YUNGBLUD – IL MONOPOLIO DELLA NULLIFICAZIONE SEMANTICA E ICONOGRAFICA

I fenomeni costruiti a tavolino dalle majors sono sempre esistiti: basti pensare alle boy band degli anni ’90. Roba che spaccava, sia ben chiaro: Everybody dei Backstreet Boys è un capolavoro musicale e coreografico senza tempo. E investendo su progetti di tal fatta, non solo si dava lavoro a un sacco di gente, ma si impegnava denaro per l’unica ragione sana che l’industria discografica (soprattutto quella “pop”) dovrebbe conoscere: produrre ricchezza per il mercato e divertimento per il popolo.

Ma poi, la pacchia ’80/’90-ianaè finita, e la “mission” del “produttore/finanziatore” si è rovesciata; oggi, qualsiasi fenomeno che nasca dal nulla non opera affatto per le sacrosante esigenze di guadagno degli investitori tradizionali: perché quando il fine è la propaganda politica, l’investimento è sempre a fondo perduto.

E questo non vale solo per gli artisti, invero, ma anche per strutture divulgative come etichette discografiche e/o magazine, nati e pasciuti col solo scopo di fare propaganda politica e velocizzare le trasformazioni sociologiche in atto.

Oggi è l’intero universo artistico a essere commissariato dalla politica in ogni suo meandro; e senza alcuna differenza fra mainstream e underground, poiché il sistema non può permettersi di lasciare alcun interstizio culturale privo dei propri presidii; anzi, più l’artista è di nicchia e più va scovato e bonificato. Del resto, di soldi per realizzare tutto questo ne hanno quanti ne vogliono, dato che li stampano loro.

La caratteristica più riconoscibile di questi fenomeni tutti politici è quella di non avere trascorsi; un po’ come i robot umanoidi dei film di fantascienza: non hanno anagrafe, provenienza, patria, gavetta.

Yungblud è uno di questi. Sembra uscito dal Bimby di una pokeria londinese, newyorkese o milanese che preferiate: un po’ di rock, giusto per piacere anche ai boomer e dare la sufficiente dose di mascolinità sindacale atta a non renderlo troppo sfigato.

Tanta componente “emo” da guarnire con gli immancabili ciuffetti fuxia per dare quella sensazione di cane bastonato che tanto piace alle ragazzine e fa sentire a proprio agio i ragazzin*.

L’inevitabile fascia al braccio fluida, arcobalenata e pansessualista per fugare qualsiasi fraintendimento sul posizionamento woke. E poi arriva la parte più tosta: farsi accreditare come “big” ex ante da qualche mostro sacro, come già visto coi Maneskin attraverso la benedizione dei Rolling Stones.

Certo, resta da sciogliere lo snodo del perché star miliardarie si prestino a queste commistioni tanto artificiali quanto blasfeme; ma data l’assurdità del momento in corso, inutile porsi domande sensate, certi di avere a che fare con potentati dall’ influenza politica inimmaginabile.

Tanto più che, più la palla di neve si gonfierà di clamore, più star attempatone cederanno alla fascinazione di rimanere in auge a sbafo dei riflettori di Yungblud facendocisi foto assieme, mentre orde di pischelli in tutto il mondo diventeranno suoi cloni.

Altra condizione imprescindibile per il buon esito del “phenomenon” è quella di agire in regime di totale monopolio. Chi deve trasmettere un messaggio propagandistico, non può dividere il megafono con altri soggetti. Anzitutto per assottigliare il rischio di errori e insubordinazioni; e poi perché l’assetto esclusivo, psicologicamente, porta lo spettatore a subire il fascino del Deus ex Machina posto a centro schermo senza considerare altre vie di fuga della propria attenzione.

Non contano i musicisti della band, non conta chi componga la musica o scriva i testi, né chi sia a pubblicare le dichiarazioni: conta solo la star (o, nel caso di una label, il suo uomo-immagine), quello che dice e quello che fa, anche se è tutto pianificato e deciso dalla politica.

Infine, il maglio perforante: lo slavamento di qualsiasi orpello iconografico che possa, anche solo per sbaglio, sbilanciare il baricentro semantico dei messaggi trasmessi e dei precetti insufflati nel pubblico.

Quindi, anzitutto, via i crocifissi, salvo tenerne qualcuno frammisto ad altri monili giusto per banalizzarne il significato. Via qualsiasi aggeggio offensivo, come cinture di munizioni o, men che mai, croci di ferro alla Lemmy: rock sì, ma “con juicio”, per dirla col Manzoni.

E poi, vai di boccacce, labbroni dal ritocco preventivo, slinguazzate adolescenziali, smorfie da rapper impellicciato frammiste a pose da rocker in eco-pelle, il tutto condito da mise accattivanti e trendy per piacere anche alle mamme.

Mettici poi che “giovinezza è mezza bellezza”, e ci si bagneranno pure le nonne. Ciliegina, qualche campagna a favore di disabili, bisognosi & varie, giusto per blindarsi dalle critiche più malevole. A questo punto il gioco è fatto; e chiunque provi ad attaccare “The Idol” con argomenti artistici, come hanno fatto Whoopy Goldberg e Justin Hawkins, accusandolo di non aver mai scritto una sola canzone, o come ha fatto chi lo ha tacciato di scarsa sobrietà per via del pavoneggiamento elargito al concerto di beneficenza in memoria di Ozzy, passa automaticamente dalla parte del torto, rischiando pure di fare la figura del “rosicone”.

Il segreto per creare l’afasico profeta perfetto non è fargli recitare chissà quali slogan; è esattamente il contrario: fargli recitare un copione vuoto. Un pubblico dalla vista sempre più sfuocata ci vedrà una rockstar dai crismi esteriori di serie, ma completamente imbelle, neutra e indolore. Un esecutore di vacuità che sostituisca gli eccessi – esistenziali e politici – degli anni ’70 coi peluche, e l’estremismo dei ’90 con vuota e masturbatoria emozionalità fine a se stessa.

A questo servono i monopoli, artistici o editoriali che siano: a dare alla gente l’asfittica sensazione che, per quanti tasti possieda il telecomando che ha in mano, nessuno dei tanti canali trasmetterà mai musica diversa da quella decisasi alle alte sfere. A quel punto, per stanchezza, per arrendevolezza, per conformismo, per confusione, per paura del vuoto, vai pure al concerto di Yungblud. E magari, essendo stato cancellato nel frattempo anche il solo ricordo di qualsiasi alternativa, te lo farai pure piacere.