NOBLESVILLE, IN - JULY 25: Jeff Hanneman and Kerry King of SLAYER perform in concert at the Rockstar Energy Drink Mayhem Festival at Verizon Wireless Music Center on July 25, 2009 in Noblesville, Indiana. (Photo by Joey Foley/Getty Images)

Heavy Football Pt. II – Metallari con sovrabbondanza di Neuroni Specchio

Heavy Football –  Ovvero, strane collisioni tra lo sport di squadra e il genere musicale più duri al mondo.
Nel 1990 due neuro-biologi dell’ Università di Parma scoprono che alla base dei comportamenti umani di empatia, di imitazione, ma anche di immedesimazione in un ruolo, ci sarebbe una particolare specie di neuroni che loro chiamano “Neuroni Specchio”.
In pratica sarebbero i responsabili dei meccanismi che regolano, tra le tante altre cose, la nostra simpatia (termine il cui significato letterale è “soffrire insieme”) per una squadra, quindi del tifo sportivo; oppure dell’ansia che ci avvolge guardando un thriller o un film horror dato che ci siamo calati nel protagonista che in quel momento sta per essere fatto a fette; e tanto per fare un altro esempio quando davanti all’ impianto stereo ci si cimenta in improbabili esibizioni di “Air Guitar/Air Drums” o similia.

Sempre nel 1990, a Firenze, prima del concerto “Clash of the Titans” con Megadeth, Slayer, Testament e Suicidal Tendencies il chitarrista degli Slayer Jeff  “La Bestia Bionda” Hannemenn (R.I.P. Jeff, ci manchi ogni giorno di più) si rifiuta di firmarmi un semplice autografo mostrando il dito medio con aria schifata mentre il suo compare non ancora pelatone se la rideva.

Per quale motivo quel pomeriggio Jeff trattò malissimo una persona che aveva contribuito almeno per un miliardesimo al suo conto in banca? Perché in quel momento lui non vedeva davanti uno dei suoi milioni di datori di lavoro, un innocuo fan, ma “Il Nemico”. Un avversario di tifo, dato che indossavo una t-shirt dei San Francisco 49ers della NFL.

I Neuroni Specchio che regolavano la sua passione sportiva per i Raiders (all’epoca di stanza a Los Angeles, prima dei trasferimenti a Oakland nel 1995 e poi a Las Vegas nel 2020) in quel momento prevalevano sul buon senso che avrebbe imposto di essere gentile con un suo fan. Allo stesso modo dei “reaction videos” tanto in voga sui social, in cui spesso si ammira un tifoso infuriato che distrugge il pannello Led del televisore lanciando una bottiglia di birra perché la propria squadra ha perso.

Offstage, Hannemann era conosciuto per essere una persona riservata, taciturna, introversa, ma con un pungente senso dell’ humor. Ma in quei dieci secondi in cui le nostre vite si erano incrociate, io vidi materializzarsi l’impulso creativo responsabile di Necrophobic, Dead Skin Mask e altri incubi simili.

Da quel momento mi sono interessato sempre di più a questi aspetti della vita privata dei musicisti che seguo maggiormente, cercando di cogliere riferimenti alle loro passioni sportive sulle riviste, a volte nei testi delle canzoni e chiedendolo di persona nelle rare occasioni di un incontro.

Tom Hunting degli Exodus alla mia stupida richiesta di sapere se per caso fosse tifoso dei 49ers mi lanciò un’occhiata di compatimento seguita dalla frase: “Of course! Cosa credevi? Perché esistono anche altre squadre?”

Ai due fratelli Abbott (anche loro R.I.P.) dei Pantera non ho dovuto nemmeno chiederlo perché prima dello show al Monsters of Rock di Reggio Emilia nel 1992 uscirono in mezzo alla folla sventolando la jersey col numero 22 di Emmitt Smith dei Dallas Cowboys gridando a tutti che avrebbero vinto il campionato.

La cosa più divertente è che i Cowboys in effetti vinsero i seguenti tre titoli su quattro e che per tutti gli anni 90 i due mondi del Metal e del Football sembrarono essere avvolti dalla bandiera del Texas, perché sia i Pantera che i Cowboys dominavano la scena.

Così viene addirittura fuori che esistono band che programmano i propri tours nel periodo che va da settembre a gennaio basandosi sulla schedule delle squadre per cui fanno il tifo. Dylan DiLella e Doug Moore dei Pyrrhon lo ammettono candidamente: “Spesso guidiamo di notte per avere il tempo di guardare le partite di giorno, se non è possibile ascoltiamo la radiocronaca nel van”.

Moore aggiunge che molta della sua musica deriva dalle sue esperienze giovanili nelle trincee del campo da gioco: “Ho preso tanti di quei colpi giocando a football alla high-school da essere sicuro che i miei gusti per la musica ultra-violenta sono stati plasmati da quella esperienza. Come il senso di team-work, indispensabile per lavorare in una band”.

Oppure bands i cui leaders sono talmente umorali da cancellare i reharsals in caso di sconfitta. “Io e Donald siamo grandi fan dei Dolphins” esclama John Tardy degli Obituary “E la situazione ideale è quando i Dolphins hanno un record migliore dei Buccaneers, per cui tifa il resto della band. In tutti i casi se perdiamo la domenica invio una mail a tutti e le prove del lunedi sono cancellate!”

O ancora, che per uno strano scherzo del destino, un ragazzo di nome Timothy S. Owens, in seguito cantante di una band metal discretamente conosciuta, sia stato immortalato sulla cover story di un quotidiano (Akron Beacon Journal) per la prima volta della sua vita non su di un palcoscenico, ma seduto con la testa nelle mani per la disperazione dopo la disastrosa sconfitta dei Cleveland Browns nel Championship della AFC ad opera dei Denver Broncos nel 1987, gara diventata famosa come The Drive.

Ipotizzando che se Lovecraft avesse incrociato sul suo cammino personaggi simili avrebbe potuto ricrearne dei mostri con due cervelli, lo “sports brain” e il “metal brain , apriamo quindi il baule e vediamo quali di questi ne balzano fuori.

1-Erik Rutan e il volo delle Aquile.

Iniziamo obbligatoriamente con un illustre rappresentante della tifoseria dei Philadelphia Eagles, freschi Super Bowl Champions in carica. Si potrebbe supporre che un chitarrista che vanta la militanza in alcune delle death metal bands più brutali della storia (Morbid Angel, Cannibal Corpse, Hate Eternal) abbia il cuore con un firewall che blocchi nobili sentimenti che prevedano condivisioni, carinerie e gioire per qualcosa. Invece nella sua lista dei peggiori momenti del sentirsi “Away from home” lui cita un episodio legato alla sua passione per gli Eagles.

“Eravamo in tour in Germania con gli Hate Eternal nel Gennaio del 2004 e quella notte gli Eagles avrebbero disputato il Championship della NFC contro i Carolina Panthers. Ho chiesto al nostro tour manager se poteva rimediare un bar aperto fino a tarda notte per gustarmi la partita. Ci accordiamo con il gestore di un locale dotato di tv satellitare e con il nostro bus driver e tutto sembra risolto. Ma il fato colpisce subito duro e tutto precipita. La telecronaca è in Tedesco e dopo pochi minuti Donovan McNabb (il quarterback degli Eagles e star della squadra) subisce un infortunio ed è costretto ad uscire. A questo punto il bartender spegne tutto e chiude il locale. Ci mettiamo in giro a notte fonda (ndr: precisiamo che di solito questo tipo di eventi giocati in serata negli Stati Uniti si svolgono ad orari proibitivi per gli spettatori Europei) per approdare in una stazione di servizio con un televisore sintonizzato sulla partita. Mi piacerebbe dirvi che, come nelle migliori favole da filmografia sportiva, Koy Detmer (quarterback di riserva) stava trascinando la squadra ad una sfolgorante rimonta con vittoria finale ma non fu così. Alla fine avremmo perso il terzo Championship di fila. Ero davvero devastato”

Al termine della stagione 2017 Erik e le legioni di Philadelphia-fans finalmente possono coronare il lungamente atteso sogno di una vittoria al Super Bowl: “Per noi Eagles fans la lealtà verso di loro non è seconda alla devozione che io ho, ad esempio, per musicisti come Ozzy o gli Slayer. Il football per me evoca emozioni di gioia, rabbia e quant’altro mi trasmette la musica”.

In quell’occasione Rutan scrive un arrangiamento in chiave metal della fight-song della squadra, “Fly Eagles Fly”, usando un tempo da marcetta militare corredato da riff di chitarra a sottolineare il classico coro della tifoseria, che immediatamente diventa un canto popolarissimo da intonare allo stadio.
“Lavorando alla canzone scoprivo sempre più parallelismi tra il mio mondo e quello del football. La mia vita è stato un continuo avvicendarsi di alti e bassi, superare difficoltà di ogni genere, personali e legate alla carriera.

Ma il ferro forgia altro ferro, le stagioni perdenti ti rendono più forte. Il modello a cui ispirarmi è un guerriero come Jason Kelce (ndr: il Centro degli Eagles ritiratosi nel 2024 a 37 anni dopo circa 200 partite disputate da titolare), lui mi ricorda i Grandi Vecchi del Metal che dopo tanti anni sono ancora lì sui palchi.”

2-Phil Anselmo e la New Orleans Connection.

Abbiamo già detto che all’ interno del “Pantera-camp” vigeva la legge del Lone Star State, con tre membri su quattro, compreso Rex Brown, tifosi sfegatati dei Dallas Cowboys. Il povero Anselmo, nativo delle Louisiana e grande fan dei New Orleans Saints, aggiungeva quindi un ulteriore motivo di frustrazione e risentimento alla sua già tormentata permanenza nella band.

La situazione si ribalta completamente con la band post Pantera di Phil, i Down. Il progetto verte tutto sull’amore dei componenti per la città natale e per lo stato della Louisiana, con le sue tradizioni, la sua cultura… e per le sue squadre di football. Windstein, Keenan e compagnia stravedono per i Saints ma anche per le squadre di college più famose, Tulane e L.S.U. Quando al carrozzone si aggrega il bassista Rex Brown si trova in netta minoranza e deve subire il trattamento nonnismo vs. recluta riservato ad Anselmo nei Pantera.

“Ogni volta che ci sediamo per guardarci le partite dei Saints contro i Cowboys mi sento quasi male per Rex, perché lo isoliamo completamente in un angolino e nessuno parla con lui”, dichiara Kirk Windstein, che è cresciuto in una famiglia dove il tifo per le squadre locali è religione. “Da quando c’è lui i Cowboys hanno vinto solo una volta contro 6 sconfitte, sembra un soldato disperso in territorio nemico”.

“Mio padre ha seguito i Saints dalla prima stagione, nel 1967, e abbiamo dovuto sopportare 20 anni di mediocrità prima di assisterne ad una con record positivo con partecipazione ai playoffs, ed altri 13 per la prima vittoria in postseason, senza mai perdere la speranza o un’oncia della nostra fede. Tutto questo, insieme alla grande solidarietà che la squadra ha restituito alla città dopo il disastro causato dall’ uragano Katrina, è stato un grande collante sociale” continua il barbuto chitarrista.

Dalle fangose paludi del profondo sud emergono altre inquietanti creature a cementare il legame tra questi due mondi. Kyle Thomas e Vinnie LaBella degli Exhorder non si fanno mai pregare per ricordare, anche dal vivo, la loro appartenenza sportiva.

E Anselmo? Il nostro Restless-Phil poteva esimersi dallo scatenare una polemica mediatica anche in un campo che non gli compete? Dopo il caso del Bounty-Gate, scandalo che coinvolse giocatori e staff dei Saints un paio di anni dopo la vittoria del Super Bowl, Phil si fece sentire tuonando contro la Lega e a favore della squadra.
In quella occasione il capo allenatore, il coordinatore della difesa e alcuni giocatori furono accusati (e poi squalificati) di provocare deliberatamente gravi infortuni agli avversari dietro pagamento di una taglia.

Anselmo definì il Commissioner della Nfl Goodell come “Il poliziotto che ti sbatte in galera solo perché ne ha il potere”, e famosi giornalisti come Peter King di aver sbattuto il mostro in prima pagina nella persona del difensore Johnatan Vilma come capro espiatorio di tutta la faccenda. Inoltre dichiarò che indagini e squalifiche erano solo un paravento per deviare l’attenzione dal sempre maggiore numero di richieste di risarcimento che la Lega stava ricevendo per i casi di suicidio, perdita di memoria e danni cerebrali legati ai colpi subiti da parte di ex-giocatori.

3-Craig Locicero e il 49ers Tailgate Party

Se mai aveste bisogno di contattare per qualche motivo il chitarrista dei Forbidden Craig Locicero e quest’ultimo risultasse irreperibile, avreste sicuramente una possibilità di rintracciarlo in una giornata in cui i 49ers disputano una Home Game. Recatevi al 4949 Centennial Boulevard di Santa Clara, California, entrate nell’enorme parcheggio tra lo stadio e il parco di divertimenti Great America, seguite con l’olfatto il profumo di carni arrosto e una volta arrivati tra le centinaia di pick-ups con barbecue montati sul cassonetto, schermi led che trasmettono le immagini delle altre partite, e una marea di tifosi bardati di Red&Gold che trangugiano birra, potreste scorgere Craig intento in una delle suddette attività.

Negli anni 80 il movimento del Bay Area Thrash ha avuto il suo picco di popolarità parallelamente all’ affermarsi della locale squadra di football dei 49ers come Team of The Decade, forti di 4 titoli vinti nel periodo. E’ stato quindi abbastanza naturale che una generazione di giovani cresciuta in quel periodo si sia appassionata ad entrambe le culture che all’epoca proiettavano la città di San Francisco sotto i riflettori. La lista dei musicisti cresciuti a “Pane e 49ers” è ovviamente lunga, tra questi spiccano Tom Hunting, Gary Holt, Paul Bostaph, Will Carroll, Les Claypool e Tim Alexander dei Primus, Alex Skolnick. Questi ultimi due, sul disco inciso a nome Attention Deficit del 1998, dedicano un pezzo strumentale al giocatore Merton Hanks, famoso in quel periodo per la “Chicken Dance” , caratteristico balletto celebrativo dell’ intercetto, azione in cui era specialista.

E ovviamente non sono mancate le rivalità con i musicisti tifosi di altri team, soprattutto con i locali Raiders fans, che nell’ambiente metal sono forse i più numerosi. Ricorda Phil Demmell (Vio-Lence, Machine Head): “Nel periodo in cui Robb Flynn lasciò i Forbidden per unirsi a noi c’era una grossa rivalità tra le 2 band. E a volte avevamo discussioni praticamente su tutto, perfino sul football. Ricordo che io e Craig siamo venuti alle mani ad un party perché lui è tifoso dei 49ers ed io dei Raiders. Se avessimo parlato solo di musica probabilmente avremmo messo giù i guantoni!”

Craig è talmente coinvolto dall’essere un 49ers Faithful che non manca giorno in cui non commenti le news relative alla squadra sui suoi account social. E addirittura è arrivato al punto da lanciare una linea di abbigliamento accostando simboli e colori della squadra con quelli della band.

E non poteva mancare l’omaggio al parallelismo Metal-Football su uno dei suoi dischi. Precisamente su “Green”, del 1996.
Per un ricevitore nel football, tentare una ricezione “Over The Middle” (titolo del pezzo in questione), cioè nella parte centrale del campo, significa sfidare la sorte e mettere a repentaglio la propria incolumità fisica.

In quella zona si aggirano come squali i feroci colpitori della difesa che per mettere fine all’azione, non potendosi aiutare con la linee laterali, assesteranno al malcapitato portatore di palla delle poco piacevoli “Hits”, anche a scopo intimidatorio. Quindi il testo della canzone è una celebrazione del coraggio di cui deve dotarsi un atleta, del sacrificio del proprio corpo per il bene della squadra, e una descrizione della durezza dello scontro fisico sul campo accostandolo inevitabilmente ai rituali scontri che avvengono sotto un qualunque palco di un concerto Metal.

4-James Hetfield e i Disposable Heroes.

Della passione di Hetfield per la squadra dei Raiders abbiamo già detto nella prima parte di questo viaggio.
Crescendo nei sobborghi di Los Angeles negli anni 70 e 80 il giovane James viene in contatto con la Raider-Culture, dato che quel periodo coincide con il massimo splendore raggiunto dalla squadra nella sua storia, insieme al trasferimento per motivi economici e di marketing del team dalla operaia e pericolosa città di Oakland alla sfavillante Los Angeles.

James si gode quindi l’epoca dei tre Super Bowl vinti nel 1977, 1981 e 1984 e di una squadra costantemente tra quelle da battere. I giocatori dei Raiders di quel periodo tengono fede al nomignolo della squadra, sono talmente sopra le righe e famosi anche per le gesta fuori dal campo da guadagnarsi un’aura mitica che li accompagnerà nei secoli, ma di questo parleremo più tardi. Questo argomento per ora ci serve ad inquadrare il personaggio che più colpisce la fantasia del principale compositore dei Metallica, in relazione ad uno dei suoi pezzi più amati dai fans.

Se c’è un giocatore di questo sport che può essere accostato alla figura del Guerriero, questo è sicuramente Jim Otto. Nella sua carriera, giocata interamente per 15 stagioni tra le fila dei Raiders dal 1960 al 1974, Jim non salterà mai una partita per infortunio, disputandone 308 di fila fino al giorno del suo ritiro.
In un’ intervista nel mensile del fan club dei Metallica, So What!, in occasione del ventesimo anniversario dalla pubblicazione di Master Of Puppets, James dichiara che l’ispirazione principale per il brano Disposable Heroes gli venne da un poster pacifista che suo fratello maggiore aveva in camera e da un documentario sui vecchi giocatori di football, atleti che avevano dato tutto quel che avevano per lo sport.

“Proprio come il leggendario centro degli Oakland Raiders Jim Otto, questi atleti erano “Disposable Heroes” , dice Hetfield, “gente messa in campo o in battaglia a fare un lavoro senza doversi preoccupare delle conseguenze. Ci vedo una grande similitudine con la guerra”.
Recentemente James è stato invitato dalla rete NBC a presenziare nel video introduttivo della gara contro gli Steelers per il Sunday Night Football.

attps://www.youtube.com/watch?v=0gDYnGL2Wk4

5-Jeff Hannemann – Always a Raider

E per terminare questa rapida carrellata non potevamo non parlare della band che della passione per il football ne ha fatto parte della propria immagine, incorporando svariati elementi estetici e visuali anche nel merchandising e nell’abbigliamento on stage.
Slayer Nation, Baby!

Se la maggior parte dei musicisti del giro Metal e Hip-Hop sono tifosi dei Raiders, o quantomeno ne adottano merchandising, stili e iconografia il motivo risiede, come già anticipato, nel fatto che essere un Raider è uno stile di vita. La filosofia a cui si è sempre ispirata la squadra viene dettata sin dalla sua fondazione da Al Davis, padre padrone in tutti gli aspetti, dal management allo stile di gioco alla scelta dei giocatori.

Amatissimo dalla fanbase e altrettanto odiato dagli altri proprietari, Davis, deceduto nel 2011, è percepito all’esterno del suo ambiente come un manipolatore, dispotico e al limite del criminale. La Raider Image viene modellata sulla base di brevi e lapidarie massime quali “Just Win, Baby!”e “Commitment To Excellence”.

Lo stile di gioco adottato si basa sul demolire fisicamente e psicologicamente l’avversario. Non ultimi, i giocatori. Un’accozzaglia di caratteri estroversi nel migliore dei casi, la percezione che si aveva di loro era quella del gruppo di fuorilegge, ribelli e facce da patibolo sul campo come nella vita privata. Nomignoli come “The Assassin” (Jack Tatum) oppure “Doctor Death” (Skip Thomas) dovrebbero rendere bene l’idea.

Una temutissima difesa che aveva l’obbiettivo di assestare colpi spesso al limite della legalità e di mandare knock-out l’avversario; un quarterback soprannominato “The Snake” (Ken Stabler), epitome del southern bad-boy e assiduo frequentatore di parties fino all’alba; ma il più famoso di questi caratterini, al di fuori della cerchia degli appassionati di football, rimarrà sempre il Crazy Guy John Matuszak, campione di eccessi di tutti i tipi, dopo la carriera sportiva recita in alcuni film di discreto successo portando sullo schermo il suo “disruptive behaviour” in pellicole come Pirati dello Spazio e Goonies, oppure in telefilm come MASH, Hazzard, A-Team e Miami Vice. Morirà purtroppo a 38 anni per un overdose.

Come potevano i due “Axeman” degli Slayer, una band che ha portato in scena e sul pentagramma concetti come fisicità, pesantezza, velocità estrema, spingersi al limite, demolizione, annichilire e iconoclastia, non essere attratti dalla Raider Culture?

Hannemann e King, oltre a seguire la squadra da appassionati tifosi, molto spesso vestono onstage le jersey dei loro giocatori preferiti, nel caso di Jeff quelle dei famosi difensori del passato, come il 53 di Bill Romanowski, il 42 di Ronnie Lott, o il 34 di Bo Jackson, probabilmente il più grande atleta di sempre ad aver giocato a livello altissimo due sport contemporaneamente (baseball e football).

Dagli anni 90 in poi, dopo aver parzialmente dismesso l’immagine blasfema e satanica, che tocca l’apice a livello di merchandising con la linea di t-shirt Slaytanic Wehrmacht, la band adotta sempre di più una linea di abbigliamento ispirata all’immagine dei Raiders, mutuando il nome Slayer Nation dalla fanbase Raider Nation, e usando sulle t-shirt sia i famosissimi colori Silver and Black, sia una variante del logo del predone con le spade incrociate e una benda sull’occhio. La strategia commerciale non è, in verità, basata unicamente sulla passione sportiva, ma anche sulla consapevolezza che i colori e il logo dei Raiders sono i più venduti a livello mondiale, secondi solo al celeberrimo NY degli Yankees del baseball. Non è un caso se le divise dei Raiders non sono mai cambiate nel corso degli anni.

Come tutti sanno Jeff ci ha purtroppo lasciati nel 2013, e tra le tante manifestazioni che celebrano la sua vita e la sua opera ci sono anche una lapide e una targa poste dalla squadra di cui era tifoso sin da bambino nel nuovo stadio di Las Vegas, Allegiant Stadium.