Pittori di agonie – Ricordando i primi Life of Agony

Nel 1996 era uscito il nuovo e molto atteso disco dei Pantera. In particolare due brani attirarono l’attenzione dei giornalisti. Suicide Note pt 1 e 2. In un’intervista italiana chiesero a Vinnie Paul cosa ne pensasse dei vecchi processi a Judas Priest e Ozzy Osbourne per i messaggi subliminali di istigazione al suicidio eccetera eccetera. La risposta fu prevedibile: tutte cazzate. E aveva ragione. Suicide Solution di Ozzy in effetti prendeva per le corna la situazione, ma non elogiando la scelta estrema come possibile “soluzione”; rifletteva piuttosto sulla dipendenza dall’alcol come metodo per farsi fuori a puntate. Le parole erano di Bob Daisley, come di ogni brano di Ozzy solista fino al 1988 (poi ci avrebbero pensato Lemmy e Zakk Wylde). Nel caso di Phil Anselmo e i Pantera, per via dei problemi alla schiena, il paroliere urlatore era passato dalle diete iper-proteiche, l’auto-determinazione e il potere celoduristico, al nichilismo black metal, a scavarsi un tunnel nel cranio col microfono e l’eroina.

Suicide Note erano due segmenti tetri riconducibili alla vita di Anselmo (i Darrell non capivano più di tanto quelle parole e non vi si riconoscevano). Erano comunque testi che non prendevano posizioni controverse su vita o morte, ma solo torve riflessioni intorno al potere di chiuderla lì. I giornalisti scandalizzati domandarono se i Pantera non avessero voluto dire qualcosa di pericoloso o addirittura convincere i ragazzi a fare il patatrac e figurati un po’, Paul rispose, certo che no. Forse, ma le più dolorose ambiguità del gruppo in Trendkill riguardavano l’elogio della razza bianca e la ginnastica posturale da oca.

Sul suicidio, rappresentato e analizzato in modo serio, propositivo e per nulla pericoloso, avevano pensato certi adolescenti di Brooklyn, i Life Of Agony che sarebbe stato giusto citare nelle interviste ai Pantera ma di cui già nessuno si ricordava quasi più. Si erano inventati un concept intero sul suicido, River Runs Red, che a distanza di 30 anni resta un capolavoro imprescindibile sull’argomento.

Suona un po’ Type O Negative, ma vorrei vedere, dato chi lo produsse e chi ci suonò le chitarre e contribuì a scriverlo (rispettivamente Josh Silver e Sal Abruscato), però il disco è così possente, coraggioso e intenso, che la somiglianza con l’altra band, non risultava vincolante: era solo la ciliegina sulla torta.

Tre anni dopo, ci si attese ancora grandi cose dal gruppo e quando uscì Ugly rimasero tutti delusi. I giornali si occuparono dei Life Of Agony come di qualsiasi altra band in ascesa, lasciandosi andare a lodi e complimenti in sede di recensione, che però non convinsero quasi nessuno. Era sì un bel lavoro, ma non vendette granché e questo è un fatto.

Se l’esordio era incentrato sull’hardcore mescolato a diversi bei riffoni in stile Black Sabbath e un approccio vocale iper-melodico (più o meno sempre sulla scala da pollaio di Ozzy Osbourne) in Ugly le influenze si allargavano al grunge (I Regret) al post-punk (Ugly) e alla canzone rock da centro commerciale (How It Would Be, Let’s Pretend). C’era persino una fighissima cover di un vecchio successo dei Simple Minds, Don’t You (Forget About Me, esatto)

Non che lo stile di River Runs Red fosse stato messo da parte. L’emo-doom di Other Side of the River, Seasons e Drained immergeva l’ascoltatore nelle medesime acque rosse del lavoro precedente, e l’impronta alla Peter Steele era sempre riscontrabile ma più vaga e lontana. La voce di Keith Caputo nel ’96 era compiuta. Il resto di lui no, come avremmo scoperto anni dopo quando avrebbe cambiato sesso e si sarebbe fatto chiamare Mina Caputo.

Ugly inaugurò quindi una piccola serie di album sparpagliati nell’arco di tre decenni, tante reunion e relativi split, interessanti, belli ma “perdenti” al confronto con il primo lavoro e che condannarono i Life Of Agony a capitolare più volte, con degli addii scazzati e propositi di chiusura definitiva, soprattutto per via delle vendite scarse, una crisi compositiva generale, la depressione, le crisi esistenziali, e l’abbandono da parte di etichette potenti ma volubili che erano state inspiegabilmente convinte di poter spremere da questo gruppo tormentato e instabile, le stesse succosità popolaresche di gente come i Silverchair o Goo Goo Dolls.

In cinque anni, una delle band più originali e promettenti della scena Newyorkese si sciolse, dopo appena tre dischi, e che dischi.

Ugly merita di essere riscoperto, e soprattutto bisogna subito riandate su River Runs Red, se non l’avete mai ascoltato prima. Vi manca qualcosa, fidatevi.