H.E.A.T. – Quanto è buono il formaggio con le pere!

Un argomento di grande attualità che coinvolge più o meno tutti, va di moda e che puntualmente finisco per detestare come un sociopatico qualsiasi è il cibo, da qualsiasi angolazione lo si voglia vedere. Intendiamoci, nasco in Toscana e sono di forchetta buona, ma non mi rivedo nell’enfasi di quello che è uno dei nostri bisogni primari, nell’ostentazione del cibo come estetica, nell’egocentrismo di certi addetti ai lavori e nel relativo culto delle personalità.
Eppure i cambiamenti degli ultimi anni nel modo in cui ci viene servito e preparato il mangiare ci hanno portato anche un paio di insegnamenti esemplari, oltre a tanta roba buona: il primo è che se ti sai vendere, anche un’abitudine quotidiana come il cibo può diventare un’esperienza per chiunque. Non ultimo, se prendete tutte le cucine del globo, da quella altolocata al cibo da strada, per quanto esotiche, variegate e diversificate possano essere, converrete che gli ingredienti sono in qualche modo sempre quelli.

Tutto quello che puoi mettere in un piatto è presente da anni allo stato di natura. Cambia solo il modo di combinare insieme gli elementi. La quantità, per esempio, le dosi, la cottura o la conservazione. Nulla si crea dal nulla, né si distrugge per sempre.

Perché dico questo? In verità volevo solo raccontarvi gli H.E.A.T. in una maniera un po’ diversa. Se li descrivessi come la solita band svedese dedita al vecchio e nostalgico hard rock, il pezzo sarebbe già concluso.

Come dice Marco Grosso, senza canzoni non vai da nessuna parte. Puoi essere originale quanto vuoi, tecnico e iperdotato, magari hai pure un bel faccino che non guasta mai, ma se non sai comporre difficilmente la tua musica si stamperà nella mente di chi ti ascolta.

Gli H.E.A.T. suonano una specie di A.O.R. ma a ben vedere non è neppure vero, dato che oggi definiamo A.O.R. ciò che un tempo era semplicemente hard rock; comunque, suonano A.O.R. ma hanno i piedi ben saldi nell’heavy metal classico e di tanto in tanto non mancano di ricordarlo in sede di intervista.

Poi è chiaro, leggi che vengono da Upplands Vasby e va da sé che gli Europe in qualche modo rappresentano un modello, ma nel loro caso c’è molto di più. È come se tutte le band che hanno fatto la storia dell’hard rock si fossero date appuntamento a Stoccolma per una grande orgia il cui figlio naturale si chiama H.E.A.T.

I primi due dischi aprono la questione in un modo che più classico non si può. Indiscutibilmente belli, soprattutto il debutto omonimo, ma anche quanto di più tradizionale si possa dire in materia al punto che a tratti sembra di ascoltare uno dei tanti progetti Frontiers.

Il sequel Freedom Rock non si discosta molto dal predecessore ma vede curiosamente Tobias Sammet in veste di ospite. In quegli anni infatti H.E.A.T. ed Edguy andavano in tour assieme, un binomio abbastanza curioso se ci pensiamo un attimo. Le loro strade si incroceranno ancora in futuro, ma andiamo con ordine.

Dicevamo prima degli ingredienti: con il terzo disco arriva Erik Gronwall dietro il microfono, ed è qui che la cosa si fa interessante.

Erik Gronwall non è uno qualsiasi. In patria si è già fatto un nome partecipando al reality musicale “Swedish Idol”, che seguiva un format in voga in quegli anni. Insomma, entra negli H.E.A.T. che ha già un nome ma soprattutto un’estetica totalmente avulsa dal rock melodico della band.

Un po’ punk, un po’ Prodigy, Erik sul palco è un vero animale, non certo uno di quei bei faccini che si spara le pose come nei video dei Kiss anni ’80. Tutto questo non poteva non riflettersi nella musica: la band assimila elementi più sleazy nel proprio stile ed ecco che ogni tanto spuntano singoli scanzonati ma efficaci.

Non fatevi fregare dalla copertina, Address The Nation, il terzo non è un disco ma un discazzo. Non un discone, né un capolavoro, ma un album di quelli che ti prendono per di sotto e ti portano nella mischia ed è qui che gli H.E.A.T. diventano gli H.E.A.T. con i riff gonfi, i cori testosteronici, le ritmiche quadrate. Portano a casa un singolone classico come Living On The Run e un altro più sbarazzino come It’s All About Tonight mentre in mezzo a tanto ben di dio c’è spazio anche per un pezzo sperimentale come Downtown, zeppo di synth e tastiere.

Per essere una band svedese nata negli anni 2000 il pilota automatico pronosticato da tanti ascoltatori superficiali non funziona troppo bene. Per dire, si resta sempre nel genere, ma ogni disco ha una sua personalità; Tear Down The Wall è un lavoro arrabbiato, Point Of No Return, Inferno, Enemy In Me e la stessa title track sono ancora oggi fra i pezzi più abrasivi e “in your face” mai composti dalla band.

Anche qui spunta il momento “out of the box” in concomitanza con i due singoli di lancio: se A Shot Of Redemption è un tentativo tutto sommato riuscito di ispirarsi ai Bon Jovi dell’era di mezzo, Mannequin Show è terrificante anche sorvolando sulle evidenti somiglianze con Britney Spears.

Consensi ovunque, webzine adoranti e una fanbase sufficientemente larga e fedele. Contro ogni pronostico la band si gioca la carta rischiatutto. Con Into The Great Unknown infatti non sono un paio di pezzi a essere out of the box, ma quasi un disco intero.

E’ un capitolo strano quello del 2016, in cui convivono varie anime, quella più hard rock tradizionale e meno A.O.R, a tratti bluesy (Shit City) con un’elettronica già presente in passato ma che qui sgomita vistosamente. Bangkok poi non è certo il luogo che metteresti in cima alla lista dei posti dove chiuderti in studio per registrare.

Into The Unknown è per certi versi il disco che non ti aspetti, magari non del tutto messo a fuoco in ogni sua parte ma necessario per definire il processo di maturazione della band. Che infatti dopo questa prova prende le redini in console e confeziona il suo album più iconico, quello che definisce stile e intenzioni: H.E.A.T. II non è un titolo casuale.

Produzione, suoni, cori, qui è tutto pompato all’inverosimile al punto che a tratti sembra quasi di ascoltare una band power metal di nuova generazione. Non fatevi scoraggiare da questa affermazione, è amore al primo ascolto. Siamo al cospetto di autentici inni, ecco, gli H.E.A.T. sono dei maestri di solennità, qualsiasi cosa decidano di comporre non ti puoi trattenere dal cantarla.

Dal primo all’ultimo pezzo, H.E.A.T. II è una corsa a perdifiato sulla lezione impartita dai Def Leppard con una produzione magistrale. Ne ha fatta di strada questa strana creatura venuta dal Nord, mischiatasi con un improbabile cantante punk e autrice di una via personale al rock melodico. Ed è qui che arriva il bello: il sodalizio con l’istrionico singer si scioglie, Gronwall si unirà alla versione imbalsamata degli Skid Row con l’ingrato compito di ridare linfa agli ex compagni di Sebastian Bach e manco a dirlo, l’entusiasmo dei vecchi fans è alle stelle.

Non passa molto prima che tutti capiscano di trovarsi al cospetto di un signor cantante, giunto nel posto giusto con almeno dieci anni di ritardo e quindi al momento sbagliato. Io me lo vedo Dave “The Snake” Sabo mentre si mangia le mani e bestemmia in stile yankee. Il disco che ne segue The Gang’s All Here è il perfetto manifesto delle nevrosi giornalistiche di settore, accolto da roboanti recensioni e miseramente finito a prendere polvere dopo pochi ascolti, e non per colpa del povero Erik che almeno sì, col senno di poi può vantarsi di essere l’erede naturale di Sebastian Bach.

Tutto il giornalismo di settore si sforza di rendere attuale ciò che non lo è, supportando prodotti di scarsa qualità allo scopo di ricreare il tempo che fu ma che non tornerà mai. Succede puntualmente con le band di punta, figurarsi se potevano mancare all’appello gli Skid Row con un cantante decente finalmente nei ranghi.

A questo punto gli H.E.A.T. corrono ai ripari richiamando in servizio il cantante dei primi due dischi, Kenny Leckremo. Di lui abbiamo detto poco e ci limiteremo all’essenziale, è molto influenzato dai cantanti più classici e in particolare da Joey Tempest, adora gli Iron Maiden a livelli assurdi e, guarda caso, di recente è entrato nel circo degli Avantasia per rendere il favore a Tobias Sammet raccogliendo peraltro non pochi consensi.

Sul palco, pur senza raggiungere i livelli di follia di Gronwall, si difende in maniera egregia. Il mio personale punto di accesso al mondo H.E.A.T. è il successivo Force Majeure e tutto per colpa dei due singoli in apertura, belli da far resuscitare i morti, ma il resto del disco non è da meno.

Oggi la band vive un momento di grande visibilità, il nuovo Welcome To The Future è appena uscito e il tour che ne è seguito è un autentico successo, Leckremo si sta facendo conoscere fuori dal seminato e la band atterrerà nientemeno che sul palco dell’Alcatraz di Milano ad ottobre di quest’anno.

Niente male per una band che suona un genere “vecchio” e “sempre uguale”. Bastano pochi accorgimenti, abilità compositiva, due cantanti della madonna per i quali molte band ucciderebbero pur di averli, un po’ di sana sperimentazione a piccole dosi, ma sarebbe meglio dire ispirazione, e non ultimo mischiare bene gli ingredienti che tanto, alla fine, sono sempre gli stessi. Purché la pietanza sia buona.