Editoriali Pascolando

La felicità è difficile da trovare quanto le zollette di zucchero nella neve

Se ne è parlato così tanto da scatenare l’ironia massacrante dei social; se ne è parlato al punto che non ci credevo neanche più. Stamattina invece ho salutato la più bella nevicata dei miei ultimi vent’anni. E l’ho fatto con lo sguardo più malinconico che mi potesse venire. Si è davvero adulti solo dopo che davanti alla neve, invece di gioire ed esclamare evviva ci si ritrova a scalciare l’aria e bestemmiare. Essere separati mentre la neve scende, intendo sentimentalmente separati, porta una malinconia totale. Cosa c’è di meglio di una bella famigliola che corre in mezzo agli alberi imbiancati, fa pupazzi, scatta fotografie, passeggia… E io mai più una roba del genere. Almeno per il momento.

Poi essere autisti mentre la neve scende alle quattro e venti di mattina, con la macchina ricoperta, gli sportelli che nemmeno si aprono. Il furgone che alla base ti aspetta e per farlo partire occorrerà un esorcismo. E per sopravvivere sulle strade, con un mezzo che ha le ruote termiche sì, ma vecchie di due anni e lisce, niente aria calda, spifferi ovunque, ci vorrà qualche intervento divino.

Ho chiesto a mio padre di accompagnarmi in stazione. Ho atteso in silenzio assieme a quattro romeni e due africani, più un italiano dall’aria consumata da qualche malattia renale e sessant’anni di pensieri negativi. Quaranta minuti nella sala d’attesa dai termosifoni spenti così, tutti zitti, chiusi nei giacconi. Fuori i tipi della protezione civile spandevano il sale con pale e carriole e bestemmie. Dentro con noi c’era una bombola a gas e qualche bottiglia di Burn! La divinità offre sempre almeno una duplice via d’uscita.

Nessuna comunicazione sui treni in arrivo. Il monitor con gli orario si è svuotato poco prima che arrivassi io.  Papà è rimasto fuori in macchina ad aspettare che gli dicessi cosa fare. Sono risalito con lui e siamo andati lungo la Cassia in cerca di un bar aperto, così da fare colazione, spicciare i soldi e mettere benzina.

Tutto chiuso.

Siamo tornati a casa. La neve stava vincendo su tutto. Niente macchine, niente luci accese. Un mio collega mi ha confermato che era un casino anche dalle sue parti e di non muovermi, tanto sarebbe stato inutile.

Alla fine ho fatto un giorno di vacanza ma la malinconia non mi è passata. Ho tentato di metter su un pupazzo di neve con le bimbe ed è venuto una specie di nano mongoloide dall’aria tremendamente ostile. Matilde ha proposto di distruggerlo e le ho dato il permesso di farlo. Lei però è molto animista e alla fine, dopo aver sollevato la mano in aria l’ha appoggiata sulla testolina del pupazzo e l’ha accarezzata appena.

Cecilia si è buttata in terra nonostante il mio divieto e ha agitato le braccia per fare l’angioletto delle nevi. Poi si è rialzata soddisfattissima. Non l’ho rimproverata.

Vorrei tanto essere un papà migliore di così, ho pensato. Ho una stanchezza addosso e questa neve che rende le mie figlie così felici a me spezza in due il cuore. Il nano ostile l’ho immaginato con il ghigno di Ivan Drago, sul serio.

Matilde e Cecilia mi hanno tirato qualche palla di neve e io ho reagito sollevando lo scivolo giocattolo sopra la mia testa, ho urlato come un Godzilla con le tonsille da operare d’urgenza e mi sono fatto cadere la neve dello scivolo tutta addosso, in testa e nel collo, come un cretino. Loro si sono messe a ridere.

Dopo un po’ ho pensato che forse avrei dovuto prendere il cellulare e fare delle foto alle bimbe, postarle su facebook con degli ashtag come farebbe la loro mamma #angelinellaneve #bimbeneve #ivandragonellaneve. Ma no, ho un cellulare di merda e le foto vengono male e poi non mi è naturale fare foto, in generale. E poi cazzo, oggi pare che se non condividi un momento con i tuoi 1299 amici di facebook, quel momento non sta accadendo abbastanza. Sono io e le mie due bimbe in un prato innevato, con un nano di neve che ghigna e un cuore adulto che batte la ritirata. Fanculo il mondo…

Poi ho visto Matilde che mangiava la neve e mi sono tornati in mente i miei nonni. Cazzo, come sono patetico, i nonni, la neve, io piccolo che mi affacciavo sul davanzale. Mi riempivano un bicchiere di neve, ci mettevano dello zucchero e poi io lo mangiavo e cazzo e mi sapeva così buona quella roba. Sembro Fabio Volo a scrivere sta cosa, lo so. Abbiate pietà.

Potevo assaggiarla di nuovo, la neve con lo zucchero, ma sarebbe stato un errore che ho commesso già troppe volte. Vi capita mai di comprare un dolce o un gelato che non mangiavate da quando eravate piccoli e di rimanere tremendamente delusi? Ecco. Io in quel modo lì mi sono giocato l’uovo sbattuto, le crostatine del Mulino Bianco, la Girella e il Cucciolone. Già stavo abbastanza di merda e non potevo permettermi ulteriori tristezze alla Nanni Moretti. Quindi ho avuto una pensata. Ho chiesto a mia madre di allungare alle bimbe due bicchieri e due cucchiai. Non vi nascondo che subito dopo ho pensato all’inquinamento, le piogge acide, la fine del mondo, la morte nera e tutto il resto. Sono pensieri tipici di un genitore che vede il proprio bambino giocare con il fango o con qualche insetto strano. Poi mi sono detto: sticazzi! Ho ribadito alle bimbe di mettere la neve più bianca che trovavano nel bicchiere e poi di tornare da me. Io ci ho aggiunto lo zucchero e le ho istigate ad assaggiarla.

Matilde è la più temeraria con il cibo e si è subito messa in bocca una bella porzione di neve e zucchero. La sorella invece ha toccato il contenuto del suo bicchiere con la punta della lingua e ci ha pensato su. Le ho guardate un po’ senza dir nulla. Poi gli ho chiesto: bimbe, è ancora tanto buona come la ricordo io?

Si sono guardate e poi hanno annuito con grande decisione, sorridendo.

Ecco, almeno questo ancora resiste, mi sono detto. La neve con lo zucchero ha bisogno di una bocca di bambino per essere ancora buona come una volta. E noi grandi possiamo e dobbiamo accontentarci di riassaporarla ancora come un tempo solo passando da quegli occhi infantili, sgombri di pensieri pesanti, di sconfitta.

Non sento di esagerare se definisco un frammento di pace tipo quello che ho vissuto oggi, mentre le mie bambine mangiavano neve e zucchero, come un segmento della vecchia felicità dei miei anni più lontani. Ormai per me la felicità è una zia inacidita, sempre più aspra e scostante. I suoi sorrisi e le sue moine sono solo per le mie bambine. Io posso anche andare a farmi fottere!

Più si diventa grandi e più è difficile scovare la felicità. Sì, perché la felicità va cercata, nelle cose, nelle persone, in quello che abbiamo intorno. Non può essere solo dentro di noi. Si tratta di una connessione tra un nostro pensiero intimo e un raggio di sole, un ricordo e un sorriso, un odore e una cazzo di Madeleine.

Quanto è dura sentirsi leggeri, audaci, liberi. Persino la neve non funziona più da sola. Una così bella nevicata è lo scenario di pensieri orribili, disgrazie, miseria, tetraggini indicibili.

Questo non è essere grandi, questo è esser morti.

Oggi ho capito che per essere felici bisogna aspettarsi di trovare qualcosa di bello. All’improvviso, sempre. Ecco nel bianco ci sono zollette di zucchero. Pensare come un bimbo che in una cosa ce ne sia un’altra, altre: milioni di altre!

L’angioletto di neve, il pupazzo col ghigno e la dolcezza hanno il colore stesso della neve. La neve non è solo neve. Mai.

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