30 ANNI DI DEGENERAZIONE DELLA STAMPA METAL, ORMAI COMMISSARIATA IN STILE DISNEY
“Carta canta” è il motto di questa chiacchierata fra il Sottoscritto e il padrone di casa. La più micidiale resistenza al declino in atto passa infatti per la carta.
Utensile testimoniale per eccellenza, questa ancestrale sostanza ripaga le amorevoli cure di chi la conserva e tramanda nei lustri mettendo a nudo l’impietoso confronto fra i contenuti d’un tempo, liberi e senza compromessi, e quel poke vomitato dal gatto (castrato) di qualche wokkone fuxiato che quei contenuti sono diventati attualmente.
Eruttare le prove cartacee e fotografiche di cosa siano stati Metal e dintorni solo qualche decennio fa è la più godibile operazione di sabotaggio al “commissariamento” attuale, il quale, beninteso, non arruola solo nuove leve di cortigiani, bensì riesce a cooptare anche tante crisalidi che resero grande il giornalismo di settore e che forse, pur di non essere pensionate, accettano di mantenere l’autonomia decisionale del cestello d’una lavatrice a gettoni.
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Ovvio che ogni accumulatore seriale di cartaceo degli ultimi 30 anni disponga soprattutto di materiale che riguarda le proprie gesta; ma qualsiasi stralcio di pagina dell’epoca giova a palesare ovunque e comunque, tra le righe di recensioni e/o interviste dei primi anni ’90, l’abisso di libertà lessicale…![]()
argomentativa e contenutistica dell’epoca rispetto all’ovino lager di idee e opinioni attuale. Ed è altresì sfiziosissimo scorgere, fra tali reperti storici, scorci di foto, diciture, nomenclature e menzioni che immortalano tanti miracolati di oggi nuotare nei medesimi scantinati e latrine underground di altrettanti artisti loro coscritti, ma rimasti dannati per non aver dato la lingua a zonzo.
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G/Ab: allora, Padrecavallo, senza far nomi (perché a noi interessa la commedia umana, non i suoi effimeri interpreti), che cosa è successo alla stampa metal? Io me la ricordavo audace, verace, oltranzista; a tal punto da essere divenuta talvolta referente ufficiale di quella mainstream per consulti su tendenze estreme, artisti eversivi e addirittura cronaca nera.
Insomma, Metal Shock, HM e affini erano roba seria e spesso citata da agenzie di stampa nazionale; e il pubblico metal li acquistava in edicola per aggiornarsi sulle uscite, come è ovvio, ma anche per continuare a pogare mentalmente leggendo, mentre si ascoltavano Slayer, Venom e Mercyful Fate.
Oggi, fatte le dovute eccezioni (che confermano comunque la regola), leggere il post di un magazine metal è come leggere il post di un Tosa o di Open.
Allora domando, secondo te c’è stata una cooptazione di coscienze all’interno delle redazioni o le redazioni medesime sono state zombizzate dal sistema?
Sfogliando i vecchi numeri di HM, Metal Shock in particolare, capita di trovare foto di gente immersa in tinozze di sangue, gruppi di capelloni che vagano per i cimiteri con espressioni vacue, che impugnano solenni armi medievali o che tormentano donnine discinte (Dismember, Cradle Of Filth, Entombed, Slayer, W.A.S.P. Morbid Angel). Erano semplicemente delle immagini promozionali realizzate dalle agenzie delle band o magari le acquistavano da Kerrang e Metal Hammer U.K.
Oggi fanno sorridere un po’, ma mi mancano. Ora i gruppi metal si propongono su spiagge, nei boschi, dentro castelli. Tutto è diventato sobrio, asettico.
Considerando quegli anni, bisogna riconoscere che nel giornalismo di certe riviste specializzate c’era una ferma volontà di andare contro i pregiudizi borghesi, il perbenismo spicciolo, la retorica del posto fisso in banca e la famigliola felice dei genitori cattolici.
Bastava leggere le lettere di quei giovani disadattati che scrivevano ad HM o a Metal Hammer: erano arrabbiati e si sentivano giudicati da tutti, a scuola, in casa, in paese. Mandavano disegni fatti durante l’ora di matematica di croci rovesciate lorde di sangue o demoni dalle tette gigantesche e l’aria affamata e la rivista lo sosteneva in questo modo di essere così “sbagliato”.
Allora i metallari erano contro il mondo e lo dico con un sentimento di tenerezza. Giravano per il paesello o il quartiere con le borchie e i capelli lunghi fino al culo ed erano visti come marziani dalla “gente normale” a cui non restava altro che fantasticare su di loro e sulle peggiori nefandezze che quei matti potevano combinare nei cimiteri o in qualche chiesa sconsacrata, a drogarsi e scopare morti. E talvolta a ragione a pensar così ma non era tutto qui.
Dico questo perché, per quanto fosse a fenomeno sociale anni 80 un po’ comico, dentro c’era una rabbia e un’energia militanti che oggi si sono persi. E il discorso non valeva tanto per gli artisti, che spesso erano tutti dei poser, ma per chi li seguiva, e spesso erano coloro che scrivevano gli articoli, credendo a molto di ciò che vedevano nelle foto e sui palchi e soprattutto era tutto vero e giusto per chi leggeva quegli articoli.
Oggi la scena metal è composta per lo più da nerd, nati e cresciuti davanti a un PC e imbevuti di una concezione perbenista d’inclusione teorica o ban spietato, che col metal e la cosiddetta scena della vecchia scuola non c’entra nulla. Sia chiaro che non rimpiango i primi anni, che nemmeno io vissi direttamente per motivi anagrafici e non sto qui a demonizzare il presente. Dico solo che cazzo, non c’è più quella rabbia e quel sentimento iconoclasta condiviso.
G/Ab: trovo che anche l’estrema settorializzazione delle trattazioni secondo rigorosi generi musicali sia stata operata al fine di acuire il senso di ostracismo e discriminazione fra i lettori. Un tempo la stampa metal ospitava tutti i generi adiacenti e i sottogeneri attigui (Black Metal, Goth, Neofolk, Grind, Punk ecc); oggi, anche per procacciarsi la scusante di evitare trattazioni realmente estreme, le “redazioni” si barricano dietro quell’off-topic che regala sempre a chi lo usa la propria porca figura da professorino del cazzo. Del resto è la stessa tattica usata dai “democristiani” di ogni ambito ed epoca per evitare di doversi sporcare le mani con tematiche troppo divisive. Ma, a questo punto, che cosa rimane dell’onestà intellettuale del “critico musicale”?![]()
Non esiste in ambito metal una vera critica musicale e il pubblico non è assolutamente preparato a gestirne una. E non parlo solo dell’Italia. Basta dare un’occhiata ai voti che i recensori mettono sulle webzines americane e inglesi. In media ogni album, su Metal Sucks prende 8. Quelli (o lo schizofrenico che firma con tutti quei nomi) su Angry Metal Guy invece rispondono con un entusiasmo purgatoriale, fissando le valutazioni tra il 3 e il 3.5 su 5. Metalitalia o True Metal non stroncano quasi mai nessuno. E poi si va, ma non solo nel metal, verso il riduzionismo esasperato. C’è un tizio di nome Angelo The Doom Padella che scrive di gruppi doom, ascolta solo doom e va a vedere concerti doom. Immaginiamo un critico culinario che mangia solo pizza dalla mattina alla sera, sa tutto della pizza, scopa la pizza e giudica le pizzerie. Io non mi fiderei di un tipo così. Perché poi si tratta di questo, fiducia. Non riesco a fidarmi del giudizio di nessun critico. Li trovo troppo compiacenti, compiaciuti e soprattutto com-piacioni.
G/Ab: e a proposito di onestà intellettuale, vogliamo parlare di quella delle enciclopedie metal “on line”? Su testi enciclopedici cartacei quali, un nome su tutti, Come Lupi tra le Pecore di Maspero/Ribaric, è ovviamente impossibile modificare “ex post” eventuali contenuti che possano risultare scomodi a band ivi citate a suo tempo, e ora magari in vena di pentimenti tardivi; o a etichette che vogliano mettere tali band sotto contratto senza rischiarsela troppo.
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Al contrario, su enciclopedie “on line” come quelle arcinote (o banalmente su Wikipedia) è facilissimo modificare e/o bannare intere pagine; o, ancora, citare band come “cripto-fasciste” (ne so qualcosa), modificando la realtà e/o screditando musicisti dissidenti a uso e consumo dei padroncini e a scapito della Verità. E nessuno – dico nessuno – che sollevi mai mezza obiezione.
La rete è la fine di ogni sapere, te lo dico con tono apocalittico. Permette di modificare comodamente qualsiasi cosa. Io posso tornare su un mio articolo del 2012 in cui esprimevo idee sataniste e dopo dieci anni, dato che sono cristiano rinato dal 2019 (faccio un esempio di fantasia) torno sul mio vecchio blog e cancello l’articolo o ne cambio il testo fino a stravolgerne il senso, così da apparire coerente con il mio sentimento religioso attuale. Nulla di male a cambiar fede negli anni o a perderla. Siamo in un continuo divenire e irrigidirci in forme fisse di pensiero non è in armonia con il tutto, producendo principalmente stupidità e sterilità. Noi cambiamo e dobbiamo moralmente lasciare le prove, se ce ne sono, di questo cambiamento. Oggi è una tendenza diffusa quella di voler mettere le mani sul passato e modificarlo in relazione al presente. La dimensione della rete, dove ci siamo trasferiti e continuiamo a creare, dibattere e tradurre tutto il nostro sapere, ci permette di far questo e direi che la cosa potrà solo condurci a una nuova, meravigliosa catastrofe umana.
G/Ab: ho seguito con molto interesse la diretta che hai organizzato sullo stato attuale del giornalismo metal. Era ora che qualcuno avesse l’ardire di fare le pulci a chi contribuisce, col proprio collaborazionismo ignavo e acquiescente, a demolire verità, storia e archetipicità del Metal. Se aspettiamo che a sputtanare l’andazzo in corso siano quei leccaculi dei musicisti che inondano le redazioni di salamelecchi pure per chiedere di andare al cesso, ciao core!
Tu e gli altri protagonisti dell’evento avete portato con orgoglio il vello di cronisti diretti di un’epoca ormai defunta; qualora non ci foste più nemmeno voi a testimoniarne lo stacco fra tale passato e la mediocrità del presente, questi 4 cagnetti del sistema avrebbero mano libera nel tramandare Sua Maestà il Metal come la fogna woke che i loro referenti politici vorrebbero far diventare.
Ti ringrazio, sono felice che tu abbia apprezzato la puntata sul giornalismo metal e rock in Italia. Partivamo da un vecchio articolo pubblicato su Rockerilla 30 anni fa per mostrare cosa non sia mai cambiato da allora e forse da sempre nel nostro paese quando si scrive di musica, in particolare nel contesto più intransigente del metal e del rock alternativo. Intanto non è vero giornalismo. I nomi tanto amati e ricordati con affetto di riviste come Metal Shock o HM non avevano neanche il tesserino della professione. Tolto Trombetti e pochi altri, a scrivere quegli articoli, le recensioni, le interviste e i report, erano dei ragazzi tifosi di questo o quel sotto-genere, in fissa con questa o quella band, che in modo molto fazioso, esprimevano un sentimento di appartenenza a qualcosa, non certo quel che vedevano accadere sopra e sotto il palco. Non c’erano veri giornalisti capaci di raccontare davvero quegli anni di metal e del resto, non accadeva praticamente nulla, rispetto al contesto storico internazionale del genere, in Italia. Però sarebbe stato utile abituare sin da allora il pubblico ad avere un approccio verso la musica aperto ma critico. Le stroncature di solito erano pregne di risentimento, di delusione. Non erano critici musicali con un’idea di arte, ma innamorati delusi e traditi dai Priest per quei cazzo di synth su Turbo. Quante volte ho letto le confessioni di firme “autorevoli” che si dichiaravano incapaci di apprezzare il nuovo corso di una grande band, semplicemente perché queste avevano smesso di fare le solite cose.
Il pubblico metal di allora non è mai cresciuto da quel punto di vista. Oggi ti basta scrivere un’analisi critica sui Manowar per raccogliere ancora minacce di morte. I giovani di oggi invece sono incapaci di relazionarsi col passato. Si bevono tutte le puttanate che i “grandi vecchi” gli raccontano e soprattutto si raccontano. E poi ti dico una cosa: sono rimasto basito quando, dopo che uscì la notizia di Trey Azagtoth arrestato per guida in stato di ebbrezza. Quando i poliziotti lo fermarono lui ammise non solo di essere ubriaco ma di essere “il re degli ubriachi”. Io ci ho riso su e ho pensato “quest’uomo ha realizzato la musica più angosciante che abbia mai sentito e ora è nei guai, poveraccio” Beh, mi aspettavo che i più giovani lo elogiassero per la sua attitudine dissoluta e invece parecchi utenti metallari, lo criticarono e ne presero le distanze. C’è chi gli diede del fallito e del personaggio squallido eccetera. Cosa è andato storto, ho pensato io. Ma non eravamo partiti dall’idea di non giudicare nessuno? E il problema non è che a scrivere quei messaggi sia stata gente ormai adulta e lontana dagli eccessi comportamentali di Azagtoth, ma dei ragazzini che dovrebbero essere nella fase “anticristo” e che invece ragionano già secondo un codice morigerato e fortemente moralista.
G/Ab: un fenomeno analogo a quello delle rettifiche da cancellino delle enciclopedie on line, vede “artisti” che su commissione del potere politico stanno cagando stronzi gigantici vagamente antropomorfi nelle principali piazze d’Occidente, con i quali sostituire gradualmente le meraviglie scultoree sedimentatevi nei secoli dai nostri antenati; cosicché chi abbia la sfiga di nascere adesso, fra 4-5 anni, girovagando per quelle piazze, penserà che la nostra civiltà sia sempre stata una civiltà di stronzi. Agghiacciante eh? Naa, tranquilli, non lo permetteremo; e questo articolo, unitamente al materiale testimoniale che contiene, conferma tale nostra determinazione. ![]()
G/Ab: da acuto osservatore quale sei, avrai senz’altro notato che, tra le tante wokkate in voga, spicca un’inedita esplosione di quote rosa nel Metal. Un dilagare di ginecei un tempo buoni sì e no a corredare qualche copertina sul genere di Emperor’s Return dei Celtic Frost, e che oggi, invece, impone quote di strappone a qualsiasi band che intenda avere accesso agli apparati mediatici, distributivi e live. Trovami una band in attività, vetusta o neofita, iniziando dalle nuove leve woke-doom tanto in voga, che non sfugga al nuovo imperativo femminista. E’ evidente che sia un fenomeno tutto ideologico, dato che questo neo-sessismo misandrico corrisponde in pieno alle trasformazioni “inclusive” in atto nel mondo della cultura e della società: tutti i ruoli eticamente rilevanti, sono stati femminilizzati. Persino in Guerre Stellari, l’Impero, così fascista e machista, si ritrova ufficialotte con la crocchia ingiallita e streghe lesbiche che dettano legge, fra le sue file. Insomma, non si sfugge: se vuoi lavorare, devi farti crescere la figa, imperiale o repubblicano che tu sia, te lo ordina la “società”!
E allora domando ai “punk”, ai “blackster” e ai “metallari” veraci, ovvero le categorie culturali più antisociali di sempre: da dove v’è uscito tutto questo nuovo rispetto per condotte sociali così allineate e sottomesse (iniziando dal vaccinismo)?
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Ho notato l’aumento delle quote rosa nel metal e non lo sopporto granché. Sono poche le cantanti, tecnicamente molto valide e dalla coscia lunga, in grado di arricchire davvero il genere con estro e idee. Sono strumenti commerciali in mano a tre panzoni con la barba e la pelata che senza la figa in leggins davanti a loro, non avrebbero speranza di attenzione da parte del pubblico. I metallari sono notoriamente dei morti di figa e ancora oggi, ai festival, quando sale sul palco il gruppo con la ragazzona nordica che growla o sopraneggia, dal pubblico salgono i soliti commenti da morti di figa: “A booona!” “Aò, famme vede la fregnaaaa!” E poi arriva il tizio di principio che, nonostante le avvenenze maligne della cosciolona grida: “poooserr!” Ecco la realtà. Il resto è solo Netflix, intendendo con questo il generico regno della fantasia educativa. Ma attenzione. Se io riempio i film di attori di colore, ispanici e coreani e li faccio agire come se queste persone, nella stessa stanza possano coabitare senza alcuna tensione razziale, non sto raccontando la realtà ma un mondo utopistico. L’arte dovrebbe mostrarci quel che è, non ciò che “dovrebbe” essere. Però facci caso: più arrivano biancaneve nere e più la gente storce il naso e boicotta i film. Questo cosa ti dice? Che forse l’educazione woke è uno strumento del potere per ottenere esattamente l’opposto, vale a dire razzismo, intolleranza, odio verso il diverso: in una parola DIVISIONE. Però, ok, è una mia idea su cui sto riflettendo da un po’. Intanto continua pure col tuo discorso.
G/Ab: Grazie. Va altresì osservato (perché noi, intellettualmente onesti, lo siamo davvero) che esistono eccome eccezioni recalcitranti al giogo mafioso imposto da questa sorta di cupola; eccezioni capaci di esimersi dal fare cartello con essa nel silenziare chi viola l’ordine costituito. E a costoro va doppiamente stretta la mano, poiché creare una piccola crepa nella coltre di omertà generalizzata è da sempre il modo migliore per far saltare il banco, scoperchiare il Vaso di Pandora delle collusioni e sputtanare la bassezza di chi si scoperebbe la madre pur di servire i padroni.
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G/Ab: un’altra piaga non propriamente woke, forse, ma altrettanto ributtante è l’atteggiamento sempre più lezioso e leccaculo delle band che hanno sostituito i rutti con i “grazie”. Ma che cazzo vi ringraziate? Dopo ogni intervista, contratto, addirittura post o semplici menzioni, loro “ringraziano”. Pensate davvero che il valore di un artista dipenda dalla disponibilità del canale you tube che lo intervista, dall’etichetta che lo pubblica o dalla sua fan-base che lo applaude (finché qualcuno non arriva a vietarglielo, peraltro)? Non vi viene mai in mente che l’Artista viva di vita propria e non di “concessioni” o men che mai di “accettazione” da parte di qualcun altro?
Questi comportamenti ci permettono di capire chi c’è e chi ci fa, chi c’è sempre stato e chi c’ha sempre fatto. Essere un vero artista, significa mantenere una genuina integrità, difendere la propria opera e sostenerla davanti a qualsiasi tempesta moralizzatrice. Ci sono sempre stati grandi estremisti, in arte, che hanno avuto le palle di combattere i sistemi fino alla fine e grandi vigliacchi pronti a vendere il culo sotto la bandiera più conveniente. La cosa interessante è che spesso i talenti creativi erano più grandi nella categoria dei vigliacchi (vedi Goya) che in quella dei più intransigenti ( Drieu La Rochelle ). Poi ci sono forme di iconoclastia facili da praticare in certi periodi e difficili in altri. Per dire, oggi puoi dire cose terribili sulla Chiesa e nessuno ti arresterà, torturerà e brucerà. E così non si contano i gruppi metal anti-clericali, satanisti e iper-pagani in giro. Si scagliano tutti sulla falsità delle religioni organizzate e prendono a calci un cadavere (la Chiesa Cattolica). Io sarei curioso se molti di loro iniziassero a scrivere contro il Corano e il lavaggio del cervello che subisce il mondo musulmano. Come vedi, le cose diventerebbero davvero molto più avvincenti. Ma meglio berciare invettive contro il papa, che è un tipo simpatico e alla mano.
G/Ab: due parole sull’approccio tenuto dalla stampa metal sull’utilizzo dell’Ai da parte delle band, sia per la musica che per le grafiche. La mia sensazione è quel solito, cianotico miscuglio di opportunismo e cerchiobottismo: se da una parte non si vuole sdoganare l’Ai come positiva tout court perché – fortunatamente – ha ancora troppi nemici, dall’altra i correttoni hanno l’esigenza di lisciare il pelo ai troppi artisti che oramai ne fanno – più o meno fanaticamente – uso, amando la pappa pronta. Per non parlare del terrore che tutti gli attori in campo hanno di passare da retrivi; e quindi mai potrebbero permettersi il lusso di condannare apertamente una deriva progressista considerata così “cool”, nonostante il transumanesimo in sé costituisca tautologicamente l’inevitabile tomba di ogni uomo in carne ed ossa. Ma si sa, il nichilismo avanza impietoso e con esso l’impareggiabile piacere di darsi le martellate sui coglioni tipico dei mediocri e dei remissivi…
Si tratta dell’annoso problema tra tecnologia e metal. Per dire, sono anni che si usano batterie programmate, finte, ma non si dice. So di una band famosa, nel death, che scrive tutta la batteria al PC e poi ci sovra-incide i piatti per dare un effetto realistico. Però non lo dice, altrimenti il pubblico la boicotterebbe. So che Rob Halford non potrebbe cantare come canta senza le possibilità che offre l’AI, ma pure lì, si fa e non si dice.
G/Ab: so da fonti certe e dirette che è partito un sordido tam tam silenziatorio fra redazioni per oscurare l’uscita di “ReDvci”, il progetto a più band fondato e condiviso con il compianto Yorga (ex Aborym / Boslide) e zeppo di nomi storici del Metal, del Black Metal, dell’Hardcore e della musica sperimentale italiana, oltre che latore dell’estremo lascito artistico dello stesso Yorga (il brano “Wokka-Fem Officer” con me alla voce e John John Purghezio alle chitarre, e un inedito di Boslide).
Come si può essere così minuscoli spiritualmente e penosi professionalmente da fare mafiose pastette fra magazine (peraltro concorrenti fra loro), pur di censurare preventivamente un’operazione così bella e gagliarda, anziché testimoniarla per ciò che è, ovvero un unicum nella storia della musica estrema nazionale che mai ha visto così tanti nomi tutti assieme?
Un tempo, riviste e fanzine di ogni orientamento avrebbero fatto a gara per accaparrarsi la prima recensione di un progetto (ancora) capace di scandalizzare; oggi scappano come sorci. Dimmi, Francesco, ma ma in che mondo donabbondesco siamo precipitati? Ma non capiscono che fanno la figura dei cagoni nel momento in cui anche una sola testata pubblica la news, come puntualmente accade?
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I vari nomi che sappiamo vogliono solo vivere tranquilli, godersi la routine del metallaro, fatta di birre, concerti, magliette, CD e biglietti, magari gratis, di tanto in tanto. Amano occuparsi dei dischi che escono, rivangare il passato e gestire il piccolo pubblico fedele che li segue e li rispetta per cose che fecero molti anni fa. Si tengono stretto il podcast, la webzine, la rivistina, la fanza e pensano ai fatti propri. Le news che pubblicano, di solito sono cose riciclate da siti inglesi e riguardano dichiarazioni banali e noiose di questo o quell’artista, annunci ufficiali copia-incollate da mail di agenzie dai nomi improbabili tipo Mighty Music, su band che non interessano a nessuno. La loro vita è fatta di piccole abitudini, questo è tutto il lavoro giornalistico che vogliono praticare. Il progetto REDVCI li spaventa, troppe rogne. Una volta molti di loro pubblicavano riviste lette da migliaia di persone e mettevano Burzum in copertina con una certa leggerezza, ma perché allora le edicole erano la sola rete di proposte e non c’era la minaccia del bannaggio per un capellone con la mazza in mano, al più poteva succedere che il magazine finisse tra certe altre capellone con la mazza in mano, nel reparto per adulti.
Concludo con l’ennesimo sputazzo: finché questi omuncoli si erigeranno ottusamente a biechi censori, ci sarà sempre qualcuno che passerà da eroe dissidente anche per il solo fatto di pubblicare una news scomoda, restando poi sul divano a goderseli schiumare di rabbia e sbattersi come formiche annaffiate per tentare di salvare il salvabile. Non farebbero meno fatica a restare semplicemente uomini disponibili al confronto e al libero scambio di idee?
W la libertà.
Suaviter, G/Ab Volgar Roxeya.

