Sacred Blade – Pellegrini Siderali

Il Canada è sempre stata una terra votata al rock, con formazioni straordinarie, innovative e fuori dai sentieri battuti. Che siano le big o i pupilli sconosciuti dell’underground, la vena sperimentale, audace e visionaria è il fil rouge caratteristico di un lunghissimo percorso che dagli anni ’70 a oggi pare non arrestarsi mai.

Sembra quasi che esista una gara a diversificarsi, ad abbandonare ogni velleità di imitazione e di omologazione, che rende ogni gruppo un universo a sé stante. Così è, per fortuna, per un progetto straordinario che ha lasciato soltanto un disco ufficiale, tanto mistero, storie incredibili di maniacalità, sfortuna, incoscienza e follia. Parliamo dei Sacred Blade.

A pochi mesi di distanza dall’uscita di A Farewell To Kings dei conterranei Rush, nel maggio del 1978, Jeff Ulmer fondò la band a Vancouver, in Canada, dando inizio a un percorso artistico che avrebbe rivoluzionato il panorama del metal, almeno nelle intenzioni programmatiche.

La sua visione era quella di creare un suono innovativo, capace di fondere l’energia del metal classico con atmosfere spaziali e temi di fantascienza, dando vita a ciò che lui definiva “Space Metal”.

Con la partecipazione dei talentuosi Will Rascan (chitarra), Greg Chan (basso) e Paul Davis (batteria), i primi anni della band si caratterizzarono per un’intensa esplosione creativa: oltre settanta brani (!!!) furono scritti e registrati, gettando le basi per un universo musicale che avrebbe saputo affascinare e coinvolgere l’underground internazionale, soprattutto quello instancabile, carbonaro, sempre pronto a scambiare cassette e alla ricerca di nuovi talenti.

Così all’inizio degli anni ’80, i Sacred Blade produssero dei demo che racchiudevano l’essenza del loro stile inconfondibile. Brani come  Salem, Crystal e Hammerhead vennero messi su nastro, seguiti l’anno successivo da altri pezzi quali The Enlightenment, Master Of The Sun e Moon.

Queste registrazioni dimostravano la capacità del gruppo di unire arrangiamenti complessi e melodie ipnotiche, capaci di trasportare l’ascoltatore in un viaggio interstellare. Il suono innovativo e fuori dagli schemi, trovò subito il favore del pubblico assetato di novità, che si lasciava conquistare dalla loro musica tanto quanto affascinato dalle storie di mondi alieni e universi paralleli.

Nel 1983, il brano The Alien fece la sua comparsa nel celebre sampler «Metal Massacre IV», aumentando la visibilità della band a livello internazionale.

Nello stesso anno, la formazione subì il primo importante cambiamento: James Channing entrò a far parte del gruppo, sostituendo Greg Chan, e segnando così un nuovo capitolo evolutivo spingendoli verso sperimentazioni sonore sempre più audaci.

Non a caso la bibbia del metal britannico Kerrang! in quegli anni aveva inserito alcuni dei loro demo tra i migliori di tutti i tempi.

Nel settembre del 1984 la band intraprese la sfida di registrare il proprio ambizioso album Of The Sun + Moon, un progetto ispirato alla passione per la fantascienza e alla visione personale di Jeff.

Questo lavoro, infatti, era profondamente influenzato dal libro di fantascienza The Seven Moonz Of Xercez, opera scritta dallo stesso frontman, in cui una narrazione epica e cosmica si intrecciava con i temi musicali della band.

I musicisti adottarono infine nomi d’arte bizzarri come “The Pilot”, “Nascar”, “Zed” e “Pol”, interpretando il ruolo di creature aliene destinate a sbarcare sulla Terra.

Una peculiarità grafica che divenne subito un marchio di fabbrica fu la trasformazione di tutte le “s” finali in “z”; un tocco stilistico che sottolineava l’eccentricità della loro opera.

Tuttavia, sin dall’inizio il progetto si scontrò con numerosi problemi tecnici e organizzativi. La registrazione dell’album fu ostacolata da una serie di imprevisti in studio, da budget esauriti a scelte forzate che compromettevano la qualità finale del prodotto.

Nel 1986, l’etichetta francese Black Dragon pubblicò un lavoro composto esclusivamente dai demo originari, anziché da un album finito e masterizzato. Grande sconforto: In una confessione sincera, lo stesso Jeff raccontò:

“Avevamo esaurito il budget e il nostro ingegnere non voleva continuare a registrare. Alla fine abbiamo trovato un assistente che finisse la registrazione e mixasse tutto in fretta per finire l’album. Volevo remixare i demo, ma niente soldi, niente mix.”

Questa esperienza non fece che accrescere il senso di insoddisfazione del frontman, tanto da farlo dichiarare in retrospettiva che, se avesse potuto, avrebbe rifatto tutto da capo.

Il perfezionismo di Jeff, che a volte sfocia nel patologico, divenne uno dei tratti distintivi del suo lavoro, segnando ogni fase del processo creativo e mantenendo sempre alta l’asticella delle aspettative.

Col passare degli anni, le difficoltà legate alla produzione e ai continui cambiamenti di line up, spinsero Ulmer a ripensare l’identità del progetto.

La decisione di trasformare i Sacred Blade in Othyrworld non fu semplicemente un cambio di nome, ma rappresentò l’evoluzione di una visione artistica maturata nel tempo.

Se nel concept di Of The Sun + Moon i membri impersonavano personaggi alieni in cerca di redenzione sulla Terra, nel nuovo incarnarsi come Othyrworld la musica acquisì una dimensione ancora più complessa e introspettiva, in cui gli errori e le imperfezioni venivano inglobati in un continuo processo di rielaborazione.

La promessa di un nuovo album, per lungo tempo annunciata e associata all’epico brano Seven Moonz Of Xercez – articolato in ben 17 parti per un totale di 28 minuti – alimentò l’entusiasmo di una schiera di fan sparsi in tutto il mondo.

Eppure ogni tentativo di registrazione portava con sé problematiche tecniche, creative e finanziarie.

Dalle demo estive del 1988 con brani come IC Eyez, The Transient, Perpetual Movementz e Til Death Do Us Part, si susseguirono altre versioni e nastri sperimentali, che pur mantenendo un alto valore artistico, non riuscirono mai a concretizzarsi in un album ufficiale.

L’incombente presenza dei bootleg, specie quelli della Reborn Classics, etichetta illegale del Liechtenstein, fece infuriare Jeff, che si trovava a dover difendere gelosamente il risultato dei suoi lunghi anni di lavoro.

Per proteggere il proprio patrimonio creativo, Ulmer decise di procedere a una ristampa in edizione limitata: nel diciassettesimo numero della fanzine Thunderbolt annunciò una tiratura di 2.000 CD basati sui nastri originali di “Of The Sun + Moon”.

Questo gesto, oltre a essere un atto di ribellione contro il fenomeno della pirateria, fu un chiaro segnale a tutti i fan della volontà di mantenere intatta l’integrità artistica della band.

Una parte fondamentale di questa storia riguarda le innumerevoli difficoltà tecniche e logistiche che Jeff Ulmer dovette affrontare per realizzare il suo ideale musicale.

Il perfezionismo che lo contraddistingueva lo portò, nel corso degli anni, a ricostruire il proprio studio in ben cinque edifici differenti, spostandosi da ambienti improvvisati come garage a spazi professionali in continuo divenire.

Ogni nuova sistemazione rappresentava una sfida: non era sufficiente avere le attrezzature migliori, ma era essenziale trovare quella giusta acustica e quell’atmosfera ideale per tradurre la complessa visione artistica in registrazioni tangibili.

Jeff stesso ha ammesso:

“Ho dovuto ricostruire il mio studio troppo spesso. E non ho ancora finito. Ogni volta, il progetto richiedeva mesi e persino anni per essere pianificato e implementato, e spesso sono costretto a fare compromessi e debiti per coprire le spese.”

Questa lotta quotidiana contro le limitazioni tecniche e finanziarie ha sicuramente rallentato tutto, ma ha anche forgiato l’identità di una band che non ha temuto di affrontare le proprie debolezze pur nel tentativo di raggiungere l’eccellenza.

La frustrazione derivante da ogni piccolo dettaglio imperfetto – voce non al 100%, chitarre che potevano essere suonate in maniera più dinamica, condizioni di registrazione non ottimali – costantemente alimentava il desiderio di rifare il lavoro, di cancellare il passato per poter reinventare ogni nota con maggiore cura e dedizione.

Oltre a essere il cuore pulsante dei Sacred Blade, Jeff Ulmer si è posto anche nel ruolo di produttore per altre band e progetti paralleli. La sua filosofia di lavoro si basava sul concetto che, per catturare veramente una performance, è indispensabile cogliere l’energia e l’emozione del momento, al di là della perfezione tecnica.

Anche quando le registrazioni presentavano errori – che lui considerava parte integrante della natura umana – il risultato finale doveva trasmettere quel senso di autenticità e passione che aveva guidato l’intero progetto.

Jeff ha anche evidenziato la sua riluttanza a stringere accordi con le grandi etichette discografiche. Secondo lui, il collaborazionismo con il sistema industriale musicale significherebbe dover cedere a compromessi enormi, che tradirebbero sia la sua visione artistica sia la fiducia dei suoi fan.

In un mondo dominato dal marketing e da bilanci trimestrali, la scelta di restare indipendente si pone come una dichiarazione di intenti: creare arte autentica, libera da costrizioni commerciali, anche se ciò comporta una produzione lenta e un’uscita autonoma, rarefatta, solo dedicata ai veri appassionati.

Un aspetto che ha sempre contraddistinto la band è il legame profondo con il mondo della fantascienza, fonte inesauribile di ispirazione per le narrazioni e le atmosfere dei loro brani.

Le opere letterarie e cinematografiche: 2001: Odissea nello Spazio; Solaris; Silent Running e Logan’s Run, oltre a Star Wars, hanno contribuito a modellare un immaginario in cui la musica non è solo un insieme di suoni, ma un vero e proprio racconto epico.

I Sacred Blade hanno trasformato ogni brano in un capitolo di una saga cosmica, in cui l’ascoltatore viene trascinato in un mondo surreale, popolato da esseri alieni e realtà impossibili. Questo modo di concepire la musica conferisce all’opera una dimensione narrativa che va ben oltre la mera etichetta di “heavy metal”.

La trasformazione dei nomi dei brani e dei personaggi – come la sostituzione delle “s” finali con “z” – diventa un simbolo di quella libertà artistica, di quel desiderio di rompere gli schemi imposti dalla tradizione.

Durante un’intervista informale, Jeff ha spiegato che il processo di scrittura e di registrazione delle canzoni è spesso un percorso lungo e tormentato, dove le idee si evolvono per anni o addirittura decenni.

Brani come Odyssey Of Light o Ethereal Skyline sono nati nei primi anni ’80, ma hanno subito numerose trasformazioni prima di raggiungere la forma attuale. In questo senso, il lungo cammino delle registrazioni – con ripetute versioni demo e rielaborazioni – rappresenta la metafora stessa della ricerca della perfezione: un processo infinito in cui l’ideale finale resta sempre un miraggio, una promessa costante di miglioramento.

Un tema ricorrente è la notevole difficoltà nel tradurre in performance live tutto il lavoro accumulato in studio. Nonostante il supporto incondizionato di una fanbase che da decenni aspetta di vedere la band esibirsi dal vivo, il ritorno sul palco resta un obiettivo ambizioso e quasi sacro.

Le fonti che ho ritrovato parlano di qualche show di supporto a Saxon, Exciter, Exodus, Raven e Sanctuary, ma ufficialmente si parla davvero di pochissimi concerti, tutti o quasi condensati tra il 1983 e il 1986 a Vancouver.

Jeff ha spesso dichiarato che il desiderio di esibirsi nasce dalla volontà di offrire al pubblico un’esperienza autentica e di alta qualità, una performance in cui ogni dettaglio – dall’energia scatenata sul palco al minimo particolare tecnico – rispecchi pienamente l’essenza più profonda.

La paura di deludere i fan, di offrire qualcosa di inferiore a ciò che la lunga attesa merita, portava il frontman a essere estremamente esigente, tanto da preferire ritardare ulteriormente l’uscita di un nuovo album piuttosto che compromettere la qualità del prodotto finale.

Il percorso artistico di Jeff Ulmer non si esauriva nel lavoro all’interno della sua band. Nel corso degli anni ha collaborato con altre realtà musicali, fornendo la sua esperienza anche a gruppi emergenti come Anesthesia e Genghis Khan.

Tra l’altro ha spesso espresso il desiderio di lavorare con artisti di fama internazionale, citando nel corso delle interviste nomi come Randy Bachman, Tom Scholz, David Bowie, ma anche David Crosby e Graham Nash, per sottolineare l’importanza delle armonie vocali e delle influenze melodiche.

In quest’ottica, la musica assume l’idea di un crocevia di culture e stili, dove l’obiettivo principale è catturare quell’energia emotiva che solo una performance condivisa può trasmettere. Questo spirito collaborativo e aperto, però, non lascia spazio a compromessi: ogni progetto deve mantenere integro il messaggio e la qualità, senza scendere a compromessi in nome del marketing o della commercialità.

In numerose interviste, Jeff ha confabulato con colleghi e intervistatori sulle sue radici artistiche, spiegando come il mixing tra musica, narrazione e immaginazione sia il segreto di un processo creativo costantemente in evoluzione.

Le sue canzoni, per quanto tecnicamente perfette, nascondono anche quella fragilità e la ricerca incessante di una scintilla unica che solo l’arte autentica può trasmettere. In questo senso, ogni demo, ogni registrazione non pubblicata, diventa un tassello della grande storia, un documento prezioso che testimonia una carriera fatta di sacrifici, sogni e continue ripartenze.

Quello che rimane, tra tante dichiarazioni e tante ambizioni, è un solo album, davvero meraviglioso a nome Sacred Blade. Of The Sun + Moon si può raccontare come un pellegrinaggio tra mondi siderali.

Tra riff potenti, incisivi e pesanti, power chord che si mescolano e si fondono con spunti armonici complessi, assoli molto elaborati, partendo da Rush, Iron Maiden e Queensryche, lo stile si tinge un poco anche di Pink Ployd e Scorpions, anticipando un percorso che dopo Dream Theater, Fates Warning e Psychotic Waltz avrebbero ripreso, in altre declinazioni.

La versatilità vocale di Jeff Ulmer è notevole: di norma si esprimeva in un registro medio, ma in tracce come Salem si portava a ottave molto alte, dando prova di una grinta tale da competere con nomi come quello di Geddy Lee.

Le parti strumentali indulgono in evoluzioni sacrali, talvolta coadiuvate da cori quasi monastici, con un basso che si muove in modo autonomo rispetto alle linee principali, e una batteria che riporta tutto in un binario spazio temporale più concreto.

Per me è un lavoro che definisco capolavoro, avanti anni luce a ciò che usciva a quel tempo. La morte di Ulmer nel marzo 2013 e quella di Ted Zawadzki nel 2020 sono stati eventi non certo trascurabili, ma a guardare il sito ufficiale la band è ancora attiva come Sacred Blade, con altri musicisti. La magia di quell’unica perla non è replicabile, questa è la mia incrollabile certezza.