Oggi presento una storia particolare, che sarà un passaggio fra persone di età differenti ma unite da interessi simili. Il figlio dei miei amici Torinesi narra un pezzo di storia che riguarda il rapporto fra la sua città e la scena dei locali. Arriva da una famiglia dell’aristocrazia operaia politicizzata e aperta a cultura e spiritualità, una cosa in passato non rara da quelle parti. Ne ho raccolto le opinioni e le ho amalgamate in un racconto nato dall’attenzione ai dettagli, caratteristico di chi vuole cambiare le cose.
Torino e la musica: avanguardia a retroguardia. La città di frontiera: gli Alluminogeni che nel 1966 facevano prog sinfonico in cantina e i Circus 2000 alfieri della psichedelia; i Procession, geni prog quasi Metal ed Enzo Maolucci cantore anticonformista e scorretto; i Franti primo collettivo Gotico in Italia e i Negazione fratelli dei Raw Power; i Gow del miglior disco glam italiano e gli Elektradrive esploratori dell’AOR; i Fluxus, rielaborzione nostrana degli Helmet e il pensatore rapper Frankie Hi-NRG…
E poi la città dell’ultimo concerto dei Genesis con Gabriel, finito con scontri in strada; della profezia di quell’istrione ruffiano di Mick Jagger sul mondiale 82;
di date pazzesche che ospitano Hawkwind e Ozric Tentacles come Obituary e Treponem pal. Un flusso retto da un underground che non riusciva a incidere molti dischi ma alimentava la voglia di musica e il senso d’appartenenza nelle persone che partecipavano ai concerti con numeri oggi incredibili, anche per gli emergenti.
Poi arriva il reflusso culturale post 1993, dominato da un trasformismo declinato in lenta gentrificazione banalizzante. Una serie di tendenze si stabiliscono e fondono, ma non scuotono il montante letargo che tutto plastifica fra il ridicolo e il fastidioso.
I locali storici entrano in crisi e gradualmente chiudono a partire dal 2000, mentre l’underground prova una ristrutturazione cercando di cavalcare le onde alternativa ed elettronica che si connettono nei Subsonica.
A Torino, la parola dal 1994 è riqualificazione, fare la città culturale e universitaria, ma si tratta di cambiare tipo d’affari, spesso male anche nei risultati.
In anni in cui pare stabilizzarsi una rete di centri sociali, molti locali che con essi condividono frequentatori, pensano d’occupare la terra di nessuno fra l’ondata squatter poi noglobal e l’istituzionalità indigeribile della poltiglia liberale, così s’adeguano passando sulla sponda dell’affarismo stabilendo un torbido rapporto di buon vicinato con l’intreccio di discoteche che nulla di buono propone oltre serate con truzzi sudati e musica insulsa, dove oltretutto si balla pochissimo.
Mutano spesso nella formula disco pub in formato rock oppure puntando sul Metal (l’effimera catena Transylvania) in modo uniforme e intendono musica e pubblico come accessori agli affari, pensiero a cui tutta la scena musicale s’adegua.
Lo sfascio è lento, erosivo: privato di stimoli, si riduce il pubblico a compagnie di musicisti e altri addetti al settore che si giudicano a turno; quello vero, che non siano amici, parenti, fidanzati, s’eclissa di fronte a un’offerta artistica smorzata dall’interno.
Intanto, il nuovo millennio porta la graduale invadenza delle rete cibernetica che è solo burocrazia fin nei rapporti interpersonali.
Prima Myspace poi Facebook quindi Instagram illudono i gruppi di strade nuove, ma si tratta di vicoli ciechi. Nella seguente rovina delle reti di relazioni, l’accento della vita giovanile si sposta sul versante ballabile ma mortifero di Club To Club e del Kappa Festival, che spinti dall’intellighenzia sinistrosa, sono incistati senza nulla influenzare in modo vitalista: la città trabocca di finto dinamismo ma la vitalità è bandita in un triangolo mortale di tendenze tardo alternative decadenti, sotto e proletariato abbrutiti e una borghesia altezzosa.
Molti sperano nel rilancio dei grandi eventi occasionali (sportivi) o fissi (fiere annuali) che sono lotteria senza vincitori fuorchè i grandi investitori.
Attorno al 2008-2012 si registra un effimero fermento influenzato da statunitensi e scandinavi: thrash metal, glam, hardcore, melodeath, creano una piccola connessione fra locali, sale prova, negozi e questa scena porta a un Gods Of Metal poco frequentato e alcune date nella vicina Collegno, dove spiccheranno le partecipazioni di Forbidden, Death Angel e Meshuggah.
Nel tempo di tre lustri chiudono le due principali radio alternative (Torino popolare, quindi Flash) lasciando la parautonoma e politicamente corretta Blackout a intrattenere un pubblico sempre più apatico e cinico.
Oltre i noiosi gruppi tributo, un solo settore vivacchia: sofisticati universitari raggruppati in truppe omogenee e noiose di sgabellosi pseudomusicisti, le cui serate peggiori portano 40 euro a componente nei localetti dei quartieri di moda (San Salvario, Santa Giulia) mentre i gruppi d’altri stili faticano ad avere i rimborsi per il materiale affittato o non entrano nei locali con l’audio migliore causa embargo stilistico o cerchie selezionate con criteri parziali.
E’ un guaio per i (mai) emergenti: spesso i locali hanno solo impianti voce e mixer mediocri, così oltre alle spese ordinarie i musicisti devono organizzarsi per recuperare in modi rocamboleschi materiale eterogeneo; così i musicisti non possono farsi conoscere, perché anche quando hanno idee, non sono in condizione di esprimerle adeguatamente.
Questo è lo scenario dove dal 2015 aumenta l’arrivo di studenti fuori sede che spinge verso l’alto i prezzi e degrada indirettamente la vita urbana, compromessa da una massa manovrata di piccolo borghesi, la cui presenza alimenta decadenza e sostituzione delle attività commerciali all’esplosione dell’economia su richiesta.
La cultura alternativa nelle sue espressioni finali si sublima nel caduco successo del Todays, le cui ultime edizioni vedono fra i musicisti accostamenti deliranti (Mahmood e i Tangerine Dream) con quest’ultimi con un pubblico rispettoso ma dal numero esiguo causato dall’inconsistenza della cultura musicale dei sofisticati consumatori che oscillano fra un cibo d’asporto e una chiacchiera woke.
Intanto da anni i locali storici sonnecchiano nella rincorsa al commercialismo, al partytismo da “serata anni x…”, vuota implosione di senso con l’unico scopo dei soldi (pochi, maledetti e subito).
Finchè pochi giorni fa è uscita questa cosa: “Le epoche non chiedono il permesso: finiscono.” ovvero il deprimente inizio del comunicato per la chiusura del locale torinese Supermarket.
Uno dei più grandi e attrezzati del nord, allestito con canoni internazionali tanto che ha ospitato musicisti come Dillinger Escape Plan, Gamma Ray, Motorhead, Nightwish, Michael Monroe e Monster Magnet, ma da tempo aveva rinunciato alla dimensione dei concerti accodandosi alla mediocrità cittadina.
La direttrice artistica chiosa in un’intervista: “ci troviamo di fronte a enormi cambiamenti per quanto riguarda la vita notturna, stiamo vivendo un’evoluzione. Oggi la notte si vive in modo diverso, si fa meno tardi, si sta più in strada e ci sono una miriade di locali, anche piccoli, in cui i giovani si trovano per ballare. Il Supermarket ha fatto il suo tempo”.
Chi cura così male la comunicazione?
In tre frasi: assenza di proposte e tenacia, con gergo stanco e abulico.
Da troppo non ci sono proposte e la provocazione di Padrecavallo sull’IA è mero rilievo sul lato discografico. Il fenomeno è possibile perché le persone sono spesso svuotate d’umanità al punto che molti, infelici di ciò, cercano un paradossale conforto nella compagnia cibernetica, un po’ come nel romanzo di Dick “L’androide Abramo Lincoln” o certe puntate di “Ai confini della realtà”.
Diciamo ai locali: siete una parte del tutto, fate cultura e non cavalcate effimere presenze che svaniscono con le mode, puntate sulla solidità con proposte coraggiose o almeno stabilmente professionali, siate riferimento e non occasionalità intercambiabile fra tante. Solo il ripartire dal 1993 può salvare la grande esperienza del rock dal diventare nicchia come il blues, perché si può dubitare del futuro di un gerontometal: “live fast, die young” non s’addice ad artisti e pubblico di anziani. Bisogna sfidare la realtà o affrontarla senza adeguarvisi, perché non solo Torino ma altri luoghi siano pieni di vita vera.

