Beggars & Thieves – Un disco redivivo

Tra il 1992 e il 1996 uscirono diversi album in differita. Per esempio quello dei Beggars & Thieves. Il cambio di mercato fu talmente repentino, che molti gruppi si trovarono senza più un contratto, scaricati dalle major che fino a poco prima erano state pronte a investire e scommettere su di loro. O meglio sul genere che praticavano e che secondo le suddette major avrebbe reso sicuri guadagni. E così ecco che diversi dischi belli e pronti non uscirono più dopo l’arrivo del grunge e il cambio drastico del panorama commerciale eccetera eccetera. E le band misero i loro dischi in un cassetto, aspettando un soccorso dall’alto, visto che nessuna etichetta all’improvviso li avrebbe voluti. Nel caso dei B&T e il loro secondo lavoro, la salvezza arrivò dalla MTM Records, etichetta tedesxa indipendente da non confondersi con un’omonima americana specializzata in musica country, in combutta con una certa Frontiers.

 

Potrebbe essere la nostra Frontiers, ma non coincidono le date. La fondazione risale al 1998 e questo album è arrivato in Italia due anni prima, quindi non sarà quella Frontiers. E poi sticazzi.

Non so i risultati di vendite che un titolo sibillino come Look What You Create, realizzato da un gruppo di hard melodico semi-sconosciuto, potesse raggiungere nel 1996, ma di sicuro, riascoltandolo, posso dire che meritasse una possibilità.

I Beggars & Thieves non erano male. Oggi i loro primi due dischi soffrono un po’ dello stallo stilistico che colse quasi tutti i gruppi dell’ultima ondata. Il genere melodico americano, soffriva di un irrigidimento creativo. Andavano tutti a blocchi. Seguivano una sorta di ricetta fissa che rendeva gli album sorprendentemente simili tra loro nel dispiegamento dei pezzi.

Gli schemi erano più o meno gli stessi per tutti: si passava dal blues in stile Whitesnake al brano anthemico alla Dokken, poi c’era il boogie-metal dei Motley Crue e la ballatona alla Warrant. Il resto erano riempitivi.

Non è che l’omonimo dei Beggars avesse qualcosa da aggiungere. Il pubblico in ogni caso non si accorse di loro. Quando i giornali iniziarono a notare la qualità del primo album di questo progetto che coinvolgeva tra gli altri Phil Soussan (l’uomo che scrisse Shot In The Dark di Ozzy) era tardi per favorirne la diffusione; tanto più che Phil stesso aveva mollato la faccenda dopo un breve tour di supporto al disco.

Il gruppo però non voleva arrendersi e incise Look… che io reputo molto più interessante dell’esordio. Non sto dicendo che vi perdiate chissà cosa, ma se amate il tipo di hard rock raffinato e intriso di blues, Led Zeppelin e compagnia, vi converrebbe dargli un’ascoltata.

Curioso che, quando finalmente l’album fu distribuito da MTM/Frontiers, l’unico a scriverne fu il Fuzz e ne parlò davvero molto bene. Peccato che usò un titolo diverso da questo: What’s Goin’ On e la cosa non aiutò gli appassionati in cerca. Non fu però colpa di Pascoletti, mi ha detto Tony Rossi: la MTM Records mandò in giro il promo inizialmente con quel titolo e tempo dopo con un altro, una diversa scaletta e qualche pezzo in più e qualche altro in meno. Poi il disco uscì definitivamente e con quest’ultimo titolo, ma una scaletta ancora variata. Ne parla più dettagliatamente un tizio in gamba nel suo sito. 

Penso sia un lavoro notevole, se non altro per Stranger, un semi-lento con un’evoluzione nel ritornello piuttosto inaspettata. Come dicevo ci sono pezzi che sembrano delle commistioni di luoghi comuni melodici e stilistici. Per esempio Mad Dog Wine o Price of Mercy. Un produttore più audace e schietto non gli avrebbe mai permesso di perdere tempo con questi proiettili a salve. Li senti per la prima volta e sai benissimo cosa farà la batteria, quando inizierà ad alzarsi di un’ottava la voce e dove andrà a parare la melodia centrale, perché è esattamente quello che hai già sentito decine e decine di volte.

Poi però ci sono degli assalti potenti e buzzurri in grado di legar bene il rock-blues degli anni 60 e l’anthem melodico di vent’anni dopo, come per esempio la cazzutissima Red Rose Parade.

L’organo in apertura di Soul Confession è bellissimo ma il resto è qualcosa che i Great White facevano da un decennio su una palla sola e che dopo il 1992 sarebbe moralmente stato da vietare. Sono questi i momenti qualitativamente inappuntabili ma talmente vacui e saturi da farmi pensare che il grunge ci voleva eccome, per spazzar via questa annichilente routine di giri blues del cappero e sdolcinatezze telecomandate sul canale tematico di Jani Lane.

Shine a Light è un pezzone tra Bon Jovi e Little Caesar e ha una botta che davvero ti riempie il petto. Secondo me la cosa più interessante che potessero fare questi gruppi glam/AOR/Class/Street/Sleazy metal, dal 1993 in poi era puntare sul suono grosso ed espanso alla Bob Rock. In questo brano avverto un po’ di quella magniloquenza che è in tutto Sonic Temple dei Cult. Il produttore però è Jim Vallance, non un coglione qualsiasi, certo, ma diciamo che questa durezza limpida l’ho sentita in Get A Grip e quello che manca qui, rispetto all’album degli Aerosmith, non è il sound ma uno come John Kalodner a pungolare il culo creativo al gruppo. Però era sempre meglio di quando ebbero a che fare con Bob Pfeifer.

Chi è John Kalodner? Ecco un link a un mio pezzo in cui lo spiego. Dai, non fatemi riscrivere cose che ho già detto.