Iron Savior – Ricordi di un futuro antico

Ogni ascoltatore ha un suo “guilty pleasure”, ovvero una o due band che sono pressoché considerate minori dagli altri, ma che per sé stessi hanno un valore pari o superiore ai big e ai gruppi riconosciuti come “fondamentali”. Sul perché avvenga tale scelta, incidono molti fattori, principalmente affettivi, emotivi o legati a situazioni e accadimenti personali, che esulano dalla fama più o meno acclamata di tale band. Ebbene, il mio ha un nome: Iron Savior.

Se come credo abbiate bene in mente questo concetto sopra espresso, saprete che la band tedesca non è quasi mai annoverata tra quelle che popolano i discorsi degli appassionati, almeno in maggioranza. La scusa è buona per raccontare perché gli Iron Savior meritino considerazione e perché se ne dovrebbe parlare molto di più.

Intanto perché Piet Sielck, mastermind, fondatore e quasi totale compositore delle canzoni, non è un signor nessuno, quanto una persona che ha contribuito attivamente alla nascita e allo sviluppo del power metal melodico europeo così come lo conosciamo.

Sielck insieme a Kai Hansen sul finire degli anni’70 con alcune band giovanili quali Gentry, Second Hell e Iron Fist, ha scritto qalcune di quelle canzoni che avrebbero poi preso posto, sostanzialmente con lo stesso arrangiamento, sul MLP e su Walls Of Jericho.

Anche se poi accreditate al solo Hansen o alla coppia Hansen/Weikath, in realtà tracce come Murderer, Gorgar, Victim Of Fate, Metal Invaders e Phantoms Of Death sono state composte anche da Piet Sielck, che lasciò in “omaggio” i crediti a Kai Hansen prima di emigrare negli States, nel 1983, per imparare a diventare un ingegnere del suono professionista.

Un “eroe oscuro”, che pochi sanno aver forgiato nell’anonimato alcune delle canzoni più belle della storia del power metal mondiale. Non mi sembra poco come premessa. Ebbene, secondo voi un musicista così avrebbe poi perso la mano nel comporre altro?

No, affatto!

Tralasciando la carriera dietro al mixer, di grande valore, quando Piet nel 1996 ha deciso di tornare a essere un musicista, e un cantante, lo ha fatto con il botto. Il debutto eponimo, l’anno dopo, è qualcosa di stellare. Kai Hansen alla chitarra e Thomen Stauch (Blind Guardian) alla batteria, insieme al pelato Sielck riescono a ricreare la magia che Helloween e Gamma Ray avevano saputo donare al pubblico.

Power metal melodico, aggressivo, potente, con cori e melodie vocali ruvide ma dannatamente efficaci, twin guitars dirompenti, il tocco di Sielck di quell’antico tempo era magicamente tornato.

Il bis con Unification è ancora meglio, con l’avvicendamento dietro al drum kit di Dan Zimmerman dei Gamma Ray.

A mio avviso l’effetto sorpresa finisce qui, basterebbero soltanto questi due album a consegnare gli Iron Savior all’Olimpo; per fortuna c’è stato un proseguire più che buono. Durante moltissimi dischi successivi un concept fantascientifico, una vera e propria “science fiction novel” si è sviluppato a livello lirico, appassionante, avvincente e ben calibrato.

Non solo musica valida, anche un impianto testuale di grande livello. Purtroppo (o per fortuna, direi sinceramente io) la fase Hansen si è conclusa con il successivo Dark Assault, aprendo un eone nuovo.

Se Kai aveva contribuito a lanciare gli Iron Savior, a metterli in vetrina, ad aiutarli a emergere, il suo ruolo è sempre stato marginale, cantando in un paio di brani al massimo a disco, scrivendone tre o quattro spalmati su più album e lasciando il timone del songwriting in toto a Sielck. Una presenza ingombrante e quasi un cameo, a detta dei due protagonisti, che con l’amichevole split concordato per il bene reciproco, lanciava l’astronave verso nuove galassie. A mente fredda rimpiangere Hansen negli Iron Savior non ha senso, perché tutto l’impianto musicale si basa e si sviluppa su Piet Sielck.

Qui però sta anche la sua debolezza, per essere oggettivi. Ho sempre pensato che in una band se c’è un solo songwriter si perde un po’ la possibilità di variazione, di diversità, il rischio di uniformità e di ripetitività di schemi può appiattire nel tempo la proposta.

Gli Iron Savior non ne sono esenti, per svariati motivi. Intanto non tutta la discografia brilla: Battering Ram è molto alterno, Megatropolis decisamente brutto e fuori fuoco; il trittico (al momento) finale di album, ovvero Kill Or Get Killed, Skycrest e Firestar sono livellati in basso, con qualche guizzo vincente, molto mestiere e troppi filler, a mio avviso.

Gli Iron Savior entusiasmano (almeno me) quando spingono sull’acceleratore, quando sparano a tutta velocità le melodie, i riff, gli assoli e i cori, ricollegandosi idealmente a quei pre-Helloween di cui sopra.

Quando rallentano, quando piazzano i mid tempo in quattro quarti, tra Judas Priest e certo metal anni 80 più squadrato, spesso annoiano.

Ogni album (difetto che hanno anche i conterranei Helloween) ha momenti notevoli e ispirati, poi cadute di livello, riprese verso l’alto e di nuovo riempitivi evitabili.

In ogni caso non c’è un disco degli Iron Savior che non abbia, a mio avviso, almeno tre o quattro highlights memorabili, quanto basta per non farli cadere nelle fasce basse delle band dimenticabili, anche per chi non come me, li considera onesti “operai del metallo”.

Un invito a riscoprirli, a scoprirli per la prima volta, a guardarli con occhi accondiscendenti, perché Piet Sielck non è uno qualsiasi, è stato un silente innovatore che poi è rimasto nel limbo troppo a lungo.

A margine della mia analisi va considerata anche la sua partecipazione come songwriter con l’antico sodale ad alcuni dei brani più belli dei Gamma Ray: da As Time Goes By su Sigh No More, passando per Watcher In The Sky su Somewhere Out Of Space e per finire con la buona Empire Of The Dead.

Un rapporto di amicizia e di stima che arriva da lontano e che ha perdurato per tanti decenni, simbolo di un futuro antico, rinnovato, un patto tra chi sa di aver fatto la storia. Uno in prima linea, l’altro alle vettovaglie. PS: perché gli Iron Savior sono il mio “guilty pleasure”?

Se mai un giorno ci incontreremo di persona vi racconterò una lunga buffa storia…