E’ passato qualche giorno dal solstizio d’inverno, e come ogni anno la mattina cominciamo a scorgere la luce un paio di minuti prima. Ne ho preso piena consapevolezza solo oggi, alla vigilia di Natale, e quando c’è più luce le cose si vedono meglio, o forse c’è più tempo per metterle a fuoco. Fatto sta che ho avuto un’intuizione.
Vengo da quella generazione lì: dischi, giornali, recensioni… ma come la maggior parte di noi vivo nel presente, altrimenti non starei qui, a scrivere su un blog e appuntare riflessioni su un cellulare. Capita ogni tanto di buttare l’occhio, con curiosità e ahimè con crescente rassegnazione, alla sezione recensioni di diversi portali, soprattutto metal.
Una sezione che un tempo era il cuore delle riviste: ricorderete che era posizionata sempre a metà dell’impaginatura, nel punto in cui andava a sovrapporsi alle clip di rilegatura. Nell’epoca digitale, da anni ormai, le recensioni sono relegate in fondo alla pagina, mestamente alla stregua di una riserva Navajo, piena di tossici e alcolizzati, o come la sezione video hard delle vecchie videoteche nascosta dalle tendine.
Andiamo al punto. Da diversi mesi ormai, diciamo da circa tre-quattro, mi capita di scorrere la sezione recensioni e di sentirmi come quando si cammina in mezzo a una folla di sconosciuti; un campionario di nomi e titoli derivativi, anonimi, catalogati con grande professionalità e passione (non sempre le due cose vanno di pari passo) dagli appassionati che ancora se ne prendono cura.
Le grandi band pubblicano ormai a scadenze geologiche, vuoi perché si sono rotti le palle, vuoi perché il ritorno economico (Gene Simmons fa scuola) non vale l’investimento. Eppure i risultati sono spesso degni di nota (Judas Priest e più recentemente, Paradise Lost o Coroner), forse proprio perché prendersi il tempo necessario alla lunga paga in termini di qualità del lavoro.
A ogni modo, la nuova release di un nome storico si guadagna spesso una sezione dedicata, fatto che rende l’uscita discografica, già di per sé un evento.
Storicamente, non passavano più di una-due settimane prima di incrociare la recensione se non di una band di tuo interesse, almeno di un nome noto del circuito, fosse anche il gruppo più respingente e lontano dai tuoi gusti e che comunque stimolava la tua curiosità.
Il fatto non è solo che di dischi non se ne vendono più, ma che fare un disco non richiede più quell’approccio filologico e tradizionale che lo dipingeva agli occhi di molti come un prodotto rivelatore di contenuti, verità inedite, mondi sconosciuti.
Il disco ormai è un mantra motivazionale per chi lo produce, come i Mandala che ti insegnano a fare nei corsi aziendali di empowerment (ancora mi stupisco del fatto che Joey Di Maio non abbia scritto una canzone con questo titolo).
Serve giusto a dire “ce l’ho fatta!” quando non sei nessuno, nel senso di non avere un nome commercialmente spendibile. In alternativa puoi sempre vederla come esperienza, una di quelle cose da mettere sul curriculum o raccontare ai nipoti, enfatizzando le situazioni di problem solving che ti sei trovato a gestire, che quelle di chi era in studio con i Guns ai tempi di “Appetite For Destruction” al confronto eran quisquilie.
Così, per un top album di super black metal accompagnato dal solito richiamo a una scena “gloriosa” con il tipico linguaggio da operetta, c’è sempre spazio per un manipolo di giovanotti provenienti da qualche remoto angolo del pianeta pronti a ricordare al mondo di battersi per il true metal, sconfiggere i cattivi e salvare l’umanità.
Qualche illuminato si spinge fino a dare spazio a ciò che non è metal, sezione in cui spesso i metallari danno il meglio di sé.
C’è persino chi recensisce ancora i DVD, con un periodo di rotazione dei contenuti in quest’ultimo caso pari a circa sei mesi, riflesso evidente che i primi a non crederci più è proprio chi ne scrive.
Dire che è finita un’era è riduttivo, siamo già nel pieno della successiva e forse anche oltre. Gli unici dischi di cui ci ricorderemo sono quelli di catalogo, che infatti continuano a vendere a badilate, vedi la reissue del 50mo di “Wish You Were Here”, ce ne sono talmente tanti da scoprire e riscoprire che, come disse Bob Dylan, “il mondo potrebbe benissimo smettere di pubblicarne di nuovi”. Detto da lui fa sorridere ma dopotutto, c’è qualcuno oggigiorno da prendere alla lettera?

