Cominciamo dalla fine. O meglio: cominciamo da dove la storia diventa vera.
Nel 1996, i Sadist avevano già pubblicato due album che la critica avrebbe impiegato vent’anni a capire. In quei dischi dimostravano diverse cose: 1) si può fare death metal progressivo in Italia; 2) le tastiere possono convivere con i blast beat; 3) Genova può competere con Tampa e Stoccolma.
Nonostante tutti i risultati raggiunti, i Sadist però non avevano ancora trovato la loro voce.
Poi arrivò Trevor.
Questa non è la versione ufficiale. La versione ufficiale dice che Tommy Talamanca è il genio, il visionario, l’architetto. Ed è vero. Ma le cattedrali senza affreschi sono capannoni. Le mappe senza storie sono geometria. Tommy aveva già costruito uno strumento perfetto. Trevor gli ha dato qualcosa da dire.
Scrivo questo sapendo che verrà contestato. Che i puristi diranno: e “Above the Light”? E “Tribe”? Capolavori, certo. Ma capolavori di architettura. Capolavori di possibilità. È solo quando Trevor entra nella band che i Sadist smettono di essere un progetto e diventano un destino.
Prima di lui però, c’è Genova. E Genova viene prima di tutto.
Non sto parlando della città come sfondo, come cartolina, come nota a piè di pagina biografica. Sto parlando di Genova come autore. I Sadist non sono nati a Genova. Sono stati scritti da Genova.
Genova che non si mostra con un solo colpo d’occhio, è una città verticale dove per andare da un punto all’altro devi salire e scendere, le strade cambiano nome tre volte in cento metri, il mare c’è ma non lo vedi finché non ci sbatti contro.
Una città che ha inventato la banca e la cambiale (insieme a Prato), il capitalismo e l’assicurazione marittima, ma che ha sempre preferito nascondere la ricchezza dietro facciate scrostate.
Genova diffida di chi arriva.
Genova non perdona chi se ne va.
Io la conosco bene, anche se talvolta da “semi foresto” l’integrazione è stata complessa. Charles Dickens attraversò Genova nel 1844 e non la capì. Scrisse di sogni strani, di bellezza che non riusciva ad afferrare, di una città che sembrava nascondere più di quanto mostrasse.
Centocinquant’anni dopo, i Sadist avrebbero dato un nome a quello che Dickens aveva solo intuito. Questo è il DNA dei Sadist. Non la tecnica, non il progressive, non il death metal. La reticenza. La complessità che non si spiega, che devi guadagnarti. La bellezza che devi cercare.
I Sadist non hanno mai fatto un album facile perché Genova non ha mai fatto una strada dritta. I Sadist non hanno fatto progressive death metal. Hanno fatto Genova in forma di suono.
Gennaio 1991.
Tommy Talamanca e Marco «Peso» Pesenti, quest’ultimo già batterista dei Necrodeath, iniziano a cercare musicisti. Tommy ha in testa qualcosa che non esiste ancora: i Genesis che incontrano i Death, i King Crimson che stringono la mano ai Morbid Angel.
Peso ha la precisione di chi viene dal thrash ma sogna strutture più ampie. Si uniscono a loro Andy Marchini al basso e Fabio Bocchiddi alla voce.
L’EP “Black Screams” esce a settembre: 2500 copie vendute, che nel 1991 per una band death metal italiana significa qualcosa.
Poi Fabio se ne va, Andy prende anche il microfono, e nel 1993 arriva “Above the Light”.
Devo essere onesto. Above the Light è un album straordinario. Forse il più importante debut italiano nel metal estremo. Ma riascoltatelo oggi, con le orecchie pulite. Sentirete un’ambizione enorme, una tecnica impressionante, idee che nessuno aveva avuto prima… e vi accorgerete però che manca qualcosa.
Una voce che cerca se stessa. Un centro che non tiene ancora.
È il suono di Via del Campo prima che De André la cantasse: la strada c’è, le storie ci sono, ma nessuno le ha ancora raccontate. “Tribe”, 1996. Nuovo cantante, Zanna; nuovo bassista, Chicco Parisi; sempre Peso alla batteria, sempre Tommy alle tastiere e alla chitarra.
L’album è un salto quantico: world music, scale orientali, otto minuti di progressive puro in «From Bellatrix to Betelgeuse». La critica impazzisce. Le vendite no.
È il suono di Palazzo Ducale: stanze che si aprono su altre stanze, ciascuna con affreschi diversi, un labirinto di meraviglie.
Ma un labirinto senza guida. Entri, ti perdi, esci stordito.
Torni?
Forse. Se hai la pazienza. Poi, alla fine del 1996, tutto crolla. Peso lascia. Zanna e Chicco vengono sostituiti e Tommy si ritrova solo con le sue cattedrali vuote.
Ed è qui che entra in scena Trevor.
Chi è Trevor?
La domanda sembra semplice. Le risposte ufficiali dicono: cantante, autore dei testi, membro della band dal 1996.
Ma le risposte ufficiali non spiegano niente. Trevor è quello che trasforma la tecnica in significato. Tommy compone architetture sonore, Trevor le abita, le nomina, le rende necessarie.
Prima di Trevor, i Sadist erano impressionanti. Dopo Trevor, sono inevitabili. Guardate il processo compositivo, quello che loro stessi hanno descritto in decine di interviste: Tommy sviluppa i demo, li passa a Trevor, e insieme, i due lavorano sugli arrangiamenti vocali.
Non è una catena di montaggio dove uno scrive e l’altro esegue.
È un dialogo. È la stessa persona che parla con due voci.
E poi ci sono i testi. I testi di Trevor non sono “metal lyrics”. Sono mappe.
Quando scrive dell’accabadora sarda, la donna che poneva fine alle sofferenze dei moribondi, non sta cercando un tema «dark». Sta scavando in un’Italia che non vogliamo vedere, quella dei riti arcaici e delle pietà crudeli. Quando scrive di Hitchcock, non sta facendo name-dropping cinefilo. Sta traducendo la grammatica della suspense in un altro linguaggio. Quando scrive dell’inverno in “Season in Silence”, non sta descrivendo una stagione, lui sta cartografando gli incubi dell’infanzia con la precisione di un entomologo che classifica insetti velenosi.
Tommy e Trevor hanno fatto entrambi della musica il loro mestiere, Tommy con i Nadir Recording Studios; Trevor come promoter e ufficio stampa. Non è un dettaglio biografico. È la chiave di tutto. Sono rimasti perché potevano permettersi di rimanere. Hanno scelto la fedeltà alla visione perché avevano costruito una vita che la rendeva possibile.
La maggior parte delle band muore di fame o di compromesso. I Sadist sono sopravvissuti perché i due che contavano avevano capito che per fare arte devi prima poterti pagare l’affitto.
Adesso fermati. Chiudi gli occhi. Vieni con me.
Sei a Staglieno. È tardo pomeriggio, quella luce dorata che a Genova dura venti minuti prima di diventare grigia. Cammini tra le tombe, quelle statue di marmo che sembrano più vive dei vivi. C’è una donna di pietra che piange su un bambino di pietra. C’è un angelo con le ali spezzate. C’è un uomo in finanziera che guarda l’eternità con l’espressione di chi aspetta un treno in ritardo. Hai le cuffie. Parte «Season in Silence». E qualcosa succede.
La musica non accompagna il luogo. La musica È il luogo.
Quelle tastiere che sembrano vento gelido sono lo stesso vento che muove i cipressi sopra la tua testa. Quel growl che emerge come un lamento è la voce che queste statue avrebbero se potessero parlare. Non stai ascoltando un album sull’inverno. Stai ascoltando Staglieno che si racconta. Questo è quello che i Sadist fanno quando funzionano. Non descrivono. Non evocano. Diventano.
“Crust”, 1997. Il primo album con Trevor. Anche Andy è tornato al basso, mentre alla batteria, dopo la breve parentesi di Oinos, c’è Alessio Spallarossa, che resterà per oltre vent’anni.
È l’album più claustrofobico, più nichilista, più disturbante. Se Tribe era Palazzo Ducale, Crust è Staglieno di notte, quando chiudono i cancelli e restano solo le statue e i morti.
Nel 1998, i Sadist sono la prima band italiana al Wacken Open Air. La conferma che tutto quello che avevano costruito non era un’illusione provinciale.
Poi, nel 2000, “Lego”, l’album che tutti dimenticano.
L’album che insegue il nu-metal, che tradisce tutto quello che i Sadist rappresentavano. L’album che li fa sciogliere. O forse no. Forse Lego è la prova che i Sadist erano artisti veri. Gli artisti veri sbagliano. Gli artisti veri rischiano. Gli artigiani si ripetono; i geni cadono.
Lego è la Sopraelevata: l’errore che non puoi nascondere, che devi attraversare ogni giorno, che ti ricorda che anche le città più belle fanno cazzate.
Cinque anni di silenzio. Poi, nel 2005, tornano. Non per nostalgia, per necessità. C’era ancora qualcosa da dire.
L’album omonimo del 2007 è una dichiarazione di esistenza. Claudio Simonetti dei Goblin suona le tastiere in un brano, il cerchio che si chiude, il debito riconosciuto.
Ma il vero capolavoro arriva nel 2010. “Season in Silence” è l’album che i Sadist avevano sempre cercato di fare. Un concept sull’inverno che è anche un concept sull’infanzia, sulla paura, sulla morte apparente che precede ogni rinascita. Tommy raggiunge la sintesi perfetta tra complessità e leggibilità. Trevor scrive i testi più belli della sua carriera, versi che restano in testa come filastrocche malate. Il basso fretless di Andy e la batteria di Alessio trovano un equilibrio che sembra impossibile: tecnica al servizio dell’emozione, non il contrario.
È il suono del Porto Antico quando nevica, è quell’evento rarissimo che trasforma Genova in un luogo che non esiste, una città sospesa tra il Mediterraneo e il Baltico, tra quello che è e quello che potrebbe essere.
Metal Hammer lo mette tra i migliori album del decennio. Per una volta, la critica ha ragione.
Dopo quello i Sadist avrebbero potuto ripetersi.
Non l’hanno fatto. “Hyaena” (2015) è un viaggio in Africa, la iena come animale totemico, come simbolo di chi viene frainteso, come creatura che sta tra i mondi.

Trevor si immerge nel folklore con la dedizione di un antropologo e la libertà di un poeta. È il suono di Castello D’Albertis: il museo delle culture del mondo che sta sulla collina di Genova, dove un capitano di mare ha raccolto maschere e feticci da ogni continente.
“Spellbound” (2018) è un omaggio a Hitchcock ma non solo ai film famosi, anche a quelli muti, a quelli perduti, a quelli che nessuno ricorda. Trevor fa critica cinematografica in forma di growl. È il suono dei Palazzi dei Rolli: la Genova dei segreti, delle prospettive ingannevoli, delle scale che non portano dove pensi.
“Firescorched” (2022) torna in Italia, l’accabadora sarda, le Tre Madri di Argento, l’orrore che sta nelle pieghe della nostra storia. Nuova sezione ritmica: Jeroen Paul Thesseling al basso (già Pestilence, Obscura), Romain Goulon alla batteria (già Necrophagist).
L’album più estremo dalla reunion, forse di sempre. È il suono del Santuario della Madonna della Guardia: la montagna che domina Genova, dove i pellegrini salgono e i ceri bruciano giorno e notte.
“Something to Pierce” (2025) arriva con un’altra sezione ritmica: Davide Piccolo e Giorgio «Jenny» Piva, sangue giovane, e con Gloria Rossi come voce ospite. «È l’album più vocale che abbiamo realizzato», dice Tommy. «Dopo avere sperimentato con tanti strumenti, era giunto il momento di approfondire LO strumento: la voce umana.» È il suono dell’Acquario: il futuro che guarda al passato, la tecnologia che contiene creature ancestrali.
E adesso la domanda che nessuno fa, quella che tutti evitano perché la risposta fa paura. Cosa succede quando i pionieri sopravvivono alla propria rivoluzione?
I Sadist hanno inventato qualcosa. Non da soli, con Atheist, Cynic, Death, Pestilence, ma l’hanno inventato. Sono stati i primi in Europa a mettere le tastiere nel death metal. Hanno mescolato world music e blast beat quando nessuno ci pensava. Hanno costruito concept album quando il genere ancora ragionava per singoli.
E poi il mondo li ha raggiunti. Gli Opeth hanno sfondato. I Mastodon hanno riempito gli stadi. Una generazione di band ha percorso le strade che i Sadist avevano tracciato, spesso senza saperlo, quasi sempre senza ringraziarli. I Sadist sono ancora qui. Continuano a pubblicare album. Continuano a suonare. Ma il mondo che li ha ignorati ora li ha anche superati, non in qualità, ma in visibilità, in numeri, in quella cosa che chiamiamo successo e che non significa niente finché non ce l’hai e poi significa tutto. È giusto? No. La storia non è giusta. La storia è Genova: premia chi arriva con le navi cariche d’oro, dimentica chi le navi le ha costruite.
Ma forse non importa. Forse quello che conta è un’altra cosa. Tommy ha più di cinquant’anni. Trevor anche. Hanno passato più di metà della loro vita a fare questa musica. Hanno visto la band nascere, morire, rinascere. Hanno visto musicisti andare e venire, Peso, Andy, Alessio, Chicco, Zanna, Oinos, Jeroen, Romain, Davide, Giorgio, ciascuno essenziale nel suo momento, ciascuno parte di qualcosa più grande di sé. E sono ancora qui. Non per soldi, quelli non ce ne sono. Non per fama, non è arrivata. Sono qui perché non sanno fare altro.
Sono qui perché Genova non li lascia andare. Sono qui perché tra tutte le vite possibili hanno scelto questa, la vita di chi costruisce cattedrali che pochi vedranno, di chi traccia mappe per territori che altri esploreranno. I Sadist ti entra nelle ossa come Genova.
Genova ti insegna che la bellezza va cercata, che le strade dritte sono per i turisti, che quello che conta sta sempre dietro una porta che sembra chiusa. I caruggi non finiscono mai. Sembrano vicoli ciechi, e invece si aprono su piazze che non sapevi esistessero. La musica dei Sadist è così. Sembra finita, e invece continua. Sembra capita, e invece ti sorprende. Sembra un cerchio che si chiude, e invece è una spirale che si allarga. Non so cosa faranno adesso. Non so quanto dureranno. So solo che finché Tommy avrà una tastiera e Trevor avrà parole da urlare, i Sadist esisteranno. E finché i Sadist esisteranno, Genova avrà una voce che il resto del mondo può sentire. Una voce che per cinque anni, quelli tra Tribe e Crust, è mancata. E che da allora non ha mai smesso di urlare.

