Dobermann – Farlo per il rock ‘n’ roll

Non ho mai amato le scommesse, ma per una volta trasgredirò con voi: ovvero, Sdangher mi pubblicherà questo pezzo. State leggendo; avete perso. Dopo aver citato Andrea Pazienza, vi dico che in realtà avete vinto… un pezzo su un concerto dal vivo molto peculiare: il millesimo d’un gruppo Hard e fieramente underground (“molto undergound” come diceva Antonio Albanese)

Un nostro amico, coetaneo torinese, invita me e mia moglie a Torino per delle escursioni in montagna e il figlio metallaro quarantenne dice: il 30 Maggio c’è il concerto dei Dobermann. E io so chi sono. Da tre lustri i Dobermann scorrazzano per le strade del continente. E la loro situazione, il racconto di loro e della serata vi farà gridare.

Paul Del Bello è un competente e trascinante cantante e bassista, potrete leggere in rete la sua biografia musicale: c’è la nota collaborazione con Adam Bomb per comprendere chi è il portavoce di questa curiosa scheggia lucida e luccicante nel mezzo dell’attuale povertà musicale.

I Dobermann sono una creatura di Rock duro che ha radici dalla tradizione torinese del decennio magico: Elektradrive, Fil di ferro e soprattutto i Gow. Il trio comprende alla chitarra Valerio “Richie” Mohicano, sospeso fra essenzialità e virtuosismi più Antonio Barzotta, propulsore possente col piglio Jazz su una batteria mai scontata.

Sospesi fra 70 e 80, accenni Punk in un Hard tradizionale ma pieni di echi Led Zep e Glam Metal più la chiara frenesia dei Motorhead, con una competenza sullo strumento che gli farebbe suonare qualsiasi genere. Sai che roba, nel 2008 era pieno di gruppi così…

Cosa c’è di originale? Che è ben suonato e non solo eseguito, con qualche scelta sonora inaspettata e in più rifiutano contratti e agenzie, l’ultimo disco Sheken to the core è stato prodotto dal nostrano prezzemolo Alessandro Del Vecchio, un professionista serio e affidabile. Un gruppo attivo da 15 anni, con più chilometri che ascoltatori, festeggia un punto notevole di carriera in un locale nella periferia, davanti a 100 persone. C’è qualcosa che non va nella musica.

Il locale è una scuola recuperata che da anni ospita concerti, perso nella periferia nord della città. Arriviamo ed è pieno di auto, ci aspettiamo una fola. Macché, come accade negli ultimi decenni il pubblico è disperso in accrocchi e non s’accalca per i gruppi d’apertura. Peccato: gli As the sun scaldano la scena, poi i Crossin’ midnight introducono interessanti elementi settantiani d’un rock Glam con spruzzate di spezie alternative ottantiane, rigorosamaente pre-Grunge. L’audio è accettabile.

All’ora X il pubblico entra, l’atmosfera si fa calda, anche troppo: commettiamo un errore clamoroso quando usciamo in cerca d’aria e rientriamo in un aerosol terribile; e i gruppi sul palco suonano sotto un impianto luci piuttosto intenso…

Nonostante ciò, i Dobermann fanno un concerto incredibile di quasi due ore senza interruzioni, dandosi completamente al pubblico come fossero al Live aid. I loro brani sono cantati in inglese e italiano, suonati con irruenza controllata ed è la varietà d’arrangiamenti che stupisce rispetto alla media: c’è pure un’incursione nel guazzabuglio glam-powerpop di inizio millennio con un brano originale che li avvicina ai coevi Offspring di quel periodo.

Ci sono anche quattro brani d’altri, due meno interessanti (una ruffianata dei Queen e uno che non riconosco se sia un’inutile tiritera dei Talking heads) e due versioni da capogiro di classiconi: Hot for the theacer e War pig diventano Heavy Metal precisissime, la prima velocizzata, suonate con una perizia da autentici professionisti, di quelli che una volta firmavano contratti a sette cifre.

Cosa simpatica, due membri originari del gruppo partecipano all’esecuzione di alcuni brani, cosa che rende la serata una festa fra amici, elemento confermato nel finale della serata: non pago, il gruppo regala poster firmati da ogni membro ai partecipanti che lo chiedono, ad ognuno viene dedicato tempo senza frette o fastidi o inutili idiozie supponenti da pseudo-rockstar. Il prezzo della serata (tre gruppi per più di tre ore di musica) 13 sacchi.

Torino è una città ingrata, lo sanno bene gli Elektradrive e molti gruppi torinesi. Cento persone per un concerto simile per qualcuno che dovrebbe essere una gloria cittadina, sono assurdamente poche; ma non avere un contratto, con questa professionalità dopo anni, è uno squallido segno di squallidi tempi.

Sicuro che abbiano avuto proposte, ma devono essere state così insultanti da non accettarle per non fare passi falsi, per non svendersi. E così i loro dischi sono impressionanti per le potenzialità d’un materiale ottimo e per quello che manca, ovvero i soldi che lo farebbe svettare.

Comprendete perciò il fine di questo pezzo: uno squarcio sullo scenario, una singola storia per raccontare l’insieme. Per chi ascoltando i brani in studio non sentisse niente di che, invito a comprendere il motivo.

Vi assicuro che dal vivo questi pezzi diventano inarrestabili momenti di giubilo Hard, perché il gruppo si situa quasi a metà fra lo stile tradizionale e quello sperimentale, così da ricavare uno spazio sonoro consono a un progetto che molti avvicinano agli AC/DC.

Cosa poco vera, ma il pubblico vive di queste suggestioni. E i Dobermann protrebbero proporre a un uditorio annoiato e in crisi senza volersene rendere conto, grandi azzardi che non sarebbero compresi. Al gruppo anche se non va proprio bene così, non va comunque d’arrendersi.

Hanno detto una cosa sul palco: “Noi facciamo questa cosa per il Rock’n’roll”.
E noi ci crediamo davvero, Paul. Lunga vita al Rock’n’roll!