Discografia commentata dei Savatage

(con 11 ragioni per cui sono così amati)

Il concerto dei Savatage all’Alcatraz del 24 giugno ha lasciato un segno. Sia i live report “professionali” che i commenti social degli spettatori comuni hanno parlato di magnificenza, commozione, concerto della vita. Niente male per una line-up che non vedeva sul palco alcun esponente della formazione originale. Forse è stata anche una data particolarmente fortunata, visto che è stata interamente pubblicata online e rilanciata a livello internazionale. Insomma è stato un piccolo evento, o anche un grande evento nel circolo dei metallari un po’ agée, cui il sottoscritto ha avuto il dispiacere di NON poter partecipare per motivi indipendenti dalla sua volontà.

Per l’occasione mi ero tuttavia fatto il ripasso di una discografia già del resto ben conosciuta, e con atteggiamento un po’ da cuckold sfrutto la scia di attenzione di un evento non vissuto per riflettere sui motivi dell’affetto generalizzato per un gruppo che gode di uno status pressoché unico – mi pare – nella storia del metal: molto meno ricchi e famosi di altri, ma universalmente rispettati e amati visceralmente da non pochi.

Per farlo scelgo la controversa e modaiola formula della discografia ripercorsa from worst to best: alcuni la detestano, da parte mia confesso invece una certa inclinazione verso la sua dantesca struttura di ascesa alle stelle.

Per non confondermi con un redattore qualsiasi di Louder Sound la faccio però in forma temperata di testo continuo, cosicché il lettore è portato a seguire il filo del discorso anziché limitarsi a dissentire aspramente sui numerini in classifica messi da quello stronzo incompetente che scrive. Qua e là spunteranno i motivi per cui i Savatage sono così amati.

Partiamo infatti dal dire che : 1- i Savatage sono amati perché hanno saputo fermarsi in tempo. Non hanno cioè mai sbracato tipo Manowar, non si sono trasformati in infinita fotocopia di sé stessi tipo Kreator né hanno fatto entrambe le cose in tempi diversi tipo Queensryche. Magari lo faranno d’ora in poi con la reunion, ma scelta saggia è stata non dar seguito per un quarto di secolo a Poets and Madmen (2001), che forse un po’ a sorpresa ruba qui l’ultimo posto all’ovvio Fight for the Rock su cui torneremo a brevissimo.

Come detto il disco non è un disastro, e anzi fu ben accolto al momento dell’uscita: un momento in cui era finita l’ondata power metal e ancora doveva iniziare tutto ciò che può essere racchiuso sotto l’etichetta New wave of traditional heavy metal.

Un disco dei buoni vecchi Savatage depurati dagli eccessi narrativi dei precedenti e col ritorno di Jon Oliva alla voce pareva un modo ben più che dignitoso di tenere alta la bandiera del metal vero in mesi nei quali spopolava Hybrid Theory dei Linkin Park.

Il fatto è che Jon qui fa più lo Stevens che se stesso, ovvero canta in modo sempre preciso ma poco personale, senza gli stridori ma anche senza gli ardori del passato. E il ritorno alla forma-canzone andrebbe benissimo se soltanto ci fossero, le canzoni. L’unica degna di ricordo oggi è – prevedibilmente – la lunga Morphine Child, peraltro assai diseguale e con la ripresa del modulo contrappuntistico di Chance ormai fatta più per onor di firma che per vera ispirazione.

Il fatto che nel tour della reunion l’album venga saltato a piè pari vorrà pur dire qualcosa: l’unico altro cui tocca questa sorte è infatti il sopracitato Fight for the Rock (1986), rinominato Fight for the Nightmare dai membri della band.

Premettendo che, come si vedrà, abbiamo qui un debole per il metal anni ’80 anche in tutte le sue degenerazioni, a Fight… oggi si vuol bene come a un figlio un po’ scem… ehm, problematico, che se non altro aggiunge tensione narrativa alla storia di un gruppo che altrimenti per il primo decennio di carriera sarebbe stato inattaccabile.

2- I Savatage sono amati perché, come tanti a quell’epoca, sono stati metallari che sbagliano attirati dal vil denaro, ma loro hanno saputo subito farsi perdonare. Più interessante del contenuto è il making of, con l’industria discografica che coglie tempestivamente le potenzialità di autore di Jon Oliva incaricandolo di comporre per altri, per poi cambiare idea e far pubblicare i pezzi a nome dei recalcitranti Savatage.

Il punto è che l’intuizione sul Jon compositore non limitato al recinto metallaro era giusta, ma lui non era ancora maturo, e quali sarebbero qui le canzoni pop-rock che in mano ad altri esecutori e produttori avrebbero fatto fortuna?

Forse Lady in Disguise con un miglior arrangiamento d’archi, mentre mid-tempo come Edge of Midnight e Hyde sembrano più classici pezzi metal con una produzione inadeguata, che lascia libero di ruggire il fiammeggiante Criss Oliva dell’epoca solo in un pezzo già dal titolo non propriamente epocale come She’s only Rock’n’roll.

Per il resto tentativi più o meno riusciti e sempre troppo annegati nei synth di sviluppare il lato pop-metal del gruppo e il nadir della sdolcinata cover di Day after Day dei Badfinger, ballad inferiore a qualsiasi altra scritta da loro stessi e che legittimamente avrà fatto mettere una croce sul nome Savatage ai metallari che in quell’anno stavano vivendo la primavera magica del thrash.

Disco di svolta – ahimè non in positivo per chi scrive – della carriera dei Savatage è Dead Winter Dead (1995), successo underground il cui strumentale Christmas Eve conteneva in nuce il successo tutto mainstream della Trans-Siberian Orchestra, carrozzone tipo Rondò veneziano all’americana ammazza-carriera dei Savatage ma se Dio vuole meritatissimo ravviva-conto-corrente di Jon Oliva.

3- I Savatage sono amati perché Jon Oliva, anima fragile, è persona che nei suoi dischi si è denudata emotivamente in modo tale da volerlo abbracciare. Un Jon Oliva che, senza più la mediazione di Criss, appare in questa fase di metà anni novanta un po’ succube della personalità di Paul O’Neill, aspirante Jim Steinman che dà le coordinate di questo metal-musical che colpì per la scelta (sicuramente sincera ma al contempo astuta) di coprire in diretta la guerra civile in Bosnia.

Riascoltandolo oggi suona in realtà più magniloquente che bello, con le parti metal piuttosto anonime e tanti pezzi pianistici dai ritornelli ben più iconici (This is the Time, This isn’t what we Meant) ma non scevri di retorica; e soprattutto bombastici strumentali un po’ kitsch (tuttavia, 4- I Savatage sono amati da molti, forse soprattutto in Italia, perché hanno riferimenti alla musica classica, e pazienza se in forma un po’ facilona come l’idea di riprendere il tema dell’Inno alla Gioia in Memory). Si sente tantissimo l’assenza di Criss Oliva, a fronte di due chitarristi tecnicamente ordinati ma creativamente limitati come Pitrelli e Caffery.

Fatto sta che il disco piacque, e la formula narrativa venne ripresa in The Wake of Magellan (1997), il migliore dei dischi finali dei Savatage, che in Europa ebbe ottimi riscontri per il suo essere metal classico in un modo diverso rispetto a quello del power tedesco che stava vivendo il suo periodo d’oro.

La storia di Paul O’Neill è un po’ complicata da seguire, ma il disco è più coeso del predecessore e non privo di momenti di vera bellezza a esempio nella title-track, seconda per qualità solo a Chance nella specifica categoria canzoni dei Savatage che vogliono rifare Bohemian Rhapsody.

Limiti del disco sono un certo calo qualitativo nella parte centrale e – forse – un Zachary Stevens che ha limitate doti espressive e carismatiche e non riesce a valorizzare il recitativo tanto quanto faceva l’istrionico Jon dei tempi migliori (quelli di Streets). Pezzo sconosciuto da recuperare: Complaint in the System, unica incursione dei Savatage in quello che in quel decennio veniva considerato per qualche ragione “metal moderno”.

Importante nota del redattore in questo punto: i dischi non completamente riusciti sono finiti, e da qui in poi la classifica prevedrà solo diverse sfumature di bellezza, coi difetti pur presenti in ciascun lavoro decisamente sopravanzati dai pregi.

Questo vale ad esempio per Sirens/The Dungeons Are Calling (1983/84), che mettiamo insieme perché frutto delle stesse sessioni di registrazione e ormai ristampati a coppia in innumerevoli edizioni sin dai tempi della collana Metal di Curcio Editore che ha forgiato un’intera generazione di metallari italiani a inizio anni novanta.

Perché sta in questa posizione e non più in alto? Perché la concorrenza intra-dischi dei Savatage è talmente agguerrita da sopravanzare un’accoppiata di titoli che è da annoverare tra le migliori produzioni di US metal di quegli anni.

Si può dire che si registra ancora qualche ingenuità compositiva in Sirens, col filo compositivo che si perde in un pezzo come I Believe e qualche canzone più dozzinale nel secondo lato, ma la title-track è già un primo classico.

(5- i Savatage sono amati perché, così come nel calcio si dice che per fare una grande squadra servono un grande portiere e un grande centravanti, nel metal servono un grande cantante e un grande chitarrista: e loro da subito fanno capire che li hanno letteralmente in famiglia). Niente difetti invece nell’EP, 25 minuti di stupefacente qualità compositiva che rende ormai impossibile considerare i Savatage solo uno dei tanti gruppi dell’underground.

Detto questo è forse discutibile giustificare la posizione superiore in classifica di Handful of Rain (1994), che però è uscito in condizioni emotive troppo particolari per non essere soggetto a un surplus di affetto personale da parte di chi in quel periodo già era fan del gruppo.

(6- I Savatage sono amati perché sin troppo romanzesca è la storia dei fratelli Oliva, con la straziante fine di Criss e i demoni e i trionfi, le cadute e le risalite di Jon). Dopo il 17 ottobre 1993 sembrava infatti conclusa sotto il segno della sfortuna nera la carriera di un gruppo per motivi diversi privato dei suoi due fondatori, invece rimanemmo tutti a bocca aperta quando meno di un anno dopo Jon e O’Neill presentarono Chance: così ambiziosa, così eccessiva, eppure così perfettamente calibrata e scorrevole. Come scrisse Klaus Byron in un’ammirata recensione su Flash, dopo un pezzo così il resto è mancia.

Non mancano altre perle in un disco inevitabilmente caratterizzato da toni malinconici, con blues notturni ideali per il timbro vocale di Stevens qui al massimo dell’espressività, e per le parti soliste di Alex Skolnick generosissimo e in perfetta sintonia emotiva col momento del gruppo. Disco autarchico e catartico, fa storia a sé nella discografia dei Savatage, eppure è forse nello spirito l’ultima loro prova come autori di canzoni personali. I successivi vendettero di più, ma non raggiunsero le vette emotive di questo dark horse della loro carriera.

Si diceva più sopra di amore per il metal classico anni ’80: ebbene, Power of the Night (1985) è per timing, copertina e testi, un disco quintessenziale del genere. Senza scomodare i mostri sacri e restando negli USA, siamo nella lega dei migliori dischi coevi di Armored Saint, Lizzy Borden, Omen, Jag Panzer, Grim Reaper (vado a memoria) ma con probabilmente qualcosa in più (anche solo le armonie vocali all’inizio di Warrior, preludio di sviluppi futuri).

La title-track ha quello che si dice un monster riff e Jon mai così a suo agio nelle vesti di cerimoniere del metal, Unusual anticipa negli stacchi ritmici Still of the Night, lo shredding di Criss imperversa per ogni dove.

Power of the Night è un grandissimo disco di genere. Quel genere che per me ancora oggi È L’HEAVY METAL, mi spiace per i Gojira o roba così. Un genere che in quel decennio si caratterizzava per l’eterogeneità dell’impostazione stilistica all’interno di un quadro sempre riconoscibile, per cui si passava armonicamente dallo speed di Washed Out alla loro prima (grande) ballad In the Dream, dall’epicità di Fountain of Youth all’hard melodico di Stuck on You e Hard For Love (a formare con Skull Session un insolito dittico sporcaccione) che suggeriranno all’Atlantic il fallimentare tentativo commerciale del disco successivo.

Era però corretta l’idea che fosse difficile fare di meglio restando nei canoni del denim and leather, e infatti per superarsi dovettero andare oltre.
Sin troppo cronologicamente oltre andiamo noi passando a Edge of Thorns (1993), otto anni in cui i Savatage ne hanno passate di tutti i colori in mezzo a tanti trionfi artistici; soprattutto, otto anni in cui è successo di tutto nel metal.

Il genere ha dominato e poi è crollato, quantomeno il tipo di metal con cui si identificano i Savatage che, infatti, dopo il relativo insuccesso di Streets e al picco del grunge sembrano aver saggiamente rinunciato in partenza all’inseguimento del mainstream e si presentano con una (bellissima) copertina di ispirazione fantasy totalmente sconnessa dallo zeitgeist del momento.

Jon Oliva, uscito esausto dal biennio precedente, lascia la voce al solidissimo Zachary Stevens e si concentra sul ruolo di autore nel disco che forse più di ogni altro si presenta come una coerente somma di canzoni finemente cesellate senza idee-guida, leitmotiv o ambizioni concettuali. I ganci melodici sono sparsi in ogni dove: il riff di piano che apre la straordinaria title-track avrebbe meritato una platea ben più ampia, così come magistrali risultano canzoni quali Damien, Miles Away, le due ballad.

Ma si potrebbero citare la struttura progressiva dell’ipermelodica Follow Me, le più cattive Lights Out e Skraggy’s Tomb… il songwriting è spaziale (7- I Savatage sono amati perché sapevano scrivere grandi canzoni, in questo più vicini ai 4 o 5 gruppi metal che davvero hanno fatto i milioni che alle migliaia di altri pur ottimi gruppi che non hanno avuto la stessa facilità compositiva), ma allora perché non primo in classifica?

Forse per una produzione sin troppo pettinata che, in linea con l’epoca, tarpa un po’ le ali alle velleità da guitar hero anni ’80 di Criss. Nel bene e nel male, non è più tempo di assoli infiniti e vorticosi. In generale aleggia sul disco il tono di chi sa che il treno del successo vero è ormai passato, e un po’ di malinconia viene trasmessa.

Ormai è chiaro come il periodo d’oro dei Savatage venga qui considerato quello vissuto alle porte delle charts americane; non già per acquiescenza alle logiche del big business, ma per l’intrinseca qualità di tre dischi che meriterebbero di condividere il gradino più alto del podio.

Infatti non c’è niente che in realtà manchi a Hall of the Mountain King (1987), se non qualche elemento che a quel punto della loro evoluzione non doveva e non poteva ancora esserci (8- I Savatage sono amati perché, senza mai cercare improbabili rivoluzioni, non hanno mai fatto un disco uguale a un altro).

Come se il buco mero dell’anno precedente non fosse mai esistito, si riparte dalla difficile impresa di superare il metal sopraffino di Power of the Night e vi si riesce creando qualcosa che, pur restando nei canoni del metal classico, suona nuovo e forse per la prima volta del tutto personale e inimitabile sin da 24 Hrs. Ago, pezzo di ritmica e struttura inconsuete, tanto più se messo in apertura, eppure così (av)vincente.

Abbiamo detto sopra come da un certo punto in poi O’Neill assumerà un ruolo preponderante e sostanzialmente negativo per gli equilibri del gruppo, ma in questa prima collaborazione è la sua ambizione a dare la svolta; è lui che intravede qualcosa di unico nei fratelli Oliva, incoraggia le inattese melodie di Strange Wings e contribuisce con Prelude to Madness a piantare i semi del symphonic metal, quando ancora il concetto aveva un’aura naïf quanto basta per non cadere nelle trombonaggini di tanti altri esponenti del genere nei decenni successivi.

Il disco riprende più le atmosfere oscure, a tratti epiche e/o doom, di Sirens/Dungeons che quelle stradaiole di Power of the Night, ma le porta appunto a un livello superiore, con la title-track a spiccare come signature song del gruppo (mi spiace per i tanti anglismi, ma il metal l’hanno inventato loro). Un disco di übermetal che ebbe un riscontro più che buono, peccato che ormai il metal senza specificazioni thrash o glam-pop davanti non potesse arrivare oltre un certo livello di popolarità.

MTV comunque ci ha anche provato a dare un po’ di airplay alla title-track di Gutter Ballet (1990 ma di gennaio, io lo considero un ’89), che spero tutti conosceranno, ineguagliata vetta di metal orchestrale che non suona pacchiana come il 90% del genere.

Come si accennava prima, il team Olivas-O’Neill aggiunge nuove palette alla tavolozza di un metal progressivo che però non ha niente a che fare con tutto il resto del progressive metal che andava formandosi in quegli anni (9 – I Savatage sono amati perché non suonano come nessun altro e nessun altro ha mai suonato come loro, il che potrebbe essere anche un limite in termini di influenza magari).

Ormai con decisione i Savatage sono un gruppo non solo metal in una canzone come When The Crowds Are Gone, che è riduttivo definire ballad: un’epica alla Meat Loaf ma più introspettiva e con profondità liriche da not-your-average-metal-band culminanti nel leitmotiv “I never wanted to know, never wanted to see ecc.” per cui se non piangi, di che pianger suoli? (10- I Savatage sono amati perché possono arrivare a farti piangere. Quanti e quali altri gruppi metal lo fanno?).

Più canonicamente power-ballad è Summer’s Rain: ma CHE ballad, che interpretazione vocale, e che assolo di un Criss mai così in forma come in questo disco! Perché non è famosa come Still Loving You o November Rain? Ah, saperlo… Difetti di questo disco? L’amalgama stilistico talvolta stridente tra le canzoni citate sinora e quelle metal, più groovy e grezze rispetto al passato in episodi come Of Rage and War o She’s in Love, mentre un eccellente deep cut è la maideniana The Unholy. Ah, le due anime di un disco magnificamente di transizione trovano coniugazione in Hounds, altra canzone che al solito meriterebbe di stare nel canone dell’heavy metal.

Quindi primo Streets: A Rock Opera (1991)? Ma daì! Non so nemmeno se essere d’accordo con me stesso. Per tanti momenti della mia vita ho ricordato più i difetti di questo disco, che comunque mai mi ha lasciato indifferente: la lunghezza, l’ambizione fuori misura, la diluzione dell’anima metal, una scaletta squilibrata che per seguire la storia ammassa troppe ballate nella seconda parte…

Tutto confermato, ma è spesso l’imperfezione a rendere grandi le opere. Sull’altro piatto della bilancia andrebbero del resto messe qualità che non appartengono pressoché a nessun altro disco metal. Sono due i album di grandi gruppi di metal classico che – con diversa fortuna – in quel biennio seppero introdurre elementi esterni al genere senza snaturarsi: Empire dei ‘Ryche in termini di raffinatezza compositiva e degli arrangiamenti, Streets in termini di ricerca melodica, varietà compositiva e profondità lirica.

Metal-Broadway, sì, ma non nel senso di drama tutto esteriore, giacché qui si sanguina davvero: di certo Jon Oliva non sarà più lo stesso dopo questo disco, in cui sembra di sentire le corde vocali che gli si erodono in diretta dall’enfasi con cui mette tutto se stesso in Jesus Saves, Tonight He Grins Again, Can You Hear Me Now, fino all’estasi e al martirio di Believe, dove – pur con un pizzico di retorica in più rispetto alla canzone gemella When the Crowds… – sembra davvero voler cantare le ultime note della sua vita…

(11- I Savatage sono amati perché, corollario dei punti 7 e 10, sanno farti commuovere in enormi sing-a-long ai concerti manco ci fosse Albachiara, e far cantare il pubblico è un pregio, mai un difetto). Pur nello squilibrio complessivo, colpisce di Streets come tutte le canzoni prese di per sé siano assolutamente orecchiabili e compiute, brillando di luce propria indipendentemente dal concept. Le ballate, a partire da A Little Too Far, realizzano con esiti persino difficili da attendersi per dei ‘metallari’ (eccoci all’intuizione prematura di Fight for The Rock) l’ambizione alla melodia “beatlesiana” che chissà perché in quegli anni allettava la scena (King’s X, Saigon Kick, Galactic Cowboys…); i pezzi heavy si giovano della concretezza vanhaleniana di Criss, che verrà a mancare nei concept successivi. Quindi Streets primo, sì, perché nel bene e nel male è disco pivotale nella storia dei Savatage, ed è il disco che ha più caratteri di unicità di un gruppo dalla storia unica.