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Editoriali Pascolando

Love/Hate reprise – Nella vita ci vuole un gran culo!

Io ci torno, like the cockold, ma non sono ancora riuscito a staccarmi dal secondo album dei Love/Hate, Wasted In America. Ogni tanto lo risento e quasi sempre mi succede di finirci infognato. C’è qualcosa di magico e di vivo là dentro, una roba degna dei classici, capite? Anche se classico non è. Non lo conosce nessuno, non se lo caga nessuno, non vuole sentirlo nessuno. (Come i veri classici, tutto sommato). E se lo sentono, la maggior parte di questi eletti sbadigliano un po’ e passano oltre. Io invece no. Ci resto sotto per un pezzo e continuo a rivoltarmi tra le canzoni come uno che ha problemi di coagulazione in un campo di pomodori. Eppure… eh? Come sarebbe a dire che cazzo di similitudine faccio? Lavorate per dieci anni in un laboratorio analisi e poi ditemi se non so quello che dico sugli anticoagulanti e le orge con i pomodori!

Insomma, i Love/Hate sembrano dei poveri sfighi, incapaci di ripetere il successo del loro inimitabile esordio eccetera eccetera. Ma siamo così sicuri che Wasted In America sia inferiore a Blackout In The Red Room? Ok, non c’è She’s My Angel e non abbiamo la title-track e Why You Tink They Call It Dope? (il punto interrogativo fa parte del titolo, non è domanda che vi faccio io). Ma tolti questi tre pezzoni, sul serio credete che su Wasted le cose funzionino peggio? Io credo di no. Ok, per colpa dei discografici la band ha dovuto rimettere mano ai brani e renderli un po’ più in riga con il vecchio rock and roll, mentre loro stavano semplicemente seguendo la corrente verso qualcosa di più alternativo. Ma questo ha finito per creare una specie di mistura incredibile tra Led Zeppelin e Jane’s Addiction e fate attenzione a quello che ho appena scritto, perché se avete un po’ di sale in zucca e sapete davvero capire cosa cacchio sentite e come mai vi piace tanto, allora non vi dovrebbe stupire una simile rivelazione: ANCHE BLACKOUT è una mistura tra Zep e Jane’s Addiction. Né più né meno. I Love/Hate non hanno mai scritto un album di street metal o glam o Hair o come lo volete chiamare. Wasted, così come l’esordio, è con un piede nella tradizione più ruspa del rock and roll e con un piede puntato verso il culo del futuro, ossia il dannato crossover di funk, punk e tutto quello che ci si poteva mettere tra un riff alla Page e una sardella in stile Grand Funk.

Non ci sono i Crue nelle canzoni dei Love/Hate. E poi, al di là delle specificazione di quale genere faccia un gruppo, per parafrasare quel magnifico recchione di Oscar Wilde, morto per la sola cosa in cui credesse sul serio e per la quale non gli venissero in mente arguti aforismi: il culo. Dicevo, parafrasando Oscaro, esistono solo due generi di heavy metal, quello buono e quello cattivo. Ossia, quello buono che piace a me e quello che non piace a me, esatto. E più per esteso, siccome io sono un uomo e mi piace la pizza, come a milioni di persone e non mi piace fare la ceretta, come a milioni di persone, i miei gusti possono essere di molti altri, indi per cui, quello che mi piace è ciò che riesce a travolgermi, trascinarmi, prendermi per le palle e costringermi a urlare dal finestrino del mio furgone tutta la cazzo di voglia di vivere che ho. E questo album dei Love/Hate ci riesce. E non solo nei momenti clou, ovvero quando inizia e vi sbrana subito con la canzone Wasted In America

Mama’s in the kitchen
Papa’s on the porch
Junior’s downstairs in the basement
Passin’ on freedom’s torch

E via, giù con la fronte a fare yoink yoink sul volante in nomine di quel che cazzo vi pare. E non mi riferisco a Miss America, con il ritornello da figli di puttana che vi spinge a credere ancora in Jizzy, per quanto la Storia poi ci abbia insegnato che in quel momento stava per prendere una serie di cantonate che nemmeno Cantona quando si buttò nel Cine.

Io parlo di Yucca Man, Happy Hour, Time’s Up. Oh, a proposito di Time’s Up. Io credo che un vero album di rock and roll dovrebbe almeno, dico almeno avere nella set-list un pezzo adatto a tener compagnia a una danzatrice da pertica. Se non funziona nemmeno un pezzo per un culo che si strofina su un palo, allora non è rock and roll. No Way. E molti album del periodo 1992-1996 non hanno neanche mezzo brano da usare per questo scopo, al punto che i peep-show di Las Vegas avevano un archivio di album che finiva con il 1991. Wasted in America ce l’ha il pezzo da palo alto, ed è Time’s Up.

Time’s Up non è una cosa inarrestabile ma è lascivo e parla il linguaggio dei segni del meretricio. Un meretricio scaduto e che non vende più nulla, ma è per questo che io lo trovo eroico nel 1992. 
E non dimentichiamoci di Evil Twins. Vi consiglio di usarla come tecnica per levarmi dai casini: non ero io, è stato il mio gemello cattivo! Yea. Voglio dire, il rock e il metal dovrebbero darci una mano nella vita. Questo è un pezzo che aiuta il buon umore. E potete sempre trarre spunto. Poi venite a raccontarmi come è andata.

Ma il punto è: questi brani, e anche tutti gli altri (in tutto sono 12) suonano davvero di potenza. Quando sento Yucca Man mi sembra di essere finito con un fuoristrada decappottabile in un muro di rovi in discesa e di continuare a sfondarlo e scorticarmi l’anima tra tutte quelle spine. E la discesa è inarrestabile. Prendete Happy Hour e ditemi poi se c’è una band che sta collassando di fronte al grande cambio di disegno del Dio del rock che dovrebbe aiutare la proliferazione del grunge e la sterilizzazione di Los Angeles tramite diserbante spermicida (Bob Rock). Io non sento una band così. Io sento una diavolessa del metal che sdruma qualsiasi metronomo con una serie di stacchi e riattacchi da fare a pezzi qualche suora. E le suore non sono tanto morbide, date retta a chi le ha provate da bambino.
E secondo me finché un gruppo suona così, vuol dire che sta facendo la cosa giusta. Sta seguendo il suo cammino evolutivo naturale. Sta trovando la via per continuare a esprimersi, avere stimoli e forza sufficiente ad abbattere muri. Blackout e Wasted sono genuini e i Love/Hate del 1992 andavano portati a spalla fino al palazzo della Atlantic, invece di essere lasciati in balia delle loro strambe manovre promozionali.

Editoriali Pascolando

Love/Hate – Ma che cavolo successe poi nella Red Room?

Non so come scriverò questo articolo sui Love/Hate perché WordPress ha deciso di mettere tutto un nuovo sistema per la creazione di articoli; questo mi impedirà di essere sciolto e spontaneo come capitava ormai da diversi anni. Insomma, davvero non so cosa accadrà. Magari al terzo paragrafo mi accorgerò che sono spariti i primi due, chi lo sa?

Va beh, sono andato a capo con invio, c’è uno spazio che segna il passaggio da un paragrafo all’altro e fino a qui tutto bene. Magari sarà il caso di cominciare a parlare dei Love/Hate. Allora, Love/Hate. Io non passo molto tempo senza domandarmi cosa sia andato realmente storto per loro. Insomma, erano grandi. Anzi, aspettate… ERANO GRAAAANDI, CAZZO! 
Ecco, così rendo di più l’idea. Vi è capitato di sentire Blackout In The Red Room? Il loro esordio, esatto. Non è un lavoro alla stregua di Appetite For Destruction, non voglio spararla tanto alta, però è un disco che ancora oggi sta lì, come un mistero di qualche civiltà ormai estinta. Funziona talmente bene che c’è dentro tutto un mondo di speranza che può contagiare l’ascoltatore, per quanto sappia bene che ormai per quella scena lì, l’heavy metal di Los Angeles, non c’è più nulla da sperare. Finito tutto. E anche i Love/Hate sono estinti. Ok, Jizzy vi risponderà “un cazzo!” ma lasciatelo blaterare. Lui è ancora con noi, la sua band no. Anche se lui usa il nome della band per i fatti suoi. Non c’è più quel prodigio di street metal che sbatté il culo peloso in faccia alle maestre nel 1991. Anzi, no, era il 1990.

In Blackout In The Red Room faccio prima a dirvi cosa non funziona. Magari alcuni pezzi sono un po’ “cortini”. E ci sono almeno un paio di passaggi a vuoto, di filler. E su Wasted In America ce ne sono molti di più. Il problema dei Love/Hate secondo me però non erano i filler. Ne facevano di buonissimi. Il loro guaio erano le hit. Perché nei primi due album la band ne scrisse almeno sette. E tutto il resto suona filler, anche se non lo è. Tumbleweed, Fuel To Run, Miss America, Tranquilizer sono pezzi che ancora oggi vi fanno dire di sì, come cavalli tartassati dalle mosche nell’afa di una scuderia in Agosto. Jizzy deborda. Lui è quasi sempre lassù, dove Sebastian Bach va a deporre le uova. Urla e urla e urla a non finire mentre sotto gli altri tre, che si chiamavano Skid (basso e mente creativa assoluta) Love (chitarra che prima o poi me ne vado) e Gold (batte batte batteria), dicevo, questi altri tre pestano e pestano e pestano probabilmente meglio dei Guns e dei Winger, tanto per citarvi due estremi di tecnica e culonerìa. 

I Love/Hate di Blackout sono semplicemente imprendibili. La Title-track dura una cosa come due minuti e un po’. E dopo non siete più voi. Un altro pezzo che ancora oggi è ricordato come fosse una scorreggia di Re Mida, è Why You Think They Call It Dope? Ma secondo me l’apice è She’s An Angel. Non so cosa accada in quel brano ma ha una presa che strugge e carica assieme. Chi è questa ennesima Albachiara bucherellata? Chi è questa ragazza sfasciata nella via Appia dell’L.A. Metal? Che ne so? Di sicuro è una che poi Angel lo diventò davvero, se continuò a vivere fino in fondo in quella coltre di inquietudine che racconta Jizzy. Per tante cose è un brano che aiuta a vivere meglio. Non lasciatevi forviare dagli yehyehyeh iniziali. Tutto si ferma e restano la chitarra e la voce. E l’arpeggio è uno  di quelli che andavano tanto all’inizio dei 90’s. Sapete, gli accordi aperti intorno al mi, il sol e il la. Poi Jizzy canta sopra una linea vocale che lascia fessi. E quando il pezzo cresce e infine vi esplode nelle mani come un orgasmo che non vi aspettavate, potete credere che nel rock and roll c’è sempre la fregatura. Non è solo fottuta energia. Non è solo fanculo a tutto. Il rock and roll vi mette le dita in punti dove nessuno ve le mette e sa come muoverle da quelle parti. E allora sì, state strani, ma vi piace. Questa cosa la sapete voi e lo sa il rock and roll. E più o meno è quello che accade se ascoltate She’s An Angel!

I Love/Hate dopo Blackout potevano pisciare in bocca a tanti ma hanno puntato sulle proprie scarpe mettendosi controvento. Wasted In America, il secondo album, è forse il titolo più sottovalutato del 1992 insieme a Dog Eat Dog dei Warrant e The Ritual dei Testament. Eppure oggi è chiaro che non ci si è capito granché. Era un lavorone. Un po’ sotto al primo ma ancora molto in alto, cazzo. Allora, nel ’92, di pasticci intorno ai Love/Hate ne combinammo un po’ tutti. Noi del pubblico per primi, che li ignorammo per comprare Fear Of The Dark, gli Héroes Del Silencio e Sogno Ribelle dei Litfiba. L’etichetta discografica poi aveva già compromesso le cose dicendo prima: “ok, gente, avete carta bianca”. E così il gruppo portò più di venti pezzi che però andavano un po’ in una direzione alternativa e non erano molto in linea col disco precedente. Allora la Columbia fece: “ehm… che ne pensate se buttiamo a mare quasi tutto ciò che avete preparato nell’ultimo anno e mezzo e proviamo a scrivere qualcosa di ehm… più nei ranghi?” E poi la band finì la frittata girandola in aria con la padella e mandandola in terra. Prima i Love/Hate scesero a patti con l’etichetta e scrissero canzoni più hard rock, trasformando Wasted In America in un ibrido che non andava né avanti né indietro e poi visto che le vendite si mostrarono subito scarse ebbero la pensata del secolo. Mettetevi comodi perché se non la conoscete, questa è una delle più belle fiabe di tutto il rock and roll, da mettere vicino a quella dei Led Zeppelin, lo squalo e la groupie e l’altra di Charles Manson, la fica, i Beach Boys e il White Album. Allora, andiamo a capo.

Jizzy pensò: “cazzo, se non facciamo qualcosa per vendere ‘sto disco, qui va tutto a puttane” . E dopo molto rimuginare gli venne l’idea: “mi faccio crocefiggere sulla Y di Hollywood, sulle montagne dove sta la scritta, che ne dite?”. Gli altri risposero: “Uff, amico, sei sicuro?” E lui: “Ma certo. Cosa stiamo aspettando? Ecco quello che ci vuole. Ora ve lo lancia il vostro Jizzy l’album del cazzo!”. E così fu. Pearl si fece legare sulla Y. 

Cosa successe poi? Nulla. Nel senso che lui pensava: “appena mi vedono succede un casino, arriva la TV, le autorità, Gesù, i pompieri a liberarmi. Poi mi farò intervistare e avrò posto in tutti i notiziari. A quel punto dirò che se vogliono conoscere il vero significato del mio gesto, possono scoprirlo comprando il nuovo album dei Love/Hate. In tutti i migliori negozi di dischi e via così”. Ma non successe nulla. Passarono delle ore e di Jizzy crocefisso sulla Y di Hollywood non si accorse nessuno. Solo che gli amici erano andati a farsi un giro e lui era solo, lì, in attesa che il mondo se ne accorgesse. Rischiò di essere un Darwin Award ma alla fine giunse tutto il carosello dei Media, arrivarono i pompieri, la polizia e chi altri  in queste occasioni. Pearl dopo così tanto tempo era messo talmente male che stava morendo. Biascicò qualcosa ai microfoni ma la gente capì solo che “bhrhb rr eca”.

Risultato della trovata: l’album non vendette una copia in più e la Columbia, già depressa dai risultati ottenuti nei negozi, esasperata dalle bizze da rocker di Pearl, colse l’occasione dichiarandosi offesa da un simile comportamento e ruppe il contratto con i Love/Hate.

Da lì praticamente la band è stata la più longeva e fallimentare tra tutti i nomi di punta del metal melodico americano di inizio anni 90. Fece altri 4 dischi in 7 anni, nell’indifferenza mondiale. Solo in Inghilterra continuarono a dar retta ai Love/Hate, ma questo non bastò a far sopravvivere la band. 

In ogni caso, recuperate i primi due album e sentite che diavoli nel culo avevano i Love/Hate tra il 1990 e il 1992. Anche se sono morti fisicamente, in quei due lavori restano eterni a vita.

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