Guardando Hungry (For Your Sex) di Lita Ford

Non possiamo prendere questo video e sorprenderci di quanto fosse ambiguo, spinto e inquietante. Certo, oggi il sistema culturale non permetterebbe una cosa del genere, ma bisogna calarsi nell’epoca in cui fu realizzato. La canzone “Hungry” di Lita Ford aveva un testo piuttosto spinto, tanto più che a cantarlo era una donna. Le sue movenze, l’attitudine aggressiva, le parole esplicite, messe nello stesso contesto in cui una ragazzina bionda (una giovanissima attrice che impersona sia Lita da piccola che Alice di Lewis Carroll allo stesso tempo) entra in un buco dalle fattezze carnose, esortata da un uomo con la maschera da coniglio. La bimba si ritrovava in un mondo assurdo, pieno di animali antropomorfi, di pazzi che le dicono cose strane e sembrano volerla trattenere, sedurre, abbindolare. Potremmo tentare delle interpretazioni ma di sicuro non sarebbero le stesse di chi guardava il video di pomeriggio in TV, seduto in poltrona, nei primi anni 90. Oggi la nostra attenzione sarebbe molto condizionata dalla presenza della bimba nello scenario di adulti animalizzati alla David Lynch. Ci sorprenderemmo per l’uso di un’attrice così giovane in un video che parla di sesso, ma allora credo di poter dire che non si facevano grandi problemi a riguardo.

La maggior parte dei video pop e rock degli anni 80 erano pieni di ragazze discinte, balletti dalle movenze inequivocabili e liriche birichine e sconce cantate da Madonna, Prince, George Michael. Tutto il decennio e l’inizio del successivo, furono caratterizzati da una voglia matta di giocare con il sesso, divertirsi, prendere la vita alla leggera, in contrasto a una realtà bloccata dalla cosiddetta “piaga dell’AIDS”, le fobie nucleari e altre belle robette.

Nonostante questa apparente frivolezza nel maneggiare argomenti così pesanti, sono sicuro che c’era una più conscia distinzione tra ciò che era un film, un video, una canzone, e quello che era la vita vera.

Allora, ditemi, cosa c’era di tanto sbagliato in un video così? La parte che più potrebbe inquietarvi è fedelmente trasposta dal libro Carroll, messo in immagini da Disney e poi da Tim Burton. Alice era proprio una bimba innocente in un mondo strano e aggressivo, dominato da esseri indecifrabili, egoisti, indifferenti, psicotici che invece di aiutarla a ritrovare la via di casa, tendevano a confonderla e risucchiarla in quel loro mondo bizzarro. Gli autori del video hanno solo avuto l’intuizione di usare la fantasia di Carroll in parallelo con gli sproloqui sessuali in rima di Lita Ford.

Negli anni la psicologia letteraria è andata a nozze col romanzo di Carroll, ma in fondo lo sappiamo che sono tutte puttanate.

Alice nel paese delle meraviglie viene da un tempo in cui i genitori di bambine piccole non trovavano nulla di male o di pericoloso nel concedere a un maestro un po’ bizzarro di scattare loro delle fotografie, specie a pagamento. Non si tratta di ingenuità da parte degli adulti, come potreste pensare molti di voi. Non successe mai nulla di violento o di traumatizzante per le piccoline. Carroll non si macchiò di alcun crimine. Erano solo foto che collezionava. Ammetto che ora sarebbe inaccettabile, ma è una nuova cultura quella da cui tutti voi sentenziate. Non credo sia mai, nella storia umana, stato così alto il livello di allerta e sensibilizzazione intorno alla figura dei pedofili. Non sto giudicando questo un’esagerazione. Noto che è il sintomo identificante di questa epoca in cui viviamo oggi e che i nostri successori, stigmatizzeranno e sbeffeggeranno dalla loro, decenni o secoli più avanti. E’ sempre stato così e così sarà sempre. I nostri pronipoti prenderanno per il culo il modo che abbiamo oggi di vedere le cose, di quanto le complichiamo o magari le semplifichiamo.

Oggi Lewis Carroll è un mostro e Alice nel paese delle meraviglie una lettura altamente sospetta. Tanta gente non esita a definire l’autore un pedofilo. Parecchi artisti e intellettuali dell’epoca vittoriana sono ora liquidati con quell’epiteto, nonostante fosse un tempo in cui nessuno si sognava di farlo. Per esempio un altro autore di letteratura per l’infanzia. J.M. Barrie, il papà di Peter Pan; o il critico d’arte, intellettuale e pittore John Ruskin, subiscono oggi, a posteriori, la medesima onta.

Questi individui erano immersi in una società molto complicata per quel che riguarda le relazioni sentimentali e la gestione degli impulsi carnali. Alcuni animi anticonformisti molto sensibili, o se volete dei gravi disadattati sociali che producevano grande arte, provavano un’attrazione per l’infanzia e l’adolescenza, secondo me, più come reazione e fuga rassicurante da un mondo adulto che triturava gli animi strambi e creativi che non riuscivano a omologarsi al ruolo di padri e mariti che la società di allora pretendeva rivestissero.

Ruskin si innamorò di una ragazzina di dodici anni. So cosa pensate ma aspettate a sparargli addosso la solita parolina. Lui attese che divenisse maggiorenne per chiederla in sposa al padre. Il genitore rifiutò ma non perché ritenesse scandaloso che un uomo molto più maturo volesse sua figlia così giovane in moglie, era una cosa abbastanza normale, allora. Gli disse di no per una serie di timori che nutriva sull’effettiva capacità di Ruskin di farsi valere come uomo con la ragazza. Ruskin veniva da un matrimonio annullato perché non consumato. La cosa era risaputa e il padre della ragazza, per sincerarsene, aveva pure parlato con la donna che era stata sposata con lo scrittore. Lei gli aveva detto quanto fosse strano, inadatto al ruolo di marito, omettendo che il loro era stato un matrimonio deciso dalle famiglie e privo di amore. In un tempo dominato dal romanticismo questo non era più così accettabile, specie se un uomo aveva un animo d’artista. Il mondo borghese però non voleva saperne di certi personaggi indefinibili sul piano sociale, e così l’uomo negò la figlia a Ruskin. Va capito: temeva che anche quel secondo matrimonio venisse annullato, compromettendo la sposa con pettegolezzi e chissà quali stramberie compiute da quell’assurdo intellettuale.

Erano altri tempi e il peggior errore che possiamo fare noi oggi sarebbe estrarne un segmento, che sia un libro dall’Ottocento europeo, una storia d’amore di un personaggio pubblico vittoriano, o un videoclip americano degli anni 80, e passarlo al vaglio della nostra attuale sensibilità, che ha il diritto di essere diversa e di ristabilire dei canoni della decenza rispetto al passato, così come ogni epoca che ora ci sembra tanto strana o audace rispetto alla nostra, ha sempre fatto in relazione ai tempi precedenti della propria cultura, ma ben consapevoli che risulteremo noi gli strambi, ridicoli e incoscienti a certi pericoli madornali, per chi verrà dopo.

Guardando il video di Lita Ford, “Hungry”, io non bado molto alla bambina, dopo un po’. Sarà che negli anni 80 ci sono cresciuto e un po’ di quello spirito lo possiedo ancora. Mi concentro invece su lei, su Lita e la sua prorompente carnalità. Non oso immaginare cosa mi avrebbe prodotto sul piano ormonale una performance del genere, quando ero un adolescente. Dolore, puro dolore erettile e languore spirituale.

In fondo il video, per quanto anche per quegli anni esprimesse un messaggio complicato da decifrare, parla ancora oggi forte e chiaro alla mia mascolinità matura. Mi stravolge l’animalesca potenza di questa dea del rock. Dubito che Lewis Carroll avrebbe pensato la stessa cosa, però.

Articolo ispirato da un audio di Luca Ciuti sul gruppo whatsapp di Sdangher.