Mi capita di coesistere con certe band dalla carriera trentennale, senza aver mai cercato di conoscerle davvero. Six Feet Under, per dire. Potrebbe esserci del buono in mezzo a tutta la roba che hanno prodotto negli anni, ma chi ce l’ha il tempo e la voglia di andare a cercare là in mezzo il disco o il brano che non ti aspetti? Nonostante io cerchi di rimettere in discussione qualsiasi cosa, ogni giorno, non ho la forza di affrontarli. Non ancora. Un altro gruppo che ignoro sono i Dream Theater… Cazzo, preferirei andare in guerra in Ucraina che mettermi a sentire tutto ciò che hanno fatto da Train Of Thought in poi. Eppure chissà, potrebbe esserci del buono in quella massa di dischi usciti negli ultimi vent’anni. Me la sono già vista con un sacco di artisti che avevo giudicato troppo lontani dalla mia sensibilità o estranei al genere di cose che cerco nel metal. Spesso sono tornato migliore dal viaggio. Mi è capitato con gli In Flames post Clayman o immergendomi in un oceano di apparente trascurabilità, vale a dire la discografia dei Pink Cream 69.
Ho approcciato segmenti di carriera dei grandi gruppi che non erano collettivamente considerati importanti e tutte le volte mi sono ricreduto (penso a Chameleon e Pink Bubbles Go Ape degli Helloween). Ma non nascondo che questo lavoro sia una faticaccia. Per esempio, ho trascorso un mese in compagnia dei Dark Tranquillity e, nonostante l’avessi fatto con la giusta disposizione e apertura mentale, ne sono uscito con la stessa idea con cui vi ero entrato; che dopo Carachter è una brillante routine, a parte Atoma.
I Soulfly sono un altro gruppo che per circa venticinque anni ho visto andare avanti senza mai sentire il bisogno di ascoltarli. Ero incappato nel clip di Primitive e quell’attitudine tribale del Cavalera non mi ha mai sedotto, sin dai tempi di Roots.
Non fraintendete, riconosco un certo valore nelle scelte stilistiche dell’artista brasiliano, ma più quei capelli diventavano un cordone peloso attaccato alla sua testa, stile coda di ornitorinco, più mi sentivo distante da ciò che immaginavo facesse.
Sapevo che i Soulfly erano la sua casa e tutti i musicisti che coinvolgeva, prima o poi se ne andavano per motivi di soldi. Sapevo che lui nel tempo ha avviato diversi progetti frettolosi. Alcuni li ho pure seguiti per un po’, ma senza mai considerare interessante ciò che faceva. Ogni tot di tempo tornava a vendermi qualcosa e io dicevo: no, grazie.
Poi qualche giorno fa ho letto una vecchia intervista a Max. Stava promuovendo un DVD, quindi immaginate che due coglioni di intervista. Era un periodo particolarmente difficile per lui e a un certo punto il dialogo tra lui e mi pare Enzo Mazzeo, prese una piega meno automatizzata. Aveva perso un amico (Dimebag Darrell) e un nipote (Moses). E veniva da un disco, Prophecy, che quasi nessuno aveva capito e apprezzato. A sentire lui era un lavoro sentito e coraggioso; era orgoglioso di averlo realizzato, altro che pentirsene.
Mi sono incuriosito perché quando capita che un artista faccia un disco che non piace, forse è davvero accaduto qualcosa di interessante. E così ho ascoltato il quarto album dei Soulfly e sono rimasto colpito. C’è di tutto, dalla dub al folk, la musica latina, i tribalismi tipici dei Sepultura anni 90 e niente nu metalismi.
Sono andato a leggermi qualche recensione dell’epoca e in effetti, pochi lo compresero. C’era chi riconosceva la voglia di sperimentazione del Cavalera, ma lo accusavano anche di una vistosa incapacità di sintesi, di riorganizzare gli elementi in qualcosa di davvero coerente e compiuto. Altri tagliarono corto liquidando Prophecy con un 6 perché “non era nemmeno più metal”.
Fa un po’ sorridere ma non mi aspettavo miracoli dalla critica. Oggi ho notato che il giudizio rispetto a questo disco è notevolmente migliorato. C’è chi ne parla come di uno dei grandi album di tutta la carriera di Max, eppure al tempo rappresentò un impaccio per gli Umpa Lumpa delle reviews cartacee e digitali. Bisognava ascoltare Prophecy per settimane prima di esprimere un giudizio definito. E questo era un problema per quei faccendieri, costretti a scrivere mentre ascoltavano un album, pur di coprire tutti i titoli entro le imminenti date di scadenza per la pubblicazione.
L’album dei Soulfly si prende la libertà di cercare e domandava pazienza e impegno a un pubblico abituato all’immediatezza vacua del nu metal. Cavalera si spinse in Serbia, inizialmente per motivi di famiglia. Lì si era trasferita la figlia di sua moglie Gloria con il marito. L’aveva conosciuto durante un tour dei Sepultura da quelle parti e si era innamorata di lui. Così aveva deciso di andare a vivere a Belgrado con lui. E lì era nato suo figlio.
Cavalera andò sia per incontrare il nipote e festeggiarne l’arrivo, sia per conoscere un sacco di gente che la figlia di Gloria aveva intenzione di presentargli. E così Max conobbe un gruppo, gli Eyesburn e ne restò parecchio colpito. Non erano conosciuti fuori dal loro paese ma erano una bomba. Mescolavano di tutto, dal punk al reggae, dal metal al folk locale e lo facevano con una spregiudicatezza rara.
Grazie a loro, Max entrò in contatto anche con un professore di musica di lì, Ljubomir Dimitrijević. Quel tipo era straordinario. In casa aveva una collezione di flauti e altri strumenti folk molto rari. Li sapeva suonare tutti e riusciva non solo a eseguire cose, ma esprimeva cose. Ed erano cose che a Cavalera piacevano molto e che voleva catturare dentro un disco dei Soulfly.
Tornò in USA e registrò parte di Prophecy. Poi ripartì per la Serbia e inglobò quanto poteva da tutto quel calderone di reggae, punk, folk serbi e chissà che altro. In particolare gli Eyesburn in toto parteciparono all’arricchimento di un pezzo un po’ liturgico e dal testo biblico: Moses.
Inutile dire che Moses fece inorridire i metallari aggrappati al passato di Cavalera, i pochi che ancora cercavano da lui qualche segno di redenzione dopo la sbornia nu metal dei primi anni con i Soulfly. E non vi sorprendiate se vi dico che Moses è un pezzone meraviglioso che fece cagare a spruzzo le redazioni metal.
Nonostante la sperimentazione piuttosto appariscente, l’album è molto heavy. Ho ascoltato i tre dischi precedenti dei Soulfly (l’omonimo, Primitive e 3) e solo da Prophecy Cavalera inizia un recupero col passato che poi avrebbe portato la band indietro fino ai Sepultura più canonici, nel successivo Dark Ages.
Il BCDITAD (Acronimo di “brano che dà il titolo al disco”) è molto vicino ai singoloni di Roots, ma già con Living Sacrifice siamo in pieno thrash anni 90. Quel pezzo mi ha colpito anche per un motto che Max ripete nella seconda parte, quando il pezzo si incaglia in una parentesi stile Cumbia allucinata: “Impara come se dovessi vivere per sempre e vivi come se morissi domani”. Tolto il secondo verso, che ho sempre trovato impraticabile nonostante suoni molto bene in teoria, la prima frase è davvero ciò che ho sempre avuto dentro riguardo il concetto di imparare dalla vita.
Se io avessi l’eternità e non una scorreggia di minuti dentro un secolo, probabilmente imparerei con tutto il tempo che ci vuole per imparare davvero qualcosa. La fretta sovente mi ha spinto a ingurgitare libri, intere raccolte di poesie, saggi filosofici, a vivere momenti molto complicati e ricchi di implicazioni esistenziali in fretta e con la foga di un malato terminale.
Non si fa così. Max ha ragione: bisogna imparare come se si avesse l’eternità davanti a noi. E certo, se non vivi pensando alla morte, allora non vivi davvero. Anche se pensarci troppo ti porterà a una paralisi nel tuo vivere.
Inoltre, e qui chiudo con la filosofia, la morte è l’ingrediente che ci permette di comprendere l’uomo e quindi, tutto ciò che l’uomo insegna al prossimo suo. Un diavolo o un figlio delle tenebre qualsiasi, non avrà mai la capacità di capire fino in fondo qualcuno che è mortale. E non ne ha bisogno. Un animale deve mangiare la preda, non capire come si sente mentre la divora. E per preda intendo anche la cima di rapa.
C’è molto metal anche dentro un pezzo come Moses. Il vero successo di quel pezzo è proprio nella scelta di far convivere insieme gli elementi più distanti dal solito retaggio heavy e la parte più dura del Cavalera tradizionale.
Non riesco a smettere di pensare che dopo aver realizzato questo brano, qualche tempo più tardi, il nipotino con lo stesso del pezzo, Moses, morì all’improvviso nel sonno, a otto mesi. Quell’ispirazione biblica con l’invocazione del profeta Mosé partiva da un omaggio a quel povero neonato. E oggi esprime più dolore che speranza, con quei segmenti dub che nel finale diventano sempre più rarefatti, fino a scomparire in faccia a un mare calmo e spesso accogliente con i morti.

