Quando sarò morto, ricorderai tutte le cose che ho cercato di dire? – Warrel Dane, My Acid Words
This Godless Endeavor, quando uscì nel 2005, fu soprattutto percepito come una ripartenza decisa, dopo un periodo piuttosto scivoloso. Cinque anni prima, con Dead Heart In A Dead World, i Nevermore avevano raggiunto un picco di popolarità e il plauso generale, ma l’album successivo era stato una fragorosa caduta. Anzi, forse nemmeno così fragorosa. Ricordo che al tempo, nel 2003-04, c’era chi non aveva ancora notato che la band avesse pubblicato un nuovo album. Enemy Of Reality era uscito ma tanta gente era ancora ferma a quello prima. E sono sicuro che c’è chi ancora oggi non l’ha registrato nella propria mente; un po’ come Reinventing The Steel, che per molti è solo una raccolta e non “l’ultimo disco dei Pantera”.
Enemy Of Reality fu un mezzo disastro. Sorprendono le spiegazioni di questo passo falso perché il gruppo ha ammesso negli anni di essere uscito dagli applausi e i trionfi di Dead Heart senza abbastanza soldi per realizzare un degno successore. Andy Sneap e i suoi studi in Inghilterra erano fuori budget. Qualcuno aveva parlato bene alla band di un certo Kelly Grey, ex chitarrista dei Queensryche. E siccome era di Seattle pure lui e costava relativamente poco, lo incaricarono di guidarli nel successore di Dead Heart. Scegliendo un produttore assolutamente non all’altezza, venne fuori un disastro, con momenti di assoluto panico in cui Kelly, ricorda Loomis, non sapeva più dove mettere le mani e faceva tentativi a cazzo per migliorare le cose.
Non fu tutto demerito suo. Anche a distanza di anni le canzoni di quel lavoro non esprimono chissà cosa, pure nella versione remixata da Sneap qualche anno dopo, quel set di brani resta il meno ispirato nella storia della band. Inoltre i Nevermore seguitarono a incasinarsi la vita facendo una serie di concerti orribili a supporto del loro peggior disco.
E così quando uscì This Godless Endeavor, fu chiaro a tutti che la band era tornata al massimo delle sue possibilità e aveva ritrovato la voglia di conquistare il mondo. Erano di nuovo tra noi. Il peggio era passato. La sbornia finita. Si riprendeva più pessimistici e disperati che mai a declamare salmi alienati tra le rovine di un mondo senza dio con l’inarrestabile metallone a tutto tondo che solo loro erano in grado di creare.
Qualcuno ebbe da ridire sulla prestazione un po’ troppo monotona di Dane ma più o meno l’album piacque a tutti. Personalmente non impazzii. C’era qualcosa che al tempo mi aveva deluso. Era una produzione impeccabile e si sentiva che il gruppo voleva dimostrare di avere ancora tanto da offrire, ma non percepivo nulla di davvero interessante. Forse avevo sperato in nuove grandi melodie, come in Dead Heart. Venivo da una storia d’amore finita male e desideravo cantare una nuova Believe In Nothing. Godless era una titanica incazzatura senza molti spigoli a cui aggrapparsi. Mi pareva di essere aggrappato a un Terminator gigantesco che travolgeva villaggi ed eserciti e io avevo bisogno di romanticismo, cacchio.
Oggi, dopo vent’anni, posso dire che è l’ultimo grande disco dei Nevermore. Ora è palesemente un capolavoro e c’è tanta emotività là dentro, insieme alla potenza. Me ne nutro come di un grasso gasolio prima di buttarmi dal quinto piano e dire addio a tutto.
So che Loomis e Shepard hanno deciso di rimettere insieme la band e non mi scandalizzo. In fondo devono campare e non hanno di meglio su cui investire. Di questi tempi non ci si possono permettere troppi moralismi. Basta guardare, per seguitare il parallelo, i Pantera che vanno in giro a fare il tutto esaurito.
I grandi Nevermore però finirono qui, nel 2005, con una dichiarazione di volontà potente e decisa a cui seguì un DVD live molto bello e un altro disco un po’ così.
E riascoltare oggi The Godless Endeavor mi sorprende, perché è palesemente un lavoro meraviglioso. Ma che cazzo avevo nella testa? Rileggendo le recensioni di altri però c’è di peggio. Davanti a un disco così puro alcuni badavano alla conversione del gruppo al sound svedese. Non trovavano di meglio da dire di ‘sta roba.
In questo impero occidentale, dominato dal capitalismo, il solo amore possibile per i Nevermore era possessivo/ossessivo, (Sell My Heart For Stones) la speranza fatturabile (A Future Uncertain) , il desiderio gestibile (Bittersweet Feast), la religione mercificabile (la title-track), la politica “cannibale” (Born), l’umano nel suo insieme (Final Product) era ormai destinato alle fauci di una inarrestabile cancrena.
Ma attenzione, questa cancrena, gridava Dane nel 2005, era la fottuta tecnologia: l’A.I di cui oggi nel metal non si fa che sproloquiare come tante cassandre. Basta seguire le strofe di Sentient 6, monologo di un essere meccanico che giudica e uccide l’umanità dopo essere stato creato da essa. Non si tratta della solita sbobba luddista o dell’ennesimo incubo capitalista ballardiano, Dane dice qualcosa di biblico.
Sentient 6 è un brano meraviglioso, di quelli che piacciono a me, con musica e testo che vanno di pari passo nel tentativo di raccontare una storia, come One dei Metallica. Pare sia la seconda parte del brano The Learning (su The Politics Of Ecstacy), cosa che ho scoperto di recente. In effetti, mettendo i testi in fila uno di seguito all’altro, la cosa è abbastanza chiara e l’esperienza cresce ancora di più.
La visione di Dane della realtà è sempre stata esistenzialista, in una via di mezzo tra Camus e Huxley. C’è una volontà di vedere le cose in profondità, aumentando le percezioni, anche con strumenti discutibili, e allo stesso tempo c’è un bisogno di affrontare la verità, oltre le bugie che dominano il mondo, tentando un salto verso qualcosa di più rigenerativo.
This Godless Endeavor è però il trionfo della disperazione. Sisifo spinge il masso in cima alla collina e quando fa per scendere, viene schiacciato dal masso stesso e si trova con la testa sfondata e a pochi respiri dalla fine. Non c’è un dio che giustifichi tutta questa sopportazione e sofferenza, dice Dane, ed è un vero miracolo che sotto un cielo così pregno di nuvole acide, una melodia tanto bella (quella del brano che intitola il disco) squarci l’orizzonte e salvi il povero Sisifo dagli ultimi scampoli di agonia con la sua magnificenza.
Secondo me l’album dei Nevermore avrebbe potuto intitolarsi benissimo: Questa bellezza senza un dio.

