Il conto economico dei Kanonenfieber

Sono tempi strani per il mercato discografico. A sentire le fonti ufficiali, il settore scoppia di salute. Secondo l’edizione 2026 dell’ Ifpi Global Music Report, vera e propria Bibbia del music business, il contesto generale vede l’industria discografica in ottimo stato: a livello mondiale, il settore si attesta a 31,7 miliardi di dollari di giro d’affari, il 6,7% in più sull’anno precedente e l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Lo streaming rappresenta il 69,6% dei ricavi della musica incisa e quello a pagamento il 52,4 per cento. Nel mondo si contano 837 milioni di utenti premium, il +9,6% sul 2024.
L’Italia, udite udite, va ancora più forte: i ricavi della discografia sono stati pari a 513,3 milioni, in crescita del 10,7% sull’anno precedente. Sfiora d’un soffio la Top 10 dei mercati musicali più ricchi del mondo, dominata da Usa, Giappone, UK e Cina. A soffiarle la decima posizione è stato il Messico, ma l’11esima piazza italiana significa comunque quarto mercato europeo (dopo UK, Germania e Francia) e terzo dell’Ue.  Qui da noi il support fisico dimostra un sorprendente positività, con ricavi da 74,6 milioni (+21,9%). Merito della febbre del vinile che ha mosso 48,5 milioni (+24,2%) e di un rinnovato interesse verso il CD fino a qualche anno fa dato per spacciato, eppure oggi capace di fatturare 25 milioni (+15,1%). Alla faccia dei “good old times” e dei “signora mia dove andremo a finire”.
In questo contesto, il metal gioca un ruolo in parte avulso, almeno qui da noi.

Il pubblico va in massa ai concerti, acquista CD e vinili, da bravi “superfans” che trainano il comparto, ma a sentire le chiacchere sembra l’inizio della fine. Passatismo spinto, polemiche fini a se stesse, retroscena montati ad arte dagli addetti ai lavori, sindrome da accerchiamento, sono i sintomi comportamentali che caratterizzano ormai in maniera irreversibile la forma mentis del pubblico italiano, che finisce puntualmente per scannarsi su un piatto di lenticchie.

Ne è un esempio il vespaio sollevato attorno ai Kanonenfieber, 850 paganti di sabato sera all’Alcatraz di Milano. Stiamo parlando se non erro di una delle band più chiacchierate in circolazione che, mi dicono, ha saputo guadagnarsi le attenzioni di tanti appassionati grazie alla potenza dei propri shows.

Chiariamo una cosa: non ho sentito mezza nota prodotta da questi tedeschi e a dirla tutta non ho neppure intenzione di farlo. Non ho una grande ammirazione per chi si presenta sul palco con su la calzamaglia rubata alla mamma. Lo trovo un cliché di finta cattiveria, poco importa che venga dai Midnight, dai Mgla o chiunque altro. L’anonimato in musica ha già sparato le sue cartucce migliori, penso a Falkenbach e in parte ai Bathory, ed è persino riuscito a fare i soldi con i Ghost. Il resto, francamente, è solo noia, al di là della musica, just in case. In aggiunta a tutto questo, le polemiche sollevate da tutte le parti in causa hanno sprofondato ancora di più la mia scarsa predisposizioni all’ascolto di questi tipi.

Tornando a noi, ha destato un certo scalpore la dichiarazione rilasciata dopo l’esibizione milanese dello scorso venerdì 13 marzo. Nella migliore tradizione dei post indignati, un minuto dopo aver varcato la dogana di Chiasso la band tedesca ha pubblicato sui social un comunicato in cui si lamentava delle condizioni economiche e logistiche della serata milanese.

Commissioni, aliquote IVA, pirotecnici, produzione, discoteca dopo il concerto, e il conto economico della band che se ne va sonoramente a puttane. Ce n’è per tutti, e infatti il metallaro medio, proprio come noi ronzini, abituati a osservare la scena dall’esterno come un qualsiasi umarell di fronte ai cantieri del PNRR, proprio non riesce a farsi sfuggire l’occasione di ragliare contro il sistema a prescindere.

Perché in fondo è tutto un magna magna, le volte in cui ci hanno trattato male speculando sulla nostra passione non si contano, per cui viva lo straniero, soprattutto se viene dalla Germania, terra dove il culto del metallo è sacro e la giustizia prevale. Il popolo ha già emesso la sentenza, anche se il buon senso impone almeno di sentire la versione della controparte.

Versione che infatti non tarda ad arrivare, né da parte del locale, né da parte dei promoter, e che delinea un quadro un attimo più complesso. Si è creata la classica situazione in cui Tizio dice A, Caio dice B e l’amore di verità va a farsi benedire. Sempre che a qualcuno interessi più del tempo necessario, che oggi con tutto il casino che c’è là fuori, c’è altro a cui pensare rispetto alle clausole contrattuali dei Kanonfieber.

La dichiarazione dei cinque caporali ha scatenato una sorta di Royal Rumble in cui tutte le parti in causa, con tutti i mezzi mediatici disponibili, hanno puntualizzato la loro posizione. Non entro nella questione su chi potesse avere ragione che come si suol dire per pararsi il didietro, sta sempre un po’ nel mezzo, ed è spesso vero, alla fine. Come insegna il format “Indagini ad alta quota”, i disastri non dipendono mai da un solo elemento scatenante, ma da una concatenazione/ successione di eventi non necessariamente correlati fra loro.

Tuttavia, l’atteggiamento della band che si presenta in Italia col buongiorno e buonasera, allestisce il palco, suona e smonta tutto senza fiatare, per poi scatenarsi con un post indignato una volta messo piede oltreconfine beh, un po’ mi fa sorridere. Mi ricorda quei clienti che prenotano una struttura con Booking.com, si fanno andare bene tutto salvo una volta rientrati a casa, comodamente dal PC o dal telefono, lasciarsi andare a recensioni furibonde sul cuscino duro, le blatte in cucina e la muffa negli angoli del bagno.

Parlare di commissioni, tasse, IVA (che ricordo, si paga ovunque, e la pagano i consumatori), senza sapere di cosa si sta parlando e soprattutto, usando lo stesso tono con cui stai facendo promozione al tuo ultimo disco, lo trovo invece indice di miseria umana, in assenza di definizioni più convincenti.

Si rischia il ridicolo come quando la maestra ti faceva notare che mischiavi le mele con le pere. Buona parte del tuo pubblico ne sa più di te ormai, caro artista, di fatture, ritenute d’acconto, Legge 626, ma tu sei ancora convinto di essere negli anni ’80 a suonare davanti a un pubblico di adolescenti. E infatti il pubblico, che avrà pure i difetti di cui sopra ma non è scemo, è capace di rispondere per le rime, quando anche lui non si fa prendere dall’emotività.
La realtà è che siamo assillati dalla “tirannia del quantificabile”. E’ sempre stato un tratto caratterizzante del capitalismo e oggi la tecnologia ci ha messo su il carico.

“La Silicon valley è piena di tiranni del quantificabile. Da decenni i suoi oligarchi ci ripetono che i criteri con cui valutare ciò che facciamo e come lo facciamo dovrebbero essere la convenienza, l’efficienza, la produttività, la redditività. Ci hanno detto che uscire nel mondo, interagire con gli altri, è pericoloso, inefficiente, una perdita di tempo. E che il tempo è una risorsa da accumulare e non da spendere.
Tutto questo, in pratica, ci ha portati a essere sempre meno presenti nel mondo reale e a passare sempre più tempo a lavorare, oppure online. Il risultato è un aumento dell’isolamento e dell’alienazione”. (Rebecca Solnit, “The Guardian”)

Ora vi chiederete cosa c’entrino i Kanonfieber con tutto questo. La tirannia del quantificabile ha svuotato di ogni significato concetti come confronto, interazione e contatto umano, svuotando di fatto gli spazi pubblici e la vita collettiva. Una situazione del genere non poteva essere affrontata sul momento fra gli addetti ai lavori e la band e in qualche modo gestita? E’ stata davvero la cosa giusta chiudersi in un mutismo di facciata per poi esplodere in maniera quasi scientifica sui social?

Se i fatti si fossero svolti anche solo dieci anni fa, tutto sarebbe stato derubricato ad aneddoto di quart’ordine, buono tutt’al più per strappare una risata fra le pagine di un libro sulla scena death mitteleuropea by Tsunami edizioni.

Se i nostri amici tedeschi si fossero concentrati su quanto di buono, poco o tanto, avesse prodotto la serata, tutti sarebbero tornati a casa più felici, pubblico e addetti ai lavori. Può starci in un tour una serata andata male, rientra negli scenari possibili di chi sceglie di fare della musica un mestiere. Non è che non te lo aspetti e tutto fila sempre liscio, anche per cause che magari non ti immagini neppure.

Sarebbe stata una risposta più signorile, convincente, propositiva, il classico “lasciamoci con una stretta di mano e con un messaggio positivo, andrà meglio la prossima volta”. Almeno per i fans, che alla fine sono quelli che pagano, sempre e comunque. Nessuno ha derubato nessuno fino a prova contraria, ci sono contratti e contatti, decine di persone, professionisti, dipendenti, società, che lavorano per mesi e mesi fino al minuto 1 dopo il concerto per garantire il risultato migliore. Questo con tutti gli artisti di ogni provenienza, nazionalità e blasone, da anni ormai.

Invece dobbiamo sorbirci il conto economico e la lectio magistralis dei Kanonfieber, condita da analisi di bilancio e fiscalità spinta. Sull’onda dell’emotività e dai cattivi consigli, la band si è impantanata in discorsi scivolosissimi che gli si sono rivoltati contro. Non era forse il caso di lasciar perdere? Non voglio tirare fuori la vecchia favola dello spirito rock n’roll, forse i nostri amici in un momento di alienazione e frustrazione hanno ritenuto che un post indignato potesse rimettere a posto le cose, magari per un vago senso di giustizia.

Con questo non intendo affermare che qualcuno debba smenarci, sempre che così sia andata, ma ripeto, rientra negli scenari possibili della musica suonata. Leggo poi che la band ha fatto 350 paganti in una città come Londra; forse il tour non è andato benissimo, o magari non è andato secondo le aspettative, chissà.

Mi fa poi sorridere chi pensa che fuori dall’Italia le cose funzionino diversamente, anzi, spesso lo pensa chi fuori dall’Italia non c’è mai stato, per un concerto. Ho visto gente appiccare fuochi nei campeggi dei più grandi festival estivi in barba alle più elementari regole sulla sicurezza, disabili in carrozzina abbandonati a sé stessi in mezzo a campi pieni di fango, donne in stato interessante in attesa di una risposta dai servizi clienti di insospettabili promoter europei.

Nel 2009 ho visto i Powerwolf in una cantina di Lubecca che quella dove andava a cena Bismarck a confronto era il The Sphere di Las Vegas. I nostri difetti li abbiamo tutti, ma in Italia non abbiamo mai avuto i morti di Donington, quelli del Roskilde, della Love Parade di Duisburg o del The Station Club per i Great White. E se permettete, visto quello che è successo a Capodanno, mi va bene così. Fra i morti di Crans Montana non c’erano tedeschi, e neppure finlandesi. Vero Mr. Lordi?