Dead Winter Dead”, per quanto non mi colpisse nell’intimo, magari, rappresentasse ancora l’essenza di un gruppo che aveva raggiunto altri apici, che presto avrei ascoltato lavori precedenti che avrei apprezzato alla grande. Di riflesso sarei tornato a “Dead…” e mi si sarebbe sciolto il gelo che provavo dentro nell’ascoltarlo.

Ora posso affermare senza grandi problemi che non è mai stato un vero capolavoro e che le mie perplessità erano legittime, nonostante fossi più ignorante e insicuro nei miei gusti. E non mi sorprende che in giro per la rete siano “cicciate” parecchie recensioni poco entusiaste nel corso degli ultimi vent’anni. In Italia siamo ancora lì fermi a cosce aperte con i Savatage, ma all’estero non adorano “Dead Winter Dead” e per quanto qui si scrivano retrospettive sentimentali su di esso, ho riscontrato un crescente ridimensionamento di quell’album persino da noi, almeno rispetto alle cose precedenti del gruppo.

Non sto dicendo che allora fosse tutta un’impostura. Immagino che nel 1995, per gli amanti del metal classico questo disco giganteggiasse e fosse una manna. C’erano solo i Rage, gli Heavens Gate e i Running Wild a tirare avanti la carretta e non si poteva immaginare che di lì a poco sarebbero definitivamente esplosi gli Stratovarius, i Blind Guardian, gli Iced Earth, gli Hammerfall e tutta una nuova legione trueista  nostrana.

Mi sorprende riandando a ciò che ho scritto all’inizio, come il pubblico italiano accettasse già nel 1995 un’incarnazione del gruppo così “turnistica”.  Jon era la mente dietro a tutto e l’architetto delle musiche, d’accordo, ma di fatto il suo ruolo nel disco era quello di uno special guest. Il batterista storico, Steve Wacholz, pur avendo suonato a detta di Oliva alcune parti nel disco non accreditate, era anche lui fuori dai giochi. Lo avrebbero trascinato sulla scena i Crimson Glory, ma fu una specie di imbroglio di cui ho scritto tempo fa.

L’impegno di Oliva nei Doctor Butcher, gruppo avviato prima ancora della morte di Criss, quando si era tirato fuori dalla formazione attiva dei Savatage, avrebbe dovuto sfogare un aspetto più metallico e giocherellone del musicista, cosa che nella band madre non gli era più possibile. Questo sicuramente tolse a “Dead Winter Dead” ancora più mordente, secondo me.

Inoltre, quando un artista inizia a canalizzare le proprie esigenze creative in diversi progetti, trova maggiore sfogo in generale ma evita di risolvere un problema irrinunciabile nel regno dei grandi, vale a dire quello di far convivere in un solo contesto creativo tutte le anime emotive che lo possiedono. Il segreto di ogni capolavoro risiede nell’equilibrio di forze contrastanti, nell’armonia conquistata dopo una dura battaglia e mi pare che Oliva in “Dead Winter Dead” dovesse aggiungere un po’ di movimento solo perché era previsto che fosse così, ma non era mai l’aggressività la componente portante. Nulla di male di per sé, però questo spiega come mai rimasi deluso da un album che mi era stato presentato come “heavy classico” e invece era piuttosto romantico e le cui impennate boriose e fughe in controtempo guardavano più alle sinfonie dell’Ottocento che al power dei 20 anni precedenti.

“Dead Winter Dead” uscì nonostante il mercato del rock anni 90 non contemplasse un gruppo come i Savatage e onestamente non so come andò. Jon agli inizi del 1996 si vantò con l’intervistatore di Metal Shock, Pino Magliani, che l’Atlantic non solo puntava ancora sulla band ma non badava a spese per essa. Eppure il rapporto lavorativo si esaurì proprio dopo quel disco, segno che i livelli di vendita non erano stati soddisfacenti per una major.

Nonostante questo i Savatage non si fermarono e pubblicarono ancora un paio di album prima di fermarsi sul serio, perché, parole di Oliva parecchi anni più tardi, “non guadagnavano abbastanza per andare avanti”.

Perché questa risposta in barba a tutta la retorica sentimentale sulla morte del fratello Criss e quindi dell’anima vera dei Savatage? La risposta iniziamo a trovarla proprio in “Dead Winter Dead”. Le rielaborazioni strumentali in chiave heavy presenti lì, vale a dire “Mozard And Madness” e Christmas Eve (Sarajevo 12/24) portarono alla nascita della Trans-Siberian Orchestra, con la quale sia Jon che Paul O’Neill fecero finalmente i soldi veri. Quella prospettiva di successo li portò a capire come stanno le cose quando un prodotto funziona davvero e quando invece tira avanti per via del cuore e della testardaggine, oltre ad alterne fasi di fortuna, ovviamente. Da qui la scelta di chiudere una volta per tutte la pratica Savatage adducendo ragioni economiche. Lo so, adesso si parla di un ritorno discografico effettivo, ma è incentrato su una serie di rimasugli di magazzino del prolifico Oliva e senza dubbio si tratta di un buon momento per un paio di tour, anche se tutto sarà ancora una volta realizzato da interposte persone.