La Truebrica del fantino Recensioni

Corrosion Of Conformity – Trent’anni di corrosione finirebbero per corrodere chiunque!

1 – I Corrosion Of Conformity sono la versione riuscita dei Metallica anni 90

Non ne fanno più di band così. Oggi la realtà metal è una pipì evacuata a 60 gradi sotto zero: non fa in tempo a uscire un nuovo flutto caldo che diventa subito grattachecca. La grattachecca dell’ortodossia.E non crediate che i Corrosion Of Conformity abbiano attraversato i primi 30 anni della loro vita senza pagare anche solo una delle scelte fatte. Il bello è che non erano neanche tra i più vistosi a spingere il genere verso nuove direzioni. Quando uscì Blind la gente aveva da fare con i Soundgarden. Quando pubblicarono Wiseblood i metallari erano tutti andati alla lapidazione di Lars Ulrich.

Qualcuno nel 1996-97 azzardò una battuta che è divenuta storia: i Metallica aspirano a essere la brutta copia dei grandi Corrosion Of Conformity. Nessuno capì che c’era uno sprofondo di verità in quella provocazione. James Hetfield guardava a loro quando scrisse i pezzi di Loud e il suo debito lo pagò alla grande. Non aveva mai messo piede in nessun album che non fosse della propria band, ma guarda caso un giorno, prese due confezioni da sei birre e si recò allo studio di registrazione dove stavano i COC. Lì dentro, senza dire nulla a nessuno, lui e i Corrosion passarono la giornata a bere, discorrere delle peripezie illegali degli Allman Brothers ai bei tempi e a far incidere a James le backing vocals sul brano Man Or Ash. Wiseblood gli piaceva così tanto che decise di far parte del disco, capite? Non solo: portò la band in tour con i Metallica.

Immaginatevi i Corrosion Of Conformity a quel punto. Erano reduci dal riscontro notevole ottenuto con Deliverance (un album realizzato senza alcuna etichetta alle spalle e grazie al quale erano poi approdati alla  Columbia). Davanti a loro si profilava un futuro roseo come il retto di un prete vergine: un nuovo album che era una bomba, James Hetfield come ospite e testimonial spassionato, partivano in tour, praticamente gratis, con la band metal più famosa della terra; Kory Clarke avrebbe sezionato una mucca con un tagliaunghie per la metà di quella cuccagna.

2 Wiseblood; il disco giusto al momento giustamente sbagliato

C’è da chiedersi oggi come mai molti di voi neanche abbiano mai sentito nominare Wiseblood e forse nemmeno i COC.
Presto detto: la Columbia aveva piani differenti su di loro.

Anzi, la Columbia non aveva piani.

Le Major funzionano in questo modo. Qualcuno dell’etichetta ti scopre, stravede per te e ti offre un contratto. Te ne vai in studio con un bell’anticipo e ti metti sotto. A metà delle registrazioni, che procedono a gonfie vele, il tipo che tanto ti ama e sostiene, è improvvisamente trasferito a gestire un chiosco di hot dog in fondo alla strada ed è rimpiazzato da un altro tizio che non prova neanche la metà dell’interesse che avrebbe potuto nutrire la nonna di tua madre per il tuo gruppo.
Ovviamente non sei più una priorità. Non sei più nulla. Sei il post-sbornia di qualcun altro da smaltire. Magari l’etichetta pensa addirittura che l’intero genere a cui tu appartieni non sia più una cosa su cui scommettere. E quindi non cerca di scaricarti prima che tu abbia finito il disco, non arriva a tanto, però non pensa di perdere tempo e soldi ulteriori con te. Ti lascia galleggiare alla deriva. Se affoghi tanto meglio. Cose del genere sono capitate a tanti: Motley Crue, Slayer, Night Ranger… la lista è infinita.

Quando i Corrosion Of Conformity presentarono Wiseblood  capirono subito l’andazzo. Quelli della Columbia dissero ok, bella robetta ma… dove starebbe il singolo?
La band rispose con la foga e l’orgoglio genuino degli artisti veri: “sticazzi, quale singolo, il disco è una bomba, no?” Ma l’etichetta rispose “Sticazzi del disco, vogliamo il singolo o non se ne fa nulla”

Quindi Wiseblood non sarebbe mai uscito se non ci fosse stato un bell’hit ciccioso come Vote With A Bullet in Blind e Clean My Wounds su Deliverance. I COC tornarono in studio, da bravi. Non sapevano che cosa scrivere, mica è facile cagar fuori un successo così su due piedi. Eppure era necessario riuscirci se volevano che il loro album fenomenale uscisse nel mondo e se erano davvero intenzionati a spassarsela in tour con James e la pesca metallica.

Tempo qualche giorno e  i Corrosion Of Conformity presentarono il cosiddetto singolo. L’etichetta contò le volte in cui si ripeteva il ritornello, l’aria famigliare delle melodie e annuì soddisfatta. Prese il pezzo e lo spinse fino alla nomination per il Grammy. Fanculo il resto dell’album. Inutile dire che era il brano più insulso di tutto Wiseblood.

Drowning A Daydream, questo è il titolo dell’hit potenziale, era un mischione tra Godzilla dei Blue Oyster Cult e Almost Cut My Hair dei Crosby, Stills, Nash & Young. Se il mondo ricordasse qualcosa dei Grammy, si rammenterebbe dei Corrosion Of Conformity giusto per questa porcheria e sarebbe una crudeltà bella e buona!

Il tour con i Metallica però andò bene, solo che Wiseblood nei negozi non si trovava tanto facilmente. Fu un po’ la stessa cosa dei King Kobra con il loro primo album Ready To Strike. Oggi è un cult e se ne renderebbe conto persino Jerry Scotti che è un lavoro pieno di hit e di qualità ma la Capitol allora ci pisciò su.  Carmine Appice credeva così tanto nel progetto che usò tutte le conoscenze maturate nel mondo dello showbiz per spingere il disco, persino conquistarsi con i Cobra un posto in tour di spalla ai Kiss. L’etichetta però non mandò le copie nei negozi e tutto fu inutile.

Racconto questo per dire che i Corrosion Of Conformity ebbero anche una gran fortuna a un certo punto, ma nel momento sbagliato, quindi non servì a una ceppa.

3 – Dalla crisi identitaria al sabbathismo sicuro

Per avere successo nel mondo discografico occorrono tre cose: le idee, il carisma e il culo. Con culo e carisma vai alla grande e anche con le idee e il culo ma ditemi: quante lapidi lastricano il cimitero degli Almost Famous tra coloro che avevano carisma e idee ma niente culo? Centinaia di centimigliaia!

Al tempo del trittico ormai intoccabile Blind-Deliverance-Wiseblood, i Corrosion Of Conformity erano davvero una delle formazioni più intriganti in circolazione, sia per la capacità di scrivere grandi canzoni che per lo sfacciatismo compositivo con cui mettevano insieme il nu-thrash anni 90, il Southern dei Lynyrd Skynyrd e gli Allman Bros, l’hard blues degli ZZ Top e i Black Sabbath più scoppiati e lo facevano con la disinvoltura dei bimbi piccoli col pongo e le caccole. Inoltre avevano una capacità che ormai quasi più nessuna band in giro possiede: assorbivano il mood che c’era nell’aria e riuscivano a interpretarlo in anticipo in qualcosa di fresco e verace. Non è un caso che negli anni 90 facessero quel tipo di dischi così audaci e che negli anni zero siano poi finiti per diventare una sobria rock-band sudista con i capelli a caschetto e la barba rifatta. Suonavano come il mondo ballava. Le loro antennine erano sempre molto sensibili e capaci di beccare in anticipo le nuove tendenze… forse troppo. Perché anche lì il tempismo è tutto, no? Se arrivi troppo dopo è un disastro ma se arrivi troppo prima è come un vecchio disastro (guarda caso è il titolo di un loro pezzo recente).

Questo spiega come mai pur anticipando i Kyuss con lo stoner e i Queen Of The Stone Age con l’alternative classicista, i Corrosion finirono per non raccogliere neanche la metà del successo di tutti gli questi epigoni.

Ma le antennine hanno continuato a fungere. Ecco perché il fantomatico ritorno alle origini hardcore annunciato negli ultimi anni, quando la formazione si è ripresentata a tre senza Pepper, si è risolto presto in una nuova incarnazione ispirata al post-metal più hipster e underground che gira oggi.

Ma qui mi tocca parlare della frattura identitaria. I Corrosion Of Conformity sono tra quei nomi storici che, per motivi di vario genere, hanno voltato le spalle a dei trascorsi (e un certo pubblico) in modo a dir poco traumatico. Un po’ come i più eclatanti Metallica che nel corso degli anni sono stati costretti ad affrontare il proprio passato ma non come pensa la maggior parte del pubblico metallaro per motivi di opportunismo. I Metallica ci cagano in testa ai soldi dei vecchi defenders da riconquistare! L’hanno fatto per una necessità psicologica di risanamento, riconciliazione con il proprio passato creativo. Patetico? Può essere ma essenziale, anche. Si tratta di riunire due se stessi che per troppo tempo sono stati divisi… e divisi si sta sempre male.

I Corrosion Of Conformity nel 1990 hanno cambiato  strada in modo spericolato e sfacciato  subendo una crisi d’identità che si è stemperata senza però mai risolversi del tutto nei vent’anni e passa dopo. A ogni intervista c’era sempre un accenno agli inizi sotto un altro credo artistico e pur con una frequenza sempre minore, qualcuno dal pubblico li accusava di aver tradito una causa.

Quando uscì Blind, la band era agli sgoccioli. Mike Dean, il leader, bassista, compositore e frontman del periodo Animosity aveva mollato e Mullin e Woody Weatherman, da soli, non sapevano più cosa fare. Il primo decise solo di berci sopra più di prima e l’altro di mettere un annuncio in qualche negozio di strumenti e su alcune fanzine. Nel messaggio scrisse che il gruppo era alla ricerca di un cantante e un bassista e che il vocalist avrebbe dovuto all’occorrenza saper suonare la chitarra e soprattutto essere in grado di padroneggiare uno stile alla Ozzy o alla Hetfield.
Chiaro che un simile presupposto denunciava da subito l’intento di chiudere con il passato duro e puro dell’hardcore e di tentare nuove strade meno belligeranti e ingrate sul piano commerciale. Trovarono prima Pepper Keenan e lo inserirono come cantante, poi però lo passarono alla chitarra ritmica e per la voce opzionarono il più figo e dotato Karl Agell. Al basso poi presero un certo Phil Swisher.
In pratica un’altra band. Ovvio che non uscì un nuovo Animosity o un Technocracy. Blind inoltre inaugurò la loro collaborazione con il producer John Custer, poi diventato il Panoramix del sound dei COC per i successivi decenni fino a oggi. Con lui al mixer le cose presero una piega più commerciale e raffinata, poco da fare. Il vecchio pubblico crossover e hardcore che aveva adorato Eye For An Eye si risentì ma un nuovo pubblico metallico lodò e amò quel gran pezzo dell’Ubalda che era Blind.

Apparentemente al gruppo la cosa andò bene così: una nuova line-up solida, un bell’album, uno stile più dinamico… e i consensi lì per lì non fecero sentire il trauma della rottura. Se la formazione fosse rimasta questa poi magari nessuno avrebbe più deciso di patteggiare con le origini (come i Fletwood Mac del 1977) ma Karl Agell all’inizio della lavorazione di Deliverance cominciò a farsi rodere il culo. Lui voleva che la band diventasse southern rock e al diavolo il metal.
La band rispose: al diavolo Karl.
Agell non la prese bene e da allora ha avuto grossi problemi a gestire il passato e il proprio peso.
Mike Dean poi tornò a bussare alla porta. Con lui non ci sarebbe mai stato nessun Blind e quando rientrò il cuore hardcore primordiale ritornò con lui a battere in seno ai COC. Certo, adesso c’era Pepper a dettare le regole, era il nuovo leader e quindi sarebbe stato impossibile ripristinare le vecchie direttive, però il rientro di Dean garantì una definitiva ed efficentissima mensa di sensi di colpa per il “tradimento” di Blind.

Dean ha sempre detto di amare in retrospettiva Blind e di aver partecipato con grande convinzione alla stesura di Deliverance, Wiseblood e America’s Volume Dealer, ma in fondo ha aspettato nell’ombra come un grande antico il momento propizio per ricondurre la sua vecchia band alle rinsaventi fonti iniziali; o almeno per tentare di farlo.

Dopo Wiseblood chiunque avrebbe messo la mano sul fuoco riguardo i Corrosion Of Conformity ma non è che le cose da allora siano andate proprio lisce. America’s Volume Dealer è un buon album, ok. Non lamento il cambio di stile, l’eccessiva aria da fighetti sulle foto e la mancanza di potenza nei suoni; basta però sentire pezzi come Sleeping Martyr e Take What You Want (scritta da John Custer) per capire che il livello della scrittura iniziava a prendere una china abbastanza manieristica e votata alla vecchia scuola del comodo e sicuro giringiro.

Cosa intendo? Che sia nel disco da Autogrill summenzionato che nel successivo ritorno al vecchio pollaio tignoso dello stoner-doom di In The Arms Of God, i Corrosion Of Conformity hanno finito per abbioccarsi su una rivisitazione furbetta dei Black Sabbath (e altri modelli sempreverdi come Led Zeppelin e Trouble).

Allora, facciamo un appunto prima di proseguire: io non ho nulla riguardo il dilagante tributo che le band metal concedono a Tony Iommi. È praticamente impossibile per un gruppo hard rock fare un riff senza ripetere qualcosa che lui ha già fatto, non è una cazzata. La matrice è quella. Se hai subito l’influenza dei Black Sabbath, però stai tranquillo che l’eredità genetica esce fuori da sola, non c’è bisogno che gli fai il verso.
Non c’è niente di più facile che essere sabbathiani. Non ci vuole alcuna ispirazione per ribadire superficialmente, con un riff pentatonico rallentato e ribassato di dieci toni, il sunto dell’intero Master Of Reality. Quello che manca però al 99 per cento degli emulatori è la carica emotiva e la potenza evocativa con cui il ditamozze di Birmingham riusciva a farcire quei riff; e  una sintassi diligentemente ricopiata su quel modello non è sufficiente a ricreare un simile ripieno. Se un gruppo mostra un’influenza, indirettamente, durante la tensione creativa, bene. Se si mette seduto e dice: ok, cosa farebbe il vecchio Tony in questi casi, allora che vada affanculo. È manierismo.

4 – Pepper non abita più qui ma lasciate pure detto a noi, grazie!

Dopo In The Arms Of God succede qualcosa di inaspettato. Keenan si leva di torno. Ufficialmente ha da fare con i Down e non è fuori dai COC. Certo, dopo aver rifiutato il posto di bassista dei Metallica per continuare con loro non avrebbe senso lasciare il posto, no? Però la storia dei Corrosion Of Conformity è piena di questi colpi di scena contraddittori. Per dire, Agell voleva il souther rock e se ne andò, poi la band, senza di lui ne fece a quintali e di pregevolissimo. Il gruppo mollò l’hardcore e si distaccò dalle questioni politiche ma ebbe successo con un brano che parlava di politica a livelli che oggi significherebbero un trasferimento senza ritorno a Guantanamo.

Eppure Keenan nel 2010 non è fuori, ha solo da fare. Non ci sono dubbi. Del resto, Gary Holt è negli Exodus anche se non c’è mai, quindi… Però quando gli altri tre ricominciano a girare e a far dischi senza di lui il dubbio viene un po’a tutti che sia finita; persino a Keenan.

Tanto più che lo stesso Dean, incalzato per quasi tre anni con una domanda sulla presenza assenza di Pepper, alla fine dice: “non lo so se c’è ancora, staremo a vedere”

E il futuro è presto rivelato: il trio registra due lavori abbastanza trascurabili intorno ai quali c’è stato un irritante plauso generale in nome della reputazione e della carriera, più un EP . Nonostante la nuova formazione dei Corrosion Of Conformity rivendichi con orgoglio, sempre per bocca di Mike Dean, la stessa dignità storica della formazione di Deliverance o Blind, lui finisce per ammettere  presto che è inutile portare in giro tutto Animosity e i nuovi brani perché la gente vuole sentire gli album con Keenan.

L’omonimo e IX non sono dischi completamente fallimentari: è innegabile una certa energia di fondo e ci sono pezzi piuttosto accattivanti come Time Of Trails, On Your Way e Tarquinius Superbus ma nell’insieme, se quei tre avessero lasciato il nome in magazzino fino al ritorno ufficiale di Pepper non avrebbero fatto un soldo di danno. Cazzo, era così bella la discografia dei Corrosion fino a In The Arms… : 7 dischi in 23 anni, dei fenomeni di coerenza e parsimonia! E invece ecco due capitoli minori che i volenterosi censori devono papparsi se vogliono scrivere con cognizione di causa un articolo che faccia il punto sui primi 30 anni della band.

Ok. Poi c’è il ritorno della formazione a quattro con Pepper. Cosa ne penso del nuovo No Cross No Crown? Per me è deludente. Sì, Pepper restituisce una voce ai COC mentre con Dean sembrava il più delle volte uno strumento a fiato buttato lì tra i flutti del bagnasciuga stoner-doom di Weatherman. Credo però che No  Cross abbia il suono peggiore mai realizzato da John Custer. Si tenta il realismo underground ma è solo una posa produttiva, non un genuino urlo di chi non ha i soldi ma le palle di fare un gran disco metal alla faccia del mondo in opposizione. Si tratta dell’ennesimo album dei Corrosion Of Conformity. Per carità, fa piacere rivederli insieme ma sono quasi quindici anni che per il gusto di rimirare formazioni ufficialmente estinte ancora in azione ci sorbiamo dischi così così.

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