Tommy Bolin nei Deep Purple: diciotto mesi, un disco, una morte. Parliamoci chiaro una volta per tutte: lui è il chitarrista dei Deep Purple che nessuno cita quando deve citare i Deep Purple. Nessuno. Dici “Deep Purple” e la gente sente già “Smoke on the Water” in testa, vede Ritchie Blackmore con quella posa da statua medievale, e si ferma lì. Come se la storia della band finisse con “Machine Head” e tornasse a esistere ai raduni dei nostalgici con la bandana. E invece no. Invece c’era un ragazzo del Colorado, ventitré anni, capelli fino alle spalle e le dita costruite per fare cose con la chitarra che Blackmore non avrebbe mai fatto e che la maggior parte degli altri non avrebbe nemmeno pensato. E quel ragazzo si chiamava Tommy Bolin.
La storia è nota ai pochi che se la sono cercata: Blackmore se ne va nel 1975, stufo di dover dividere il palco con gli ego altrui e di suonare funky-rock quando lui voleva già fare altro. I Deep Purple — quelli del Mk III, Glenn Hughes e David Coverdale alla voce, Jon Lord alle tastiere, Ian Paice alla batteria — cercano un sostituto.
Fanno qualche audizione, girano un po’, e alla fine scelgono lui. Un ragazzo che veniva da un background jazz-fusion e aveva già inciso cose con Billy Cobham. Tommy portava dentro la chitarra un senso del ritmo e del colore che nel rock duro dell’epoca quasi non esisteva. Scelta visionaria o scelta disperata? Tutte e due le cose. E il risultato è “Come Taste the Band”.
Un Alieno in una Band di Dinosauri – I Deep Purple del Mk IV erano in trasformazione. Glenn Hughes era già a metà tra il rock e il soul — la sua voce era una cosa sola con il basso, uno strumento a sé. David Coverdale spingeva verso un blues più aperto, meno rigido. Jon Lord alle tastiere era l’elemento di continuità con il passato, ma era anche il più curioso intellettualmente.
Ian Paice alla batteria era — ed è — uno dei pesta-pelli rock più sottovalutati della storia, con una precisione e una fluidità che in quella band spesso passava inosservata perché tutti guardavano ai personaggi davanti.
In questo contesto, Bolin non era un corpo estraneo. Era il tassello che mancava — quello che spostava il centro di gravità della band da un sound hard-rock neoclassico a qualcosa di più caldo, più funky, più umano. Il problema è che la storia non gli ha dato il tempo di dimostrarlo fino in fondo.
Bolin suonava con un senso del groove che nel rock dell’epoca era praticamente eretico. Aveva assorbito tutto: Hendrix, ovviamente, ma anche il funky più sporco, il jazz elettrico di Miles Davis del periodo “Bitches Brew”, le texture di Wes Montgomery. Quando entrava in una progressione di accordi, non la aggrediva — la abitava. Ci viveva dentro. Lasciava spazio, respirava, e poi colpiva da angolazioni che nessuno si aspettava.
Perché Nessuno Lo Ricorda – La risposta semplice è: perché è morto giovane in una band che veniva percepita già come un’ombra di sé stessa. Il Mk IV era il Deep Purple della crisi, del post-Blackmore, della ristrutturazione identitaria. E quando una band è in crisi, la storia tende a dimenticare quella fase — la taglia via come un capitolo imbarazzante.
Ma c’è di più. Bolin ha avuto il problema peggiore che un musicista possa avere: ha suonato troppo bene per essere incasellabile. Non era un chitarrista hard rock nel senso classico del termine — non aveva quella durezza, quel dominio maschile del riff che il pubblico del genere si aspettava. Portava jazz, portava funk, portava sensibilità. E la sensibilità nel rock del 1975 non era esattamente un valore di mercato.
Il confronto con Blackmore ha ucciso la sua reputazione prima ancora che la droga uccidesse lui. Ogni recensione dell’epoca iniziava e finiva con “non è Blackmore.” Come se questo fosse un difetto. Era come criticare Miles Davis perché non suonava come Dizzy Gillespie.
Il fatto che non compaia nelle liste dei “100 Greatest Guitarists” delle riviste mainstream dice più su quelle riviste che su Bolin. È la solita storia: si celebrano i monumenti e si dimentica chi ha costruito i fondamenti. Blackmore è un monumento — e lo è giustamente. Ma Bolin era qualcosa di diverso: era la possibilità di un futuro diverso per la band.
Cosa Rimane di Bolin nel Suono dei Deep Purple – Qui viene la parte che fa più arrabbiare, perché è la più ironica: l’influenza di Tommy Bolin sui Deep Purple è rimasta anche dopo di lui. Quando la band si è riformata nel 1984 — il cosiddetto Mk II classico — portava dentro qualcosa che il Mk IV aveva seminato. Quell’apertura al funk, alla fluidità ritmica, a un modo di costruire le canzoni che non fosse solo power-riff e assoli di chitarra — quella roba era entrata nel DNA della band attraverso Bolin e Hughes.
Il suo cammino solista — “Teaser” del 1975 e “Private Eyes” del 1976 — dimostra la portata reale del suo talento. Sono dischi che mescolano rock, jazz, funk e blues in modo che nel 1975 era assolutamente anomalo e che oggi suona straordinariamente contemporaneo. Bolin non era un chitarrista rock con velleità jazz. Era un musicista completo che per un momento ha scelto di stare nel rock. E il rock non lo ha meritato.
TOMMY BOLIN — 1951 / 1976 – Ventiquattro anni. Un album con i Deep Purple. Una manciata di dischi solisti e un modo di suonare la chitarra che ancora oggi, se sai dove guardare, ti fa venire in mente un sacco di domande che iniziano col “se…”. Le risposte non le sapremo mai, ed è questa l’unica cosa veramente inaccettabile.
La prossima volta che qualcuno dice “Deep Purple” e inizia a parlare solo di Blackmore, fategli ascoltare “Gettin’ Tighter”. Fategli ascoltare “Dealer”. Fategli ascoltare quelle undici note dell’assolo di “I Need Love”. Poi diteglielo: questo è Tommy Bolin dei Deep Purple. Ricordatelo!

