The Medusa Touch – Altre catastrofi

“Io sono l’uomo che ha il potere di causare catastrofi”

Questo nella mia mente è un film da Rete 4, di quelli che passavano una volta l’anno, fino a vent’anni fa e che io evitavo accuratamente di vedere. Poi un giorno leggendo il saggio di Domenico Cammarota sul Cinema dell’orrore, pubblicato da Fanucci molto tempo fa, mi sono incuriosito e l’ho recuperato.
Per quanto in rete ci sia chi lo considera un classico e addirittura un capolavoro, in realtà non lo è. Jack Gold, il responsabile principale del risultato finale, è un regista che non ha lasciato grandi segni nella storia del cinema e lo dirige in modo piuttosto ordinario. Per la verità, le produzioni britanniche, specie quelle calate nel genere, non hanno realizzato granché negli anni 70/80.
The Medusa Touch (in italiano “Il tocco della medusa”) è un curioso fritto misto di horror, giallo e fantascienza, che si caratterizza soprattutto, come fa notare l’acuto Kim Newman nel suo “Nightmare Movies”, per i discorsi misantropici del protagonista, in alcuni momenti davvero avvincenti. Qualcuno in rete ha scritto che l’attitudine cinica e crudele di Morlan, questo è il nome del personaggio interpretato da Richard Burton fosse, in quegli anni intossicati di cultura contestataria, “più scusabile”, mentre oggi, è tutto più difficile da mandar giù se in un film qualcuno dice cose negative su una determinata categoria sociale. Per quanto l’umanità continui a commettere sempre gli stessi errori in nome dell’avidità, della paura e della violenza, ora stiamo molto più attenti a dipingere correttamente persino certi babau. Per dire, come mai secondo voi Freddy Krueger è scaduto nell’immaginario, al punto che le nuove generazioni orrorofilo a stento sanno chi sia? Perché era un pedofilo. Anche It lo è? Beh, sì e no. Vero che Stephen King si ispirò a John Wayne Gacy per crearlo e sappiamo cosa facesse ai ragazzini quel tizio, ma la figura del pagliaccio millenario è così trasfigurata nel fantastico da non far pensare a un predatore sessuale. Freddy da vivo lo era. Per questo i genitori dei ragazzini che lui aveva stuprato e ucciso, lo bruciarono nella fornace della scuola. Oggi tutto questo background crea un sacco di imbarazzo alla New Line, casa di produzione che ne detiene ancora i diritti.

Ma chiudiamo la parentesi.

A farci caso, non è solo Morlan a risultare improponibile per il presente, nel film che sto esaminando, ma anche i due co-protagonisti: l’ispettore di Scotland Yard Cherry (trasfigurato in un commissario in trasferta con il volto dolente di Lino Ventura; e la psicologa Zonfeld, interpretata dalla bella e un po’ mariana Lee Remick.

Ora, due nomi come “Zonfeld” e “Morlan” suonerebbero molto meglio in un dramma in qualche galassia lontana lontana e non in un contesto londinese di fine secolo, però è così che si chiamano i personaggi. Ho fatto anche delle ricerche in rete e ho appurato che non si tratta di indicatori anagrafici reali. Non sono anagrammi a quanto mi è dato di capire, ma vi confesso che a Scarabeo io risulto una emerita pippa, quindi potete cimentarvi a dimostrarmi il contrario, se credete il contrario.

Di sicuro uno che si chiama Zonfeld, e ha il volto etereo e sgomento della mamma di Damien nel primo “Il Presagio”) è un enigma forse più inespugnabile del nichilista Morlan, con i suoi super-poteri.

Da qui in poi, se non conoscete il film, vi prego di non proseguire perché svelerò cose che non vorrete sapere per non… insomma allerta spoiler.

L’uomo che è dotato del cosiddetto “tocco meduseo” non è così schiavo del fato (come, ad esempio, la figura classica dello jettatore) ma controlla e amministra la sua nuova facoltà persino con oculatezza, facendo morire, tra gli altri, la sua famiglia, sua moglie, un giudice particolarmente reazionario e un insegnante sadico. Morlar/Burton paga senz’altro il suo “debito con la carne”. Quando poi il suo morbo strisciante si attacca alle pietre della cattedrale di Westminster (attentato alla famiglia Reale) o al cemento corazzato di una centrale nucleare, sono le istituzioni stesse a essere minate dall’interno, minate dal pauroso cancro che pure hanno covato, in colpevole in/consapevolezza. E anche in questo caso non vi è alcuna speranza di salvezza, in virtù dell’assioma : ogni oggetto esiste soltanto in virtù della sua distruzione totale. – Domenico Cammarota – Storia del cinema dell’orrore 3 – Fanucci

CAPITOLO 2 – LA NUOVA CARNE HITLERIANA

“Ho trovato un altro sistema per fare il lavoro sporco dell’onnipotente. La tribù reale, i suoi parassiti e tutto il branco dei delinquenti internazionali si riuniranno insieme a pregare perché l’onnipotente li aiuti a trovare tre milioni di sterline che serviranno a riedificare il suo tempio che sta crollando. Le posso dire che mentre staranno pregando, io farò precipitare senza pietà quelle mura vacillanti sulle loro colpevoli teste”.

Morlan è un mostro, ma non tanto per le sue doti psichiche – un incrocio di chiaroveggenza e telecinesi – e nemmeno per tutti quei discorsi moralistici sul capitalismo, la razza umana, la guerra e il resto. È vissuto per molti anni con la sua croce/maledizione sulle spalle e ci ha messo tanto tempo a credervi fino in fondo.

È un uomo che ha tentato di vivere la propria vita in modo normale, nonostante tutto: si è sposato, ha desiderato, cercato e avuto un figlio, ha pubblicato con discreta fortuna molti romanzi, senza raggiungere mai troppa notorietà. Almeno non spende i suoi soldi e preferisce vivere in un appartamento modesto. Per quanto possano essere alti i prezzi d’affitto a Londra, il luogo in cui Morlan abita è una specie di monolocale. Lì riceve la visita di un misterioso ceffo in impermeabile che lo colpisce con inaudita ferocia (direbbero i giornalisti di Chi l’ha visto?) lasciandolo apparentemente morto in terra col cranio fracassato.
No, non è davvero morto. Ah, non lo sapevate e vi ho rovinato la sorpresa? Ma dico, cosa siete venuti a fare fin quaggiù se non avete visto il film, io vi avevo avvertito di non… Ah, va beh, lasciamo perdere.

La casa di Morlan è uno scenario importante. Molto di quello che Cherry scopre di lui, glielo racconta quel posto. Intanto ci sono dei quadri e delle stampe piuttosto inquietanti: Munch e il suo “Urlo”, Caravaggio e lo scudo con la testa di Medusa; “Bond Of Union” di Escher, (oltre alle varie riproduzioni pittoriche ci sono anche un teschio di scimmia e una statua africana) più altre riproduzioni che non conosco ma che contribuiscono a dare l’idea di un gusto per l’arte un po’ tetro. Vale una battuta quando l’investigatore inglese, che fa da spalla al personaggio di Ventura, commenta il gusto per l’arte di Morlan come “assai discutibile”.

Ci sono ovviamente i libri, alcuni scritti dallo stesso padrone di casa e gli appunti lasciati da lui in un gigantesco blocco di appunti. Sono una prima costellazione di indizi che Ventura dovrà tracciare nel suo cielo di congetture.

Non è tutto qui. Nell’appartamento ci sono due drink su un vassoio in bicchieri dalle forme distinte. Uno potrebbe essere pieno di Brandy e uno Scotch, per quel che ne sappiamo. Il pubblico in questo è avvantaggiato perché ha assistito all’omicidio e sa che Morlan li aveva preparati perché attendeva l’assassino e probabilmente non pensava di essere ucciso.

L’aggressore non ha toccato il proprio bicchiere e Morlan ha sorseggiato appena il suo mentre assisteva a un programma in TV di cui parlerò dopo.

Oltre i bicchieri e i libri ovunque, Morlan possiede anche altri oggetti apparentemente innocui, ma che denotano un’altra vita, meno fatidica e pregna di oscurità e tormenti. Ci sono due pile di riviste nel mobile del televisore, proprio sotto la TV. Sembrano le classiche riviste per ammazzare il tempo, di una volta.

Ci sono altre pile di giornali e riviste in terra. Scopriremo più avanti che Morlan collezionava ritagli di giornale su disastri, massacri, disgrazie.

Questa cosa dei ritagli di nera era molto usata fino a una quindicina d’anni fa, nei film. Oggi non capita più di vedere un personaggio aprire un album e trovarci dentro tutti gli articoli sulle gesta di un serial killer o cose del genere. Ora bisogna scoprire la cronologia nel suo portatile. Eppure è diverso perché con quegli articoli ritagliati c’è una chiara volontà di conservare dati, mentre la cronologia è una scia involontaria di movimenti sul web, sovente mossa da impulsi orgasmici.

C’è un modellino di Napoleone sulla scrivania, una statua di bronzo con cui l’assassino ha colpito brutalmente Morlan alla testa. L’arma del delitto. Il romanzo che Ventura tiene in mano, uno dei vari scritti da Morlan, si intitola The Incinerator. “L’inceneritore”. Lo sguardo dell’autore, in una foto sul retro di copertina, mette in risalto l’aria di uno che non è un gran simpaticone e soprattutto quello sguardo, intenso, agghiacciante, come scopriremo, è in grado di uccidere. Da lì il collegamento con il mito di Medusa.

Dicevamo, Morlan è un mostro perché a un certo punto usa i suoi poteri, così come fa Carrie nel film di De Palma e nel romanzo di King. Entrambi i personaggi non si limitano a subirli, li padroneggiano e se ne servono per vendicarsi dei torti subiti dalla società.

Per Morlan la cosa però diventa gradualmente una specie di programma politico alla Hitler. All’inizio li usa in modo quasi naturale, provocandoli con la propria rabbia: fa fuori la moglie fedifraga; un professore di scuola particolarmente sadico; un giudice conservatore che manda in galera un imputato che Morlan, negli anni in cui ha esercitato da avvocato, sta difendendo, e via così.

In alcuni casi, Morlan “uccide” solo per togliersi un fastidio (la vicina chiassosa).

In tutti questi casi gli omicidi “accadono” sotto forma di disgrazie. Per questo lui ci mette così tanto a ritenersi causa delle morti di tutta quella gente. Il solo problema, fino a un certo punto, è il senso di colpa per aver desiderato che morissero e lo scarso trasporto nel saperle uccise da circostanze in cui lui non c’entra assolutamente sul piano fisico.

Poi un giorno, quando gli nasce il figlio ed è un essere deforme che muore dopo un’ora, con profondo sollievo dell’intero ospedale, ecco che inizia a credere di essere lui l’artefice di quelle morti. Ha bisogno di convincere non se stesso ma qualcun altro. Così si rivolge a Zonfeld, la psicologa, la quale combatte con le armi di cui dispone per razionalizzare questo senso di colpa e sublimarlo in un’ancora di salvezza per il suo paziente.

Dovrà arrendersi quando lui, per dimostrarle che dice il vero, farà precipitare davanti agli occhi di lei, un Jumbo che solca i cieli londinesi.

Poteva scegliere qualcosa di meno catastrofico ma è qui che si chiarisce quanto Morlan sia definitivamente sposato col proprio potere e quanto quello che lui reputava una maledizione, sia un dono malvagio o se vogliamo “divino”, intendendo questo aggettivo oltre ogni moralismo umano.

Ma è solo l’inizio, perché dalla “disgrazia” del Jumbo in poi, Morlan avvia è una escalation di catastrofi sempre più eclatanti, al punto che per un po’, come ho scoperto, il film “The Medusa Touch” era considerato appartenente al filone “catastrofico”.

“Il missile si avvicina alla Luna. Tra due ore entrerà in orbita. Io le dico adesso che non tornerà. Visto che si preoccupa per quella bara da un miliardo di dollari che sta per colpire la Luna… Pensi che con tutti quei milioni avrebbero potuto nutrire una umanità affamata e agonizzante. Come si preoccupano i nostri governanti per quei tre meravigliosi astronauti mentre milioni di altri esseri umani marciscono”.

Avete presente, no, quella serie di film pieni di attori attempati, tutti incentrati su terremoti, disastri aerei e cose del genere? Ma è un abbaglio della distribuzione e del pubblico. “The Medusa Touch” è un’anguilla che sfugge a ogni reticolo di genere. Pensate che nel finale raggiunge un ulteriore sotto-ambiente narrativo, quello del filone della guerra fredda, con il personaggio principale che prima se la prende con degli astronauti, mandando a puttane una missione sulla Luna, poi fa crollare la cattedrale più celebre di Londra sulla testa dei reali e infine punta dritto, nel finale aperto ma assai inquietante, per quanto ridotto in coma, verso la centrale nucleare. L’autore del libro, Peter Van Greenaway, che pubblicò il romanzo nel 1973, pensò bene di infilare il dito nella piaga fresca della storia inglese, rievocando con “The Medusa Touch” il più grande disastro nucleare veramente accaduto in Gran Bretagna, quello di Windscale.

CAPITOLO 3 – LO SPORCO LAVORO DELL’ONNIPOTENTE

“Esistono più lacrime che sorrisi. Esiste più mare che terra. Un giorno l’insopportabile dolore degli esseri umani travolgerà la terra e un’arca galleggerà su quella liquida espressione dell’infelicità”.

Rispetto a Morlan, permettetemi questa considerazione: è Zonfeld il mostro più inverosimile di questa storia. Ovviamente, come in ogni classica trama gialla, il buon ispettore indaga per quasi tutta la storia accanto allo psicologo che ha avuto in cura Zonfeld, la sola persona a sapere un sacco di cose sulla vittima e che potrebbe svelarne il mistero.

Nella seconda metà del film, questa donna pacata, sofisticata e molto intelligente, scopriamo essere l’artefice della terribile aggressione a Morlan. Inoltre, la stessa donna, proverà a ucciderlo ancora e, alla fine, dopo aver fallito per la seconda volta, si suiciderà.

Tutto ciò senza che, rivedendo il film dopo aver saputo ogni risvolto, si possa intuire da un suo sguardo o da un movimento del volto di Lee Remick, che si tratti di una omicida-suicida in dirittura d’arrivo. Potrebbe essere un limite tecnico dell’attrice o una scelta stramba del regista Gold, ma io non mi sentirei di addurre simili spiegazioni. Trovo molto più intrigante lasciare le cose come stanno: la psicologa è una folle scatenata, “una strega che ricaccia i dannati in questo inferno” come la definisce Morlan a un certo punto del loro rapporto. Tra i due il duello è all’ultimo sangue. Da una parte c’è il caos, l’inspiegabile, il mito dell’antichità che deflagra nel modo più evidente in seno al tempio della Hybris occidentale; dall’altra c’è l’illusione di salvezza della psicanalisi, che è vista in realtà come uno strumento di aggiustaggio e conservazione del materiale umano con cui nutrire la fornace che alimenta all’infinito il treno di una modernità delirante, basata sul consumo di se stessa.

Per certi versi la Zonfeld, mi ha ricordato le tipiche assassine misogine dei film di Argento e forse nel 1978, quell’impermeabile che indossa nella scena iniziale, potrebbe venire dal giallo italiano, come influenza registica di Gold.

Di sicuro la struttura ritagliata sull’indagine poliziesca che via via sfocia nel paranormale, è costruita seguendo un po’ il classico modello dei thriller nostrani e Lino Ventura, rappresentante del polar francese, in questo contesto, se la cava meglio che può, ma non la vince con il fascino gigione di Burton.

L’unica mortale dei tre esseri di origine leggendaria presenti nella mitologia greca. Come le altre due sorelle (Euriale e Steno) era un mostro dalle ali d’oro e le mani di bronzo, con viso di donna e i capelli costituiti da serpenti. Chiunque la fissava veniva tramutato in pietra. Fu uccisa da Perseo che l’affrontò guardandola riflessa nel suo scudo: recisale la testa, la donò ad Atena che ne adornò il proprio scudo. – Gianni Pilo – Dizionario dell’orrore – Newton

“The Medusa Touch” si regge sul relativo mito greco, anche se la storia della Gorgone è accennata, almeno nel film, in modo un po’ troppo sommario e più come suggestione. In effetti, la sventura, la sciagura è legata davvero al tradizionale personaggio di Medusa (la brama intellettuale) e lo sguardo terribile di Burton/Morlan, quando raggiunge l’acme della sua indignazione, è il gesto fatale che attiva la calamità sulle sue vittime.

Non proviamo pena per chi muore. I genitori di Morlan sono ottusi e infelici; la baby-sitter è bigotta e miseranda; l’insegnante è un cane del potere; così come il giudice retrivo, ma per quanto la vicina sia isterica, non merita l’induzione al suicidio che le infligge Morlan, irritato dalle sue urla e dal chiasso della TV sempre accesa.

“Quello che non capisco è, perché il mio potere è sempre distruttivo? A volte, quando ero solo di notte, pensavo di averli causati tutti io, i disastri del mondo. Non è così. Noi siamo tutti figli del demonio. Scopriamo cos’è che dà forza al sole e ne facciamo bombe. Creiamo la ricchezza e diventiamo ossessionati dall’ingordigia. Conquistiamo il potere e diventiamo pazzi. Distruggiamo sempre, perché?”

Nonostante la morte della vicina di casa, persino dopo il disastro del Jumbo, continuiamo a parteggiare per Morlan, perché moralmente lui, lo sappiamo: ha ragione. La morale è un’arma del demonio. I reali, gli astronauti, i signori della terra, coloro che avrebbero il potere di salvare milioni di vite e che invece sprecano preziose risorse per vanità, orgoglio patrio e avidità; coloro che avrebbero i mezzi per creare e che invece distruggono per proprio tornaconto al di là di ogni limite morale (gli Epstein Files), costoro devono essere fermati.

Ovvio che quando Morlan fa i suoi discorsoni, prima di schiantare vite umane col proprio potere, siamo tutti con lui, ma è la stessa trappola in cui è caduta l’intera occidentalità. Il delirio di onnipotenza. Che colpa ne hanno i passeggeri sul Jumbo?

Siamo noi i veri mostri e tifiamo per dei mostri che uccidono altri mostri. Ovviamente si tratta di un meccanismo per sublimare la nostra rabbia e frustrazione. Vederlo fare sullo schermo o leggerlo in un libro, ci aiuta a decomprimere la frustrazione verso le ingiustizie che abbiamo subito o che i deboli subiscono, ma diciamo che è un modo di fare cinema che sta venendo via via smascherato. Si tratta dopotutto di un escamotage del cinema americano per aiutarci a mandar giù quintali di violenza: il desiderio di rivalsa del sottomesso; l’eroe solitario che si fa giustizia da solo dopo che dei demoni difesi dal potere fanno fuori sua figlia. Tutto questo è un ricatto emotivo a cui cediamo da generazioni. Un tempo i miti erano raccontati per edificare e per educare l’umanità. Oggi sono soprattutto usati per annichilirci e manipolarci.

Il mostro Morlan, che con quel nome fa proprio pensare a uno di quei cosi giganteschi dinosauri con la zip, suscita la nostra pietà come qualsiasi creatura di Frankenstein, ma ci spinge ad autorizzare le sue nefandezze, come faremmo con un figlio che amiamo troppo.

Vi lascio con l’arringa difensiva di Morlan avvocato. Vale la pena leggerla.

“Mylord, la principale iniquità dell’opuscolo di mister Lovelace risiede nella sua ammissione che egli intende rendere il mondo un luogo più sano e più umano di quello in cui viviamo. L’accusa insiste però sul desiderio professato dall’imputato di vedere “distrutto il museo imperiale della guerra”.

Perché, l’imputato si chiede, mandiamo centinaia di bambini a vedere quella collezione di trofei all’assassinio autorizzato?

È un delitto questo?

Non direi.

Guardiamoci in faccia noi in questa venerabile aula. L’aspetto è quello di esseri civilizzati, mi sembra. Eppure spingiamo degli innocenti in quelle sale degli orrori, colme di dolore, mutilazioni e morte e diciamo, “guardate bambini, è questo che ha reso grande l’Inghilterra!”

Eppure in quel manicomio del grottesco non troviamo esposto il libretto degli assegni del trafficante d’armi, insieme alla patetica medaglia che era sul petto del nonno e alla sua gamba artificiale.

Io mi dichiaro solidale con l’imputato, se ne fossi capace, io questo museo maledetto, lo farei saltare in aria. Ma per il semplice fatto di aver espresso questo desiderio, l’accusa deduce che se un uomo può essere tanto caustico sul nostro passato militare, così mostruoso, di che cosa non sarebbe capace?

Ve lo dirò io, signore e signori della giuria. Egli non è capace di un’azione negativa. Non ci sono state bombe, né congiure, né minacce. Voi lo sapete, la pubblica accusa lo sa, io lo so, il giudice lo sa. Non è l’imputato che dovrebbe essere processato qui, ma una classe dirigente abbrutita che può allegramente mandare una generazione al macello in nome della guerra. E che ha l’audacia di portare un giovane ingenuo come Lovelace in giudizio per aver pronunciato solo delle parole”.