I Tumbleweed 1990-1994 e la maledizione dell’albero genealogico

Non è infrequente, dalle nostre parti, sentirsi rivolgere da qualche persona anziana la domanda: “Guagliò! Ma tu a chi appartieni?” Nelle piccole comunità, più che una domanda sulla tua identità individuale è un sistema di classificazione. La linea di discendenza serve a stabilire se l’ambito nel quale stai per entrare può realmente fidarsi di te. In base a requisiti quali famiglia, paese, quartiere, parentele reali o presunte, affiliazioni e altro, finché non sei collocato in una posizione trasparente non esisti per davvero. Le piccole comunità sviluppano una memoria a lungo termine che produce, oltre a un forte senso di appartenenza, anche una sorveglianza permanente contro le deviazioni. “A chi appartieni?” serve a capire se sei affidabile, ma contiene anche un avvertimento implicito: ricorda che rappresenti qualcuno, non solo te stesso. Non ti è permesso l’errore, l’eccesso, il ridicolo, cose che si riflettono in modo problematico sulla tua linea ascendente.
In questi sistemi, chi resta dentro è rispettato, e pochi sono autorizzati a cambiare le regole, a innovare senza pagare un prezzo.
Proviamo a trasporre questo discorso in ambito musicale e ci trasferiamo idealmente in Australia, immaginando che rispetto alla grande scena rock occidentale sia come la piccola e isolata comunità di cui abbiamo fatto cenno.

I gruppi Australiani nascono già lontani dal centro, quindi non partecipano alla formazione dei linguaggi, ma li ricevono già codificati. Inoltre su di loro incombe lo spettro di pochi ma enormi “padri fondatori”: Ac/Dc, Radio Birdman, The Saints, Inxs, Nick Cave, questi nomi diventano veri e propri miti nazionali con cui confrontarsi, non semplici influenze. Il risultato è che ogni band successiva non viene ascoltata per quello che fa, ma per quanto assomiglia o devia dalla stirpe nobiliare.

La scena rock australiana è talmente interconnessa che, per chi la frequenta davvero, pensare in termini di “family tree” non è un vezzo critico ma un riflesso automatico. Ogni band rimanda a un’altra, ogni musicista ha già militato altrove, ogni disco sembra dialogare con una genealogia preesistente. Non è una scena che si consuma per singoli episodi, ma come un organismo compatto, dove le linee di sangue contano quanto i dischi. Questo rende l’ascolto più profondo, più consapevole, ma introduce anche un vincolo implicito: l’innovazione viene sempre letta come variazione interna, mai come rottura.

Abbiamo già descritto in un articolo precedente le difficoltà incontrate dai prime movers della scena in questione, i Radio Birdman, nello scardinare le regole consolidate del mercato musicale Australiano e il prezzo da loro pagato in termini di una carriera vissuta intensamente ma esauritasi in pochi anni nel tentativo di imporsi al grande pubblico.

Lo stesso Nick Cave preferì abbandonare la madre patria e trasferirsi a Berlino, dove il semi-anonimato gli permise di reinventarsi come autore con i Bad Seeds piuttosto che restare e continuare a recitare per sempre, ingabbiato, il ruolo del performer trasgressivo nei Birthday Party.

“Nessuno prese sul serio la musica rock Australiana fino al 1984, quando l’impatto combinato di Nick Cave, dei GoBetweens e dei Triffids rivelò che le strane gemme provenienti dal Down Under non erano dei falsi. Inner City Sounds è un autentico rendiconto di questi tesori” (Mick Houghton, Uncut Magazine, 2005)

Il giornalista in questione, nel suo articolo, si riferiva al libro di Clinton Walker intitolato appunto “Inner City Sounds”, pubblicato inizialmente nel 1980 e ristampato in forma ampliata e aggiornata 25 anni dopo con un doppio cd-compilation a supporto.

Il saggio di Walker era un interessante compendio dedicato alla scena punk e post-punk degli antipodi attiva negli anni 70 e 80, e si guadagnò l’ appellativo di “The Bible”presso i fans.

Nel periodo in cui era diventato introvabile, prima della ristampa, ne emersero addirittura delle copie non autorizzate data la grande richiesta. A conferma di quanto detto finora sull’importanza delle radici, sia il libro che il doppio CD presentano come allegato un poster con il family tree dell’ Aussie Rock a partire dall’ esplosione del punk negli anni 70, di cui è possibile il download al seguente indirizzo.

“Inner City Sounds” celebra questa rete iperconnessa che è l’intero panorama del rock Australiano. E quando una scena sente il bisogno di raccontarsi attraverso una genealogia totale, sta implicitamente ammettendo che la propria forza è la continuità. In questo modo però tanti artisti si sono trovati a vivere una carriera intera all’ombra di un albero genealogico troppo ramificato per lasciare filtrare la luce.

Il doppio CD omonimo, parallelamente, non fa che rendere esplicito un altro meccanismo che nella scena rock australiana era già operativo da anni: l’importanza centrale delle compilation come strumento di autorappresentazione.

Raccolte come “Do The Pop”, “Antipodean Screams”, ma soprattutto i due volumi “Tales from the Australian Underground” non servono solo a scoprire nuove band, ma a descrivere un ecosistema. Mettendo in relazione nomi, suoni, attitudini, città, fotografano il contesto prima ancora dell’ individuo, e creano una narrazione il cui filo logico sono la prossimità e la discendenza.

Se il garage rock made in Usa ha avuto la sua celebrazione definitiva con il celeberrimo box “Nuggets”, edito nel 1972 dalla Elektra, i due CD “Tales from the Australian Underground” svolgono una funzione analoga per il fantastico sottobosco della musica Australiana lontana dalle classifiche pop.

Magari in un prossimo articolo potremmo occuparci più approfonditamente di queste due gemme, per adesso ci limitiamo a osservare che Tim Pittman, il curatore del progetto, proponendo in ordine cronologico una selezione di singoli rigorosamente tratti da 45 rpm usciti tra il 1976 e il 1990, molti dei quali appaiono per la prima volta su CD, seleziona le tracce come un percorso evolutivo, mostrando non solo le radici punk, ma anche come il rock australiano si sia rapidamente trasformato e intrecciato con nuove istanze soniche: post-punk, psychedelia, neo-garage, influenze più sperimentali.

La caratteristica fondamentale resta sempre la connessione tra gli artisti, molti dei quali vengono presentati sia nella fase della celebrità che in qualche primitiva forma embrionale.

I Tumbleweed di Wollongong, cittadina a sud di Sydney, si muovono esattamente dentro questo sistema. Non sono un corpo estraneo, né una deviazione: sono un ramo riconoscibile dell’albero, legittimo e solido, ma destinato a crescere secondo una forma predefinita.

E parlando di embrioni e continuità, la scelta di Pittman di chiudere le due raccolte con il pezzo più iconico dei Proton Energy Pills, di cui i Tumbleweed sono la filiazione diretta, è quanto meno simbolica. “Less Than I Spend”, questo il nome della canzone, viene pubblicata come singolo 7 pollici nel 1990, e rappresenta realmente un ponte generazionale ed epocale, un ponte su cui si incontrano il garage primitivo e irruento della vecchia guardia Australiana e una nuova sensibilità che assorbe la sintassi dell’alternative rock in arrivo dagli Stati Uniti e che sta per conquistare il pianeta.

A fungere da collante e da figura oracolare tra questi mondi c’è la benedizione implicita di un guru come J Mascis dei Dinosaur Jr, che produce il singolo. Il suo intervento suona come un’investitura dall’alto e come riconoscimento di una continuità già in atto. Mascis non mette in atto una rivoluzione in terra Australiana, ma intercetta un movimento sotterraneo e gli dà forma, legittimandolo senza snaturarlo.

In questo senso “Less Than I Spend” non è solo un singolo, ma un rito di passaggio, in cui la vecchia guardia, la nuova generazione e uno sguardo esterno autorevole si incontrano sullo stesso piano.

L’avventura dei Proton si esaurisce però nel breve volgere di un paio di stagioni di gloria. Considerati da molti la next big thing, riescono a farsi conoscere facendo da supporto a grossi nomi d’oltreoceano come i citati Dinosaur Jr, Mudhoney ed Henry Rollins.

Incidono un Ep omonimo con 5 tracks, che sembra un succoso antipasto per il grande salto in direzione del primo vero album completo, ma lo split per le solite divergenze musicali è dietro l’angolo. I cinque ragazzi poco più che ventenni non riescono a gestire il passaggio dalla dimensione di garage band a quella professionale e si dividono in due tronconi.

Il chitarrista Stewart “Leadfinger” Cunningham al momento rifiuta un’audizione, caldeggiata dallo stesso Mascis, come seconda chitarra di una band emergente del nord-ovest degli Stati Uniti, tali Nirvana.

Non è una scelta miope, né un errore di valutazione: è una decisione perfettamente coerente con quella scena e con quella mentalità. Cunningham non sente il bisogno di uscire dall’albero genealogico per legittimarsi. Resterà in patria e sarà comunque in grado di costruirsi una carriera solidissima come band leader e figura centrale del rock australiano, guidando progetti di grande spessore come Brother Brick, Asteroid B-612 e Yes-Men.

Gli altri quattro, il batterista Richie Lewis e i tre fratelli Curley, (Jay al basso, Lenny alla chitarra e il vocalist Dave) si reincarnano quindi nei Tumbleweed, e a dire il vero al momento della pubblicazione dell’ Ep dei Proton la band già non esiste più, infatti lo stesso esce con un adesivo che annuncia la nascita del nuovo gruppo.

“Con un sound a metà tra Grateful Dead e Black Sabbath, i Tumbleweed sono la stoner-band defintiva per gli anni 90”(Ian McFarlane, musicologo ed autore della Encyclopedia of Australian Rock and Pop)

Molti affermano che c’è un prima e un dopo nella storia recente del rock in Australia, e che lo spartiacque sarebbe il tour dei Kyuss del 1993 come opening band per nove date dei Metallica; di fatto una delle loro prime esposizioni in grandi arene internazionali.

Quel tour segnò il primo contatto diretto di molta gente con quel tipo di sound che diventerà il famoso desert-stoner: groove ipnotico, riff massicci e atmosfere psichedeliche. Tanti ragazzi che venivano dal garage/punk classico furono spinti a considerare il crossover più radicale di riff e grooves.

Anche per la nostra band lo stoner sarà un’ influenza decisiva, ma in una seconda parte della loro vita. All’epoca della loro transizione da Proton Energy Pills, ancora in cerca di un supporto discografico, restano nella scuderia della Waterfront Records di Sydney, etichetta e negozio di dischi, che pubblica anche il loro singolo d’esordio, “Captain’s Log”.

Il 7 pollici viene prodotto e mixato a Seattle sotto la guida di altri due luminari della scena, Mark Arm dei Mudhoney e Jack Endino degli Skinyard, titolare dei Reciprocal Studios e soprattutto depositario della formula originaria di quello che verrà poi codificato come suono del North West.

Una formula che applicata ai neonati Tumbleweed fa sì che il pezzo omonimo non brilli particolarmente, infatti se si dovesse giudicare il gruppo su questo parametro lo si bollerebbe come l’ennesimo sottoprodotto di seconda fascia made in Seattle.

Però è sul lato B che il discorso cambia radicalmente, perché “Space Friends” fa emergere già alcune delle caratteristiche che definiranno la migliore produzione futura dei cinque ragazzi: belle melodie di chitarra e un’atmosfera da viaggio interstellare alla Hawkwind.

Ed è nel 1992 che inizia davvero il viaggio dei Tumbleweed verso i picchi creativi e di notorietà. È un raro momento in cui tutte le condizioni sembrano allinearsi in modo favorevole, a partire dalla nuova lineup, con cui la band ha appena trovato stabilità. La formazione che quindi incide il secondo singolo, “Stoned/Holy Moses”, è quella classica della band, con Richie, che da qui in poi sarà il cantante in pianta stabile, dato che Dave Curley accetta la proposta degli Zambian Goat Herders, e i nuovi acquisti Paul Hausmeister alla chitarra e Steve O’Brien ai tamburi.

Paul, devoto al suono selvaggio alla Stooges/Blue Cheer, sale a bordo con tutto il suo armamentario di pedali fuzz e wah-wah e un’attitudine stradaiola che sarà il perfetto contraltare allo stile più legato alla psychedelia di Lenny. Dal suo canto, Steve è un batterista più preciso e meno caotico di Richie, caratteristica maturata in anni di praticantato R&B con la sua vecchia band, gli Unheard.

L’energia positiva che sprigiona questa nuova “congrega” fa in modo che da qui in avanti tutto sembri possibile. “Stoned” mette in evidenza una band con un motore perfettamente rodato che si muove al massimo dei giri, spinto dalla propulsione al basso dal giovanissimo Jay.

Il disegno di copertina, realizzato da Lenny, introduce un altro elemento destinato a diventare un marchio di fabbrica dei Tumbleweed: il look del freak lungocrinito, che mescola psichedelia, marginalità e rifiuto di ogni immagine patinata. Da ora in poi, infatti, lo stesso Richie sarà bollato con il nomignolo di “Richie Weed”, con evidente omaggio al consumo di erbe varie di cui la band sembra fare un discreto uso.

La stessa cover-art viene contemporaneamente notata da un A&R della Atlantic in missione in Australia per seguire le recording sessions degli INXS, il quale, dopo aver visto il gruppo in azione in uno showcase approntato per l’occasione come supporto ai Dubrovnicks, li mette sotto contratto inserendoli nel roster della Seed Records, una sottoetichetta dedicata alle nuove sonorità rock/alternative.

“I Dubrovnicks erano ex membri dei Beasts of Bourbon, The Scientists e The Headstones, gente che era nel giro da anni, e questi cinque principianti da Wollongong arrivano, suonano per 20 minuti e firmano un contratto con la Atlantic!” (ricordo di Steve O’Brien)

Come risultato ci furono una serie di date finanziate dalla Atlantic, di cui alcune in UK e USA, e i cinque sperimentarono la transizione dalla dimensione del piccolo club locale alle grandi venues e i festival estivi. Inoltre andò finalmente in porto il progetto di fare da supporto al primo tour Australiano dei Nirvana, un accordo siglato verbalmente un paio di anni prima con l’intermediazione del bassista dei Mudhoney Matt Lukin, quando le nuove superstar di Seattle erano ancora una piccola realtà da poche centinaia di copie vendute.

Quello che la band non poteva prevedere era che la firma con la Atlantic li avrebbe catapultati nel meccanismo, allora febbrile, della caccia predatoria delle major ai cosiddetti “next Nirvana”: una logica spietata, fondata su risultati immediati e su un orizzonte temporale ridottissimo, in cui il successo rapido era l’unica alternativa all’archiviazione del progetto.

Le majors non avevano i mezzi per comprendere le ragioni del successo dei Nirvana, così finirono per mettere sotto contratto chiunque avesse una chitarra e un distorsore. In questo modo gettarono alle ortiche una gran quantità di ottime band, compresi i Tumbleweed.

È difficile non parlare di spreco, considerando la qualità straordinaria del materiale allora a loro disposizione: una sequenza di brani che fotografava la band nel suo momento di massima lucidità creativa, pronta per un debutto di peso internazionale.

La Atlantic, invece, sceglie una strategia timida e frammentaria, pubblicando soltanto una raccolta che comprende i due straordinari Ep “Theatre of Gnomes” e “Weedseed”, e un altro Ep chiamato “Sundial”, con appena cinque tracce del debut album omonimo, uscito per la Waterfront in Australia ma da loro accantonato, dissipando un patrimonio artistico che avrebbe meritato ben altro destino.

Potenziali hit-singles come “The Sky is High”, “Fish out of Water” o “Carousel” avevano tutte le caratteristiche per diventare dei successi, brani potenti ma con una enorme sensibilità pop a renderli catchy quanto basta. Oppure si potrebbe investigare sull’altro lato del loro songwriting, con titoli come “Shakedown” o “Holy Moses”, oscuri e sotterranei ma che improvvisamente si aprono a divagazioni lisergiche. Purtroppo l’assenza di una strategia commerciale appropriata li condannerà a restare per sempre impressi nella memoria degli appassionati e della critica, senza mai entrare nel racconto ufficiale della loro epoca.

Il biennio successivo vede la band calcare ancora i grandi palchi a supporto dell’eccellente album omonimo pubblicato nel 1992, soprattutto partecipando al grande carrozzone del festival itinerante Big Day Out, il Lollapalooza Australiano, suonando davanti a enormi platee insieme a nomi quali Sonic Youth, Nick Cave, Iggy Pop.

Ma la frustrazione derivante dalla mancanza di supporto nei mercati internazionali reiterata dalla loro major label li forza a chiedere la rescissione del contratto Atlantic alla fine del 1994.

Fortunatamente nel 2010 sarà merito dell’ etichetta specializzata in ristampe Atzec Music rendere giustizia alla band. Sarà solo a posteriori quindi che quel patrimonio disperso troverà una forma compiuta: tutto il materiale inciso per la Waterfront viene infatti raccolto dalla Atzec in un doppio CD, restituendo finalmente una visione organica di quella che resta la fase più fertile e ambiziosa della storia dei Tumbleweed. È una pubblicazione che allo stesso tempo va interpretata come un atto riparatorio e come un documento storico, capace di mostrare con chiarezza quanto potenziale fosse rimasto inespresso per scelte industriali più che artistiche.

Epilogo
Accenniamo qui solo brevemente che, una volta divincolatisi dalla Atlantic, i Tumbleweed si accasano con un’altra major, la Polydor, con la quale pubblicano altri due album negli anni 90, “Galactaphonic” e “Return to Earth”; e un terzo disco a chiudere il millennio, “Mumbo Jumbo”, per la Universal.

Questo periodo trascorso sotto l’ala protettrice del gruppo Universal, dal 1995 al 2000, segna una fase di stabilizzazione economica e professionale, che coincide però con un appiattimento creativo: i Tumbleweed si attestano, come avevamo già accennato, su uno stoner stereotipato, efficace ma prevedibile, che gli assicura un’intensa attività live perché in linea con i gusti del pubblico locale ma privo di quei picchi creativi e di quella tensione evolutiva che avevano caratterizzato la fase precedente.

Inoltre la lineup perde progressivamente pezzi fino a ridursi a un nucleo che consta dei soli Lenny e Richie, fino ad una inaspettata reunion della formazione classica nel 2009, con la quale nel 2013 mettono in pista un quinto album, “Sounds from the Other Side”, che sembra il preludio a un grande ritorno ai vecchi fasti.

Le chitarre ruggiscono come un tempo in “Mandelbrot”, mentre la conclusiva “Esp”, con i suoi sette minuti abbondanti di chitarre lanciate in rotta di collisione con il cosmo, è un brano dilatato e visionario che suona come una dichiarazione finale di libertà, lontana da mode, strategie e compromessi.

Purtroppo dopo pochi mesi la realtà colpisce in modo tragico, spezzando una continuità che sembrava appena ritrovata: nell’agosto del 2014 Jay Curley lascia questo mondo per una malattia causata dall’eccesso di alcolici, all’età di 42 anni.

La perdita di Jay e, a distanza di anni, l’isolamento e il clima sospeso del periodo pandemico dovuto al Covid, confluiscono idealmente in “Shadowland”, un brano uscito nel 2020 che trasforma il lutto e la distanza in materia sonora, chiudendo il cerchio con una riflessione cupa e consapevole di Richie sul tempo, sulla perdita e sulla sopravvivenza stessa della band.

Il pezzo più oscuro e sofferto mai inciso non segna però la fine del gruppo ma una nuova consapevolezza, un punto di riflessione da cui i Tumbleweed ripartono, portando con sé tutto il peso della propria storia e sublimandolo, ancora una volta, in suono.