Non è arte se devi scrivere una certa canzone perché appartieni a una certa categoria.
Non vi dico subito chi è l’autore di questa frase. Ci torneremo più avanti. Ora vorrei parlare di “Menace To Society”, il primo disco di Lizzy Borden che ho sentito in vita mia. Me ne procurai una copia nel 1996, esattamente dieci anni dopo l’uscita nei negozi. Ne rimasi molto deluso.
A quanto pare, nel 1986 la band si era fatta notare già da un sacco di gente, ma più che per le uscite discografiche, fu soprattutto grazie al cinema. Primo per la partecipazione al documentario “The Decline Of Western Civilization II” di Penelope Speerhis e poi al famigerato live, uscito sì in vinile, ma soprattutto in VHS, a prova di censura.
“The Murderess Metal Road Show” era pieno di cose scorrette: una fedele riproposizione degli spettacoli del gruppo. Erano gli anni delle mamme anti-rock guidate da Tipper Gore, quindi ‘sto tipo di prodotti osceni, soprattutto associati all’ambito metal, facevano discutere parecchio. I Lizzy Borden con la videocassetta del proprio show, entravano in netta competizione con gli eccessi estetici e immorali degli W.A.S.P., il ché era un bene per loro, ovviamente.
Quando però arrivò il nuovo disco nei negozi, per quanto oggi sia considerato un “classico minore” della stagione intoccabile dei Lizzy Borden, va detto che non convinse granché i giornalisti che lo recensirono e nemmeno il pubblico di allora.
Non so cosa si aspettassero dai Borden. Era una prosecuzione dell’esordio in tutto e per tutto, ma immagino che il periodo fosse così inflazionato di grandi uscite che a stento la band poteva sperare di non annegare in mezzo a Master Of Puppets, Reign In Blood, Slippery When Wet, Somewhere In Time, Turbo e via così.
Per esempio, su HM ammisero la perizia tecnica ma non lo reputarono decisivo per le ambizioni del gruppo. Di sicuro la mia percezione iniziale, quando ascoltai “Menace…” negli anni 90, fu di sgradevolezza, di caos e sciatteria. C’era un’urgenza che mi sapeva di trascuratezza. I brani sono chiaramente complessi, strutturalmente ricchi di assoli e riff dignitosi, certo, inoltre ogni canzone esplodeva in un ritornello interessante, ma anche oggi, pur rivalutandolo sul piano della resa generale, ho l’impressione che sia inferiore al debutto “Love You To Pieces”. La scaletta non può competere con quella del primo album. Non c’è una “Rod Of Iron”, né una “Redrum” o “Godiva”.
Per Lizzy, ritornare a quegli anni non è un piacere come ci si potrebbe attendere. Certamente, lui apprezza i complimenti che oggi gli arrivano sui vecchi tempi, soprattutto dalla rete, ma non può condividere l’entusiasmo del pubblico per quei giorni, vissuti da lui come una corsa al collasso nervoso.
Era un artista che capiva di non essere ancora in grado di gestire troppi aspetti di un sistema molto lontano dall’aiutarlo a raggiungere gli obiettivi che aveva in mente. Sentite cosa dice a riguardo:
Avevamo appena fatto il disco Menace…, ed era solo un susseguirsi di scarabocchi. Non c’era controllo, non c’era niente. Ognuno cercava solo di suonare quello che voleva, senza una struttura o una direzione. Per quanto cercassi di progettare qualcosa, non sapevo davvero cosa stessi facendo. Non avevamo un produttore con cui parlare. Non c’era nessuno che ci incanalasse in una direzione. Quindi era ovvio per me che non avrei più fatto quella cosa. E so che alla gente piace molto quel disco, ma c’era qualcosa che non funzionava. Avevamo la Capitol Records alle spalle ma non faceva niente per noi. Così mi sono detto: “Devo imparare a scrivere canzoni migliori piuttosto che preoccuparmi di scrivere solo un mucchio di pezzi heavy metal che sarebbero stati buttati via dopo qualche anno”.
“Menace to Society” era solo heavy metal prossimo alla spazzatura? Per qualche anno in parecchi lo hanno percepito così e vi confesso che anche io, rispetto a “Visual Lies” e a tutta la fase 80 pensavo fosse stato una battuta d’arresto. Negli anni 90, fin quando Lizzy non tornò con un nuovo album e riprese a far muovere la ruota, in effetti, quel metal pareva invecchiato male, un guazzabuglio sterile di power americano con troppe sfaccettature glam, solitamente registrato a tutta birra, frustrato e arruffone.
Oggi ci sono band giovani e votate al metallo tradizionale, che studiano proprio quella fase grezza e caotica in cui i Lizzy Borden erano nel mezzo di un gran casino e tentavano di arrivare da qualche parte. I ragazzi provano ammirazione e invidia per quel momento in cui il vero metal pompava nel mondo il proprio veleno destabilizzante, ma per chi c’era, probabilmente non è comprensibile una tale idealizzazione.
I Borden non sapevano nulla di studi d’incisione e non avevano idea di cosa fosse un produttore. Brian Slagel della Metal Blade era sempre al loro fianco, ammirava la musica che facevano, ma non era esattamente Fairbanks o Templemen e non sapeva dare a Lizzy la spinta verso un suono più potente e la sapienza musicale per confezionare ritornelli capaci di sfondare in classifica. Ce l’avrebbe fatta Max Norman un paio di anni dopo, ma ci torneremo.
Girando tra vecchie webzines in avaria e blog semi-sepolti, ho trovato solo recensioni esaltate di “Menace…”. C’è chi lo presenta come un lavoro fondamentale nell’evoluzione stilistica del gruppo e difende con tutte le forze la furia naturale di un sound giovane e selvaggio, nel pieno della propria purezza creativa.
Beh, sicuramente c’era del buono, ma forse si esagera un po’. La svolta nell’evoluzione della band non vedo dove sia: “Menace…” è “Love You To Pieces… parte 2”. Ci sono dei momenti piuttosto efficaci, certo. Penso al ritornello di “Notorious”, con il contrappunto del coro “Hail Caeser” che avrebbe fatto venir giù gli stadi se la band fosse arrivata a riempirli.
Sì, lo so che i Borden si sono esibiti anche davanti a grandi folle di tutto il mondo, ma come band spalla o nel bill dei grandi festival. Non favoleggiamo sul passato. Io li adoro ma negli anni 80 non raggiunsero mai i livelli dei big e tantomeno dopo la prima reunion del 2000. Il loro album più venduto, fu anche quello che chiuse la prima stagione della loro storia, “Master Of Disguise”, all’inizio degli anni 90. E ovviamente non si parla di cifre alla “Dr. Feelgood”.
Un altro brano che secondo me sarebbe stato oro nelle mani di qualche producer in gamba e con un budget decente, è “Bloody Mary”, con quel giro di basso iniziale dalla melodia infestata di malinconia. Ho un debole anche per “Ursa Minor”, a metà tra il vecchio Alice Cooper e i Crimson Glory dell’omonimo.
L’aspetto che mi ha sempre fatto impazzire dei Lizzy Borden era quell’aria sordida e folle che avevano quando da bambino sbirciavo i film horror prima di andare a dormire. Prima di poter acquistare qualcosa e rendermi conto di che musica facessero, la loro immagine mi trasmetteva un senso di delizioso pericolo.
Stiamo parlando di un nipotino di Alice Cooper negli in cui l’estetica horror era definita dagli slasher movies e lo splatter. Purtroppo per lui, anche il suo maestro tornò sul mercato proprio in quel momento, e con intenzioni molto agguerrite. “Constrictor” uscì esattamente nel 1986, e per quanto sia sempre stato un incipit modesto a confronto di ciò che Cooper avrebbe realizzato con “Rise Your Fist And Yell!” e “Trash!”, era comunque una concorrenza che non ci voleva di sicuro per Lizzy.
“Menace To Society” oggi si arricchisce di immaginifiche suggestioni grazie al fattore nostalgia. L’intro di chitarre alla Maiden, gli stacchi in sospeso su un arpeggio di tapping di “Ultra-Violence”, schiudono nella mente di un vecchietto come me, le visioni allucinate di barbari-vintage in mezzo alle rovine della modernità anni 80.
Eccoli i Lizzy Borden, ricoperti di pellicce di cane e con fucili a canne mozze colorati di verde fluo e fuxia che vagano in cerca di famigliole da distruggere. Chissà perché mi vedo questi guerrieri immorali stagliarsi su un bosco innevato a bordo di un’autostrada, mentre avanzano con il volto macchiato di sangue rappreso. Forse era il servizio fotografico dei Carnivore…
Quella copertina di “Menace To Society” giudicata al tempo un po’ a sproposito come “kitsch”, in senso ovviamente negativo, oggi è adorata dai vecchi boomer proprio perché quella ridicolaggine da guerrieri dell’apocalisse della Troma è diventata un simbolo di appartenenza e di sopravvivenza estetica. L’artwork per la verità era stata realizzata con intenti serissimi. Esprimeva un concetto molto preciso e coerente con il tema generale del disco, vale a dire la civiltà assediata da un nuovo mondo di vandali e famelici disadattati.
Le storie cantate da Lizzy sono ormai un innocuo mix di fantascienza post-apocalittica, violenza metropolitana cinematografica (“Ultra-violence” è ispirato ad “Arancia Meccanica”), narcisismo delinquenziale (“Notorious”), disagio generazionale (“Generation Aliens”) e altri scorci di vandalismo moderno; dal disordine mentale all’auto-distruttività dei nuovi giovani (“Bloody Mary”), ma in un contesto revisionistico dominato da Netflix è tutto così seducente, divertente e… innocuo, ormai, mentre al tempo, gente come Tipper Gore rabbrividiva davanti a ritornelli come questo:
You look at me you got trouble
I got no cause I’m a frightened rebel
I am the future from the past
We don’t care about tomorrow
At dark we romp so reckless ah
No one could ever understand
Tornando alla frase che ho messo in cima, se non ve ne siete dimenticati, vi dico intanto che è proprio Lizzy Borden ad averla detta, e vi aggiungo un’altra sua dichiarazione che spiega bene il concetto. Si tratta di qualcosa che i fan non tengono molto in considerazione quando si lamentano del cambio di stile di un gruppo o del perché X non torna indietro alle cose della giovinezza, quando era tutto più figo eccetera eccetera…
“C’è una piccolissima percentuale di fan che ha iniziato ad apprezzare Lizzy Borden agli inizi con “Love You To Pieces” e “Menace to Society”, e vogliono che io rimanga lì a fare quelle cose, nello stile preciso che avevo al tempo. Non si rendono conto che è stato fatto tutto in un anno e mezzo, e che non avevamo mai scritto canzoni prima di allora. E lo stile che stavamo emulando era quello che all’epoca proveniva principalmente dal Regno Unito. Quindi stavamo solo ottenendo la nostra interpretazione dello stile del momento. Per me è fantastico, ma è un suono un po’ datato. Volevo solo progredire”.
Per progredire, a proposito di un musicista che ci piace, noi intendiamo soprattutto due aspetti: la tecnica e la capacità di comporre canzoni. Invece lui parla di tanto altro. E secondo lui, addirittura, la parte di carriera che oggi molti idealizzano, vale a dire la prima, non conta quasi nulla. Leggete qui:
“Beh, Visual Lies è stato praticamente il nostro album di debutto. È stato quello in cui abbiamo finalmente capito come gestire lo studio. Abbiamo finalmente assunto un vero produttore. Per me, è il mio primo album perché è l’album in cui sapevamo davvero cosa stavamo facendo più dei primi due album che avevamo fatto – senza capire minimamente come eravamo riusciti a farli. Con quell’album, mi sono assicurato di scrivere canzoni adatte a me, e non volevo questi lunghi pezzi musicali con un buco in cima. Volevo vere canzoni. E così abbiamo trovato un produttore, Max Norman, e lui ci ha cambiato. Ha lavorato con noi sul controllo del tempo, che è stato probabilmente il fattore più importante del nostro cambiamento. Non sapevamo nemmeno cosa fosse! Suonavamo una canzone come ci sembrava giusto ma lui ci diceva: “No, la state rovinando suonandola troppo veloce o magari troppo lenta”. Fu allora che capii e dissi: “Oh mio dio, è vero”. Abbiamo imparato tantissimo da quell’album. È stato davvero facile dire che è stata quella la cosa che ci ha aperto la strada, e ovviamente lo è stata. È uno dei miei album più venduti, quindi credo che l’abbiamo fatto bene. E quindi sì, da allora ho usato molte di quelle stesse tecniche in ogni album”.

