L’articolo di Tony Rossi ha suscitato una serie di commenti su facebook e un dibattito nella stalla. In effetti, pur condividendo il punto di vista generale del suo pezzo, c’è qualcosa che secondo alcuni di noi altri cavalli, andrebbe precisata, così da porre la questione Aironmeide a San Siro troppo costosiiii1i1i!!!. su dei binari più realistici. La band infatti non c’entra niente con il costo dei biglietti e se dobbiamo affibbiare la colpa a qualcuno in questa faccenda, noi punteremmo il dito sui promoter italiani.
Ci vuole poco a sbugiardare loro e scagionare “L’Azienda Iron Maiden”.
Sì perché forse non sapete come funziona e vi immaginate tutto un altro procedimento. La realtà è che un gruppo X (o nel caso specifico gli Iron Maiden) comunica a tutto il mondo di essere in tour. I vari promoter di diversi paesi acquistano i “pacchetti tour” decidendo LORO in base alle PROPRIE stime passate e attuali, dove portare a suonare il gruppo X (Iron Maiden).
Ci siete fino a qui? Bene. Ora che sapete come funziona dovreste aver più chiaro che sono i promoter a organizzare il tutto, scegliere le location e fare i costi, decidere se ci sarà o meno un pit, suddividere i prezzi in decine di anelli e così via.
Il gruppo riceverà il cachet che ha deciso di chiedere e lo prenderà comunque, qualsiasi cosa accada ai concerti: che venga poca gente, che ci sia il tutto esaurito.
Ovviamente i promoter hanno delle spese da affrontare e soprattutto dei ricavi da realizzare, ma nel caso di San Siro e degli Iron Maiden, vengono un sacco di perplessità che solo la pubblicazione dei bilanci di questa impresa da parte di chi l’ha messa in piedi, permetterebbe davvero di ridurre la responsabilità a qualcuno (il promoter) e magari farci tutti un’idea diversa sulla faccenda “rincaro biglietti ai concerti metal e rock”: magari a peggiorare irreversibilmente le cose “ha stato il comune di Milano!11!1!1”
Riversare ogni responsabilità sugli Iron Maiden conduce solo ad analisi fuorvianti e un po’ troppo “romantiche”.
Intanto la tesi che i Maiden non siano in grado di riempire uno stadio è smentita dai risultati. Il tour mondiale appena passato, quasi tutto sold-out, ha fatto registrare alcuni record anche in questo tipo di location: il London Stadium e lo Stadio Metropolitano di Madrid, per esempio.
Anche per il recente concerto di Padova mancavano una manciata di biglietti ed era tutto esaurito pure quello. E per quanto di merda, l’Euganeo è anch’esso uno stadio a tutti gli effetti.
Imputare la scelta ai Maiden di volere San Siro per capriccio, a quei costi e senza il pit, non ha senso!
Sarebbe come domandare a un giocatore di una certa squadra, perché abbia deciso di schierare tre punte e non le solite due. Che c’entra lui?
Legittimo dire di no a questo giro, per protesta sul costo dei biglietti, ma senza indirizzare il rancore all’avidità e l’incoerenza di Bruce Dickinson come fa qualcuno molto più sovraesposto di noi.
Ecco qua, giudicate pure sui dati. Questi sono i prezzi della Defense Arena a Parigi.

Cliccate qui e guardate invece i prezzi di San Siro.
In Francia, alla Defense Arena, il parterre, vale a dire il prato, è trattato ancora (e in passato lo era anche qui in Italia) come un settore abbastanza economico rispetto agli altri. Se stai in piedi e non poggi il culo da nessuna parte per delle ore, non vedo perché tu debba pagare quanto uno che ha il seggiolino per sedersi e un tetto sulla testa che lo ripari in caso di pioggia.
Era anche per quello che i posti finivano subito, qui da noi. Sia perché si sa, i metallari vogliono stare sempre sotto al palco, ma anche perché quelli del parterre, erano i biglietti più economici. A Parigi si è mantenuta questa tradizione ed è un bene.
In Italia no ed è un male.
A San Siro, così come a Padova, rispetto alla Francia la logica si è invertita.
Il parterre costa come i posti migliori del primo anello o quasi.
Subito dopo dopo il settore “prestige”, con l’aggravante che a San Siro il pubblico sul prato si trova a cielo aperto. Se venisse giù uno di quegli acquazzoni da madonne e maiali, lo spettatore beccherebbe tutta l’acqua e rimarrebbe lì per ore, fradicio, sempre in piedi, sentendosi come un coglione rispetto a chi ha tettoia e seggiolino e ha pagato meno di lui.
Bisognerebbe porre domande di un certo tipo ai promoter, a questo punto. Domande a cui nessuno risponderà, ovviamente.
Come mai in uno stadio al chiuso, al Defense Arena di Parigi, senza rischio pioggia, con suoni decisamente migliori che in uno stadio all’aperto, un francese paga 90 euro per vedere i Maiden nel pit, mentre in Italia ne dobbiamo pagare 184 per la stessa cosa?
Qualcuno vi ha costretto, cari promoter ha scegliere uno stadio sovradimensionato e super-caro? Come mai a Padova nel pit il prezzo del biglietto era 176 e ora nello stadio, senza zone preferenziali tutti pagheranno 184; in quello che in linea pratica sarà un gigantesco suolo da litigarsi con il sangue in nome della nostalgia?
Si può accusare la band di non intervenire in certe speculazioni esagerate, ma a parte questo non è giusto affibbiarle tutta la colpa.
Ci sono promoter che scelgono location inadeguate e poi, come nel caso di San Siro, cercano di far leva sul sentimento degli appassionati; sull’unicità dell’evento; sull’impresa da compiere per una band metal: la prima a suonarci in a-s-s-o-l-u-t-o, con buona pace degli zappatori Extrema.
Questo prezzo alto del parterre però cosa vuol dire davvero?
Significa andare scientemente a fare cassa sulla tipologia di pubblico che viene al tuo evento. E tu signor promoter conosci bene come ragiona. Un pubblico che ha a cuore lo stare attaccato al palco; quindi tac, glielo fai pagare caro.
Immaginare che Rod Smallwood sia lì con le planimetrie di tutte le venue e i dossier con le normative dei vari comuni italiani, in particolare quello di Milano è assurdo. Credere che Steve Harris e Bruce Dickinson discutano su come gestire la capienza dello stadio, dove è piazzata la transenna dal palco… Ma vi pare credibile?
Harris a malapena sa dove si trova San Siro. Probabilmente, essendo appassionato di calcio, avrà visto qualche derby in TV.
Una volta, nel 2007, uno di noi cavalli incontrò Steve Harris in un albergo di Mestre. Gli domandò se la band era stata soddisfatta del concerto fatto all’Heineken. Lui rispose che quando era salito sul palco, aveva provato una certa delusione per la transenna molto spostata rispetto al solito: c’era un corridoio più largo per questioni organizzative e così facendo, con le luci che la band ha sempre sparate in faccia, non riusciva a vedere le prime file. Per lui è sempre molto importante guardare il pubblico in faccia che si entusiasma, così da caricarsi anche lui mentre suona per la 10940esima volta The Trooper.
Ecco qua. Capite come funziona?
La stessa selva di polemiche sta arrivando addosso ai riformati Rush. Al di là della mancanza di ufficialità delle notizie sul loro ritorno e sui concerti, già si accusa la band di fare biglietti a 400 euro, perché “hanno bisogno di guadagnare !!!1!!!111”.
Anche fosse, non sarebbero loro a decidere il costo dei biglietti.
Certo, se avessero voglia di tirar su dei bei soldi e chiedere dei cachet alti, ci starebbe, e ovviamente il prezzo dei biglietti partirebbe da quelle altezze. Ma dopo dieci anni di inattività ci sta che possano sparare cifre considerevoli. Oltre a far questo però non potrebbero intervenire sul resto, vale a dire la gestione dei promoter.
E i promoter dei vari paesi, annusando la possibilità di grandi guadagni speculerebbero sull’effetto ritorno, approfittando a dismisura della passione del pubblico e alzando i prezzi oltre i limiti moralmente accettabili.
E in Italia, come sempre, ci faremmo riconoscere ancora una volta.

