L’heavy metal è qui per restare

A volte, nella stalla capita di parlare dei vecchi tempi. Inevitabilmente finiamo per concludere che la stagione dell’heavy metal che va dalla NWOBHM all’esplosione dei Metallica come fenomeno di massa non si ripeterà più e che, salvo impensabili cambiamenti sociali, le nuove generazioni non si appassioneranno in gran numero a questo tipo di musica.

Mi domando sempre più il bisogno di tornare a quei fasti. Al di là delle condizioni così differenti rispetto agli anni 80, quando c’era un sistema discografico attrezzato e tarato per la creazione di fenomeni pop, perché sperare in una resurrezione popolare del metal?

Per quanto mi riguarda il genere ormai ha raggiunto una condizione di stabilità. Ha sedimentato nella cultura e alla pari col jazz, il blues e il rock classico, seguiterà a esistere, a essere suonato, ascoltato e studiato. Se su cento giovani, tra dieci anni, solo due si appassioneranno alla musica heavy, pazienza.

Secondo me sulla lunga distanza si può solo vincere, se vogliamo portare tutto a un livello competitivo. So che i metallari guardano con sprezzo e invidia il successo che la trap riscuote tra i ragazzini, ma che senso ha?

Il metal permette di sublimare un bisogno ben preciso che qualcuno continuerà a voler soddisfare. Se non ci sarà dietro uno sprone manipolatorio dell’industria culturale, poco importa. Quando guardiamo un film degli anni 80, nella cameretta di un ragazzino, potrete trovare il poster di una band heavy metal. Vi manca questo?

Quel ragazzino oggi avrebbe in camera il poster di qualche rapper o di un deejay. La consistenza della sua passione è la medesima: uno sfondo teatrale in grado di rispecchiare i simboli che a un colpo d’occhio, uno spettatore necessita di rilevare per giudicare attendibile, nel contesto storico dell’ambientazione, una fottuta cameretta di un adolescente appassionato di musica, videogiochi, porno, serie televisive e qualsiasi altro alimento ricco di zuccheri mentali faccia parte della destabilizzante dieta di un pischello che deve crescere.

Il meta è qui per restare. Siamo noi quaranta-cinquantenni che non dureremo ancora chissà quanto.