Blackmail The Universe – I tarallucci di Dave Mustaine

Sto ascoltando da una decina di giorni il nuovo album dei Megadeth, che ormai, almeno si dice, sarà l’ultimo. Ho l’impressione che sia ingiudicabile. Correggetemi pure ma se Mustaine non avesse annunciato che era il suo addio a quello che ormai è da almeno vent’anni un suo progetto personale con fior di musicisti stipendiati, ci sarebbero state altre recensioni; addirittura delle vere recensioni. Sì perché quelle che ho letto non lo sono. Si tratta più che altro di elegiaci commiati, sono più dei grazie grandi così. Ora star qui a dire quali siano i difetti e pregi di “Megadeth” sembrerebbe ai più come se, al funerale di una persona che abbiamo amato, sopportato e magari a momenti detestato, facessimo davanti alla bara l’elenco delle cose poco carine che lui ha detto l’ultima settimana prima di schiattare.
Ci sarà un lungo tour e non si esclude un disco solista di Mustaine ma con i Megadeth è finita.
A tal proposito, è curioso che talvolta ci abbia già provato a farne uno di lavoro da solo. Per esempio “The System Has Failed” doveva esserlo. Quel disco fu molte cose e invece è stato solo l’ennesimo album dei Megadeth. Del resto l’esordio dei MD. 45, “The Craving” è pieno di riff che avrebbero dovuto far parte di un altro disco dei Megadeth e invece, non ricordo se per colpa di Friedman che non apprezzava il materiale, fu il one-shot di un gruppo dimenticato da tutti.

Tra le tante cose che “The System…” doveva essere c’è pure che non avrebbe nemmeno dovuto esistere. E per un po’ fu tipo l’ultimo album dei Megadeth; quello dell’addio.

Sì perché Mustaine, dopo l’incidente al braccio, conseguente a una ricaduta nelle droghe, aveva detto che la band era finita. Poi si riprese, fece una lunga riabilitazione e realizzò una raccolta di canzoni che avrebbe voluto far uscire con il proprio nome. Purtroppo, per ragioni contrattuali non poté e fu obbligato a pubblicarlo come Megadeth.

Basta guardare la line-up per comprendere che non poteva essere un lavoro di una band. C’erano un sacco di ospiti, tra cui il redivivo Chris Poland, richiamato a incidere un po’ di assoli in nome dei vecchi tempi, ma l’intera parte creativa era di Dave Mustaine.

Quando lo pubblicò non disse nulla, ma nelle sue intenzioni profonde, come confessò successivamente, quello doveva essere il capitolo finale della storia dei Megadeth; il suo saluto ai fan prima di una nuova vita.

Dopo le vicissitudini degli otto anni precedenti c’era da capirlo: dal tracollo commerciale di “Risk”, a cui seguì l’abbandono di Marty Friedman e il ritorno malinconico e non molto ispirato al vecchio stile di “The World Needs A Hero”, Mustaine si ritrovò esausto, svuotato, deluso, ma allo stesso tempo desideroso di rilanciarsi.

Chissà come sarebbero andate le cose se il pubblico non avesse risposto con entusiasmo a “The System Has Failed”. L’album uscì senza le grandi fanfare degli anni prima, quando le riviste pubblicavano il faccione di Dave anche mesi prima dell’arrivo di un nuovo album, solo per raccontarci a che punto erano le registrazioni e sganciando qualche strampalato pettegolezzo su quello che avremmo ascoltato. Nel 2004 Mustaine era tornato ma non c’erano stati annunci o slogan accattivanti. Era lì, dopo aver detto che non ci sarebbe stato più un disco dei Megadeth.

Non faceva grandi programmi, come disse a Raffaldini di Rock Hard. Non voleva pianificare un tour fin quando non avesse capito effettivamente che livelli di vendita fosse in grado di raggiungere quell’album. Diceva che sì, Nick Menza era tornato in squadra e c’era una trattativa per convincere anche Marty Friedman. Di Ellefson preferiva non dire nulla, al contrario di quel che faceva l’altro, sparlando di Dave; cosa che sta facendo anche oggi. Allora era genuinamente incazzato e deluso da Mustaine, al punto di fargli causa, adesso fa la parte del pacifista che ha superato l’ennesima rottura con i Megadeth, ma non si lascia sfuggire occasione per dire qualcosa di sarcastico e critico nei confronti del vecchio Dave.

Oramai Nick Menza è morto da qualche anno, non per il tumore che mise temporaneamente fine alla sua carriera nei Megadeth a fine anni 90, (e che dopo qualche mese dall’annuncio del suo ritorno, riconvinse Mustaine ad allontanarlo una seconda volta, perché troppo fuori forma per andare in tour con la band).

Riguardo Friedman, attraverso la sua biografia pubblicata da poco in Inglese e dalle dichiarazioni promozionali relative, scopriamo che una trattativa effettivamente ci fu, ma lo stipendio offertogli da Dave risultò davvero troppo basso e il margine di intervento sul piano creativo, praticamente nullo.

Andrebbe approfondito il rapporto tra Mustaine e Marty, perché se le cose divennero così orecchiabili e mature all’inizio degli anni 90, Friedman c’entra parecchio, così come un disco come “Risk” in gran parte, almeno a sentire Dave, fu per colpa di Friedman e del management, convinti di trasformare i Megadeth in una band pop-rock.

Se “Risk” avesse venduto e i fan fossero impazziti per brani come “Insomnia” o “Prince Of Darkness” probabilmente Marty avrebbe finito per papparsi i Megadeth, con il benestare di Dave. E il disco inizialmente non andò male con le vendite. Fu dopo, durante il tour che la band si accorse di quanto le canzoni non funzionassero con il classico pubblico dei Megadeth.

All’inizio ne avevano messe in scaletta diverse tratte da “Risk”, ma via via che andavano avanti, di spalla ai Maiden + Dickinson appena tornato, sera dopo sera le tolsero quasi tutte. Non funzionavano. Ellefson spiega che un conto era creare musica in sala prove, suonarla davanti a un pubblico e rendersi conto se stava in piedi, un altro invece era crearla direttamente in studio, con l’ausilio di tutte le tecnologie. Lì poteva risultare buona, ma dal vivo era tutta un’altra faccenda.

Inoltre l’album smise di vendere.

E Dave disse che era ora di tornare al thrash.

Marty, che al tempo stava avendo un grave esaurimento nervoso, all’idea di ripartire da “Rust In Piece parte 2” sbottò che piuttosto preferiva andarsene. E così fece.

Quando Mustaine pubblicò “The World Needs A Hero”, sostituendo Friedman con Al Pitrelli dei Savatage e riconfermando De Grasso alla batteria, la situazione commerciale non migliorò di molto. Ricordo bene la sensazione al tempo. Quel disco ci restituiva il suono dei tempi più amati ma qualcosa si era perso; c’erano il genere di riff e melodie che, secondo Mustaine, il pubblico avrebbe gradito sentire di nuovo, ma era palese la forzatura e lo scarto tra l’intenzione e l’effettiva capacità di maneggiare di nuovo quell’artiglieria. Ci fu persino un “Return To Hangar” che Mustaine non credo osi più accostare a “Hangar 18” dal vivo e nemmeno nella propria memoria.

Anziché ritrovare l’energia e la rabbia dei bei giorni, il disco strascicava i piedi mormorando una ritrattazione. Era una lettera dimessa di scuse al pubblico stufo dell’andazzo sempre più melodico e morbido dei Megadeth; quello cominciato da “Countdown…” ed esauritosi davanti a un muro di indifferenza con “Risk”.

Se lo chiedete a me, quella fase evolutiva conclude la parabola interessante dei Megadeth, cominciata con dei lavori furiosi e da arrembaggio tossico e conclusasi in un quasi suicidio commerciale nei flutti del mainstream. Fu colpa di Dave che pensò seriamente di finire primo in classifica (c’è arrivato ora che non si vendono più i dischi e ancora si fa la conta di chi ne abbia venduti di più nell’ultima settimana). Fu colpa di Friedman che non capì i limiti dei Megadeth. Le accuse al manager (Bud Pruger, ingaggiato per spingere la band al numero uno di Billboard) e al produttore (Dunn Huff, ex membro della AOR band Giant) sono superflue e poco eleganti rimozioni di responsabilità di uno che lì, di fatto, mentre tutti lo abbindolavano spingendolo nel peccato, aveva l’ultima parola su ogni cosa.

L’esperienza di “Risk” aveva portato Dave Mustaine a perdere il controllo del suo gruppo e a doverne raccogliere i cocci. La cosa che l’avrà fatto arrabbiare più di tutto, fu di vedere i Megadeth andare a picco per delle decisioni prese insieme a qualcuno che poi se ne andò, lasciandolo solo (Friedman).

Marty forse avrebbe continuato il percorso di “Risk”, ma è difficile immaginarlo sapendo in quali condizioni mentali si trovasse nel 1999. Per non farsi venire degli attacchi di panico era costretto a immergersi in vasche d’acqua calda e mangiare cibi proteici per tutto il giorno, e così andò avanti, dopo essere uscito dalla band, per quasi un altro anno.

Dave pensava di essere stato abbandonato dalla band e l’apprezzamento verso “The System Has Failed” fu una grande sorpresa per lui. Da lì ripartì, promettendo a se stesso che nessuno avrebbe più deciso nulla sul gruppo, a parte lui. Lui era i Megadeth. E basta. Forever and ever.

E così è stato.
La situazione collaborativa e “da vera band” che c’era stata tra Dave, Menza, Ellefson e Friedman, non si sarebbe più ripetuta con nessuno. Tutti i musicisti che sono passati nei Megadeth nel corso di questi ultimi vent’anni, non hanno praticamente avuto mai vera voce in capitolo su nulla.

E per quanto oggi ci sia una gran quantità di fan entusiasti di lavori come “Endgame” o “Dystopia” io trovo che soffrano molto di questa mono-dimensionalità.
Tolto lo strano episodio “Supercollider”, sbertucciato immediatamente dai fan, Mustaine ha mantenuto la via battuta fino a oggi.

Probabilmente ha deciso di smettere, tolto che sia vero, proprio perché, riprendendo la vecchia strada, ha costretto se stesso a misurarsi con un thrash metal che non ha più il fisico per suonare.

Avrebbe potuto sviluppare il suo potenziale melodico e lirico in altre direzioni, come fece da “Countdown…” a “Crypting Writing”, senza velleità da classifica, magari decidendo una volta per tutte di puntare su se stesso e aprirsi un nuovo percorso cantautoriale, invece di rinchiudersi nel recinto di “Rust In Piece” e dichiararsi sempre e comunque più Megadeth che mai.

E così si firma anche stavolta che è ora di salutarci, per quanto Dave Ellefson, perennemente in vena di rompergli i coglioni, dichiari che l’album “non suona come un disco dei Megadeth, ma di Dave”.

Secondo me è il problema di tutte le uscite dal 2004 fino a qui, comprese quelle in cui Ellefson ha preso parte dal 2010 al 2021, con una pausa di dieci anni nel mezzo. Sembrano dei lavori di Dave Mustaine e non dei Megadeth. O meglio di Dave che fa roba alla Megadeth. Non è più riuscito a dare una forma interessante alla propria creatura, questo è tutto. L’ha ripassata in padella nello stesso olio fino a bruciarla. E questo provo quando ascolto il suo ultimo disco: sembra abbrustolito, prosciugato dei liquidi e ancora è lì che si ostina a compiere gli stessi movimenti, a berciare gli stessi segmenti melodici, supportato da ottimi musicisti, certo, ma del tutto gregariali.

Non c’è una sola canzone che resterà. Lo sapete voi e lo so io. Però oggi non sta bene dirlo, siamo a un funerale, cazzo.

Tornando a “The System Has Failed”, quello avrebbe potuto essere il giusto modo di concludere la storia dei Megadeth. Non c’è nulla in quel lavoro, nel versante thrash, che Mustaine non avesse già detto, ma ci sono due o tre costruzioni melodiche interessanti e non so bene, lo riascolto tutto con un certo piacere. “The Scorpion”; “Die Dead Enough” e “Of Mice And Men” hanno dei ritornelli molto interessanti e che rappresentano per me dei sussulti felici sulla scia di “Trust”, “Countdown To Extinction”; “Elysian Fields” o “Family Tree”.