C’è un disco che allieta le mie estati dal 2019: quando qualcuno dice che non sopporta il clima io rido, penso al significato di Groenlandia poi ascolto King’s X, Ratt e Obsequiae.
Questo nostro continente che dovrebbe fare da ponte fra Occidente (l’Oceania di Orwell) e l’oriente dalla panslavia al Giappone (“Un veloce cavallo, la steppa immensa, falchi al mio polso e il vento, che ti stordisce!”) ha dimenticato non le radici più antiche, ma quel tronco medievale da cui arriviamo. C’è un progetto del Minnesota ci guarda da un’area di consapevolezza che pare siderale, mostrando tutta la sua potenza statunitense imbastita in un filologico e coerente innesto di cultura medievale sul metallo nero, senza tronfiezze nè sofismi ma offrendo un distillato vergine di titanismo romantico. Obsequiae, 2019, The palms of sorrowed kings, Metallo nero illuminato dal verde della natura, quella delle rovine romantiche della copertina immerse nell’epicità di luoghi senza tempo.
Un Medioevo riletto attraverso la cultura di due secoli fa: il neogotico, l’universalismo, Schelling, la riscoperta del Taoismo, Mary Shelley…
sospinti da una colossale onda, in quei decenni Romanticismo e Simbolismo elevavano in Europa la nostra pittura verso apici mai più raggiunti;
nei giovani Stati Uniti, la scuola del fiume Hudson aveva in John Cole il suo stendardiere più noto e v’invito a cercare i grandi di questo movimento, i quali mostrano come la cultura nordamericana sia più profonda di quel che si creda e solo all’inizio della sua storia. Quell’immaginario è parte degli Statunitensi, anche la maggioranza di loro che vive nella Maya: la tensione verso la natura, gli spazi sconfinati…
Tutto ciò emerge come una corrente in quel mare che appare pieno di plastica e volgarità, ma è lo stesso impetuoso e tempestoso di Metal church, Vicious rumors, Savatage.
Gli Obsequaie sono questo e altro. Attraversarono lo scorso decennio con due dischi che mostravano idee interessanti e crescita progressiva. Uomini che vengono dal confine col Canada e col culto del medioevo europeo. Delle proposte del genere dello scorso decennio questa è la migliore, la più concreta e matura oltre che ispirata, si ricollega agli Immortal di At the heart of winter e agli I dello straordinario gioiello Between two worlds, non solo a livello sonoro e di accensione ideale, ma per le tematiche e il modo di gestire composizioni e arrangiamenti.
Ci sono chitarre cristalline, batteria originale funambolica e un basso limpido in stile progressivo. I nostri maniaci pseudo indie della bassa fedeltà saranno disgustati da questo tripudio di suoni esplosivi.
Ottimo, i suoni devono essere belli per rendere al meglio l’idea dell’artista che vuol comunicarla, perché se cerca l’incomunicabilità è assurdo volerla diffondere, altrimenti il comunicarla la rompe.
Con questo disco il progetto ha rischiato grosso: la nostra stampa mai avara di voti alti non va oltre l’8 e spesso più giù, che tradotto vuol dire appena sufficiente o scarso e sono spesso gli ascoltatori ad abbassare le medie, ma anche quella anglosassone non è stata acclamante: come banalizzare una raffinatezza robusta, una melodicità eccelsa mai ruffiana e banale, un progetto fuori dagli schemi oramai triti?
Inoltre ci sono aperture progressive col gusto dei primi Opeth ma in modo epico e non malinconico, qua e là i nostri si ricordano pure del Thrash, polverizzando le discografie di qualsiasi Bonded by blood.
Non c’è una parola che definisce tutto cià: pienezza, intensità, bellezza, chiaro i circoletti parrocchiali non possono fare il loro mestiere attuale di sterilizzatori. Dove domina Auguste Comte e il culto dell’iper-specilizzazione, un gruppo originale e universalista la cui musica è traduzione sonora del Romanticismo, non può ricevere grandi consensi specie quando cerca nella trasposizione sonora di collegarsi ai temi proposti: le chitarre sfidano le altezze inverosimili del cielo con voli lirici, le voci alternano cori ad uno stile vocale di derivazione screamo discretamente effettato, senza gli elementi nevrastenici consueti e segnato da un’accezione Schuldineriana.
Il basso si sente e non è mai banale, azzeccando armonici interessanti.
Non intermezzi ma momenti di transizione propedeutica all’ascolto, una serie di stupende gemme di arpa medievale che sono opera di Vicente La Camera Marino, anche tecnico sul disco per ricollega il gruppo ad antiche arie dei secoli “bui” (in chiaroscuro, forse).
Le canzoni sono campionari Metal di Spleen, Sturm un drang, tutto quello che gli anglosassoni han fatto meglio fra fine 1700 e buona parte del secolo dopo.
L’ascoltatore viene trasportato in picchiate inverosimili e ascese pazzesche (“le discese arditi e le risalite”), chitarre armonizzate in modi ipnotici e riverberate come rimbalzassero fra pareti rocciose, duellanti spesso con la voce che talvolta pare lei essere più ruvida di esse, invertendo i ruoli di melodia e ritmica. Con che testi?
Leggete cosa c’è fra i primi versi del disco:
“Ora è nota la sua presenza
Nel luccichio dell’acqua
Nelle piscine ondulate spazzate dal vento
Dove Cerere attende sua figlia”.
Il tutto scritto con una sapiente conoscenza delle poesia e l’uso delle sue tecniche. Gli Obsequiae ci sanno fare e nessuno pare voglia spingerli verso l’empireo commerciale del metal. O forse l’inferno.
Guardate il video del 2022 al festival Fire in the mountains: coglie perfettamente il gruppo, grandi professionisti con un piccolo pubblico di eroi. Quando va bene, ecco cos’è il Metal oggi. Aspettiamo un quarto disco per spazzare via (almeno dalla nostra mente, almeno dai nostri cuori) lo spettro ignobile del positivismo;
che l’epica del Medioevo che apre la strada verso noi stessi.

