Estetiche perdute – Il Thrasher

C’è chi dice che la musica sia fatta di pause più che note suonate, dove lo spazio fra un mi e un sol connoterebbe canzone e musicista (sperando l’interpreti). C’è anche chi come Rick Rubin sostiene che il compito della produzione sia di limare le sovrastrutture e portare alla luce l’essenza. Negli ultimi decenni s’è vista da arte e vita eliminare l’abbellimento, la stratificazione, l’aggettivo: dalle scarne librerie diffuse in case e negozi all’architettura neo-brutalista che spesso li contiene, il quotidiano è allineata sull’assenza di estetica. Sembra paradossale: nell’epoca dell’esteriorità estrema, la realtà è l’opposto d’un sogno barocco. Ma cos’è l’estetica? La risposta più semplice è che ogni opera dal chiodo alla piramide, nel venire costruita e prima d’essere utilizzata possiede nel disegno elementi aggiuntivi a ogni funzione pratica. La contemporaneità pare cerchi d’eliminare l’estetica, condannando il vivere alla mera funzione pratica, anche se spesso scarsa nei risultati. Dalle prose amorfe della narrativa allo squallore degli abiti indossati, al di là della qualità intrinseca di essi (quale…), tutto è indirizzato verso la negazione dell’estetica, perché essa è ciò che denota la libertà umana nel suo essere pratico: atto creativo. E di assenze in assenze, il costume collettivo s’è appiattito: nessuno potrà affermare che esista o sia migliorata bellezza visiva più iconica nel cinema, dove “Blade Runner 2049” non regge alla capacità di rapire lo sguardo del suo predecessore o gli effetti speciali di “Jurassic park 2” (1997) sono d’un realismo che i seguiti non possiedono.

Mentre la realtà di pari passo si fa esteriormente scarna e interiormente brutale e unisce le due cose con una freddezza glaciale e ipocrita, vomitevole per la sua volontà di colorarsi d’autorevolezza: come definire altrimenti chi illustra a masse angosciate dal vivere la modernità, gli omicidi politici o le cenette a base di bambini e poi passa alle più triviali sciocchezze del mondo glamour. Ecco, in questo passaggio non curante tratta gli orrori implicitamente come cose della normalità.

E in questa brutalità che l’estetica delle società, così fiorente nel secolo scorso, è stata abbattuta, distruggendo in chi è più giovane il senso di appartenenza, compreso quello alle culture musicali. Nello scenario mondiale di guerre e disastri e in quello locale di periferie che degradano, di manipolazioni mediatiche e decadenza morale, l’estetica Metal ha reso le armi con la scomparsa della sua figura più adatta ad esso: il Thrasher.

Quale stile, se non quello dei thrashers, alludeva con una certa preveggenza al futuro?
Dal suono alle copertine, fin nel costume del pubblico, il Thrash è stato il vate inquietante e sfidante, il profeta calzato di cartucciere e che inquietava con copertine evocative.

Il suo è stato parossismo estetico: uno degli aspetti che corroborava il movimento era il riconoscere l’importanza della funzione decorativa come asse portante della sua proposta. Non c’erano solo i musicisti, ma il pubblico che esprimeva la medesima estetica e ne veniva ispirato: un processo catartico circolare, che per il Glamster e l’heavy tout court avveniva molto meno.

Come definire altrimenti la coerenza del quadro in movimento del thrasher, fra le scarpe da pallacanestro, i pantaloni attillati infilati dentro di esse e soprattutto gli smanicati riempiti di toppe e spille: vero e proprio catalogo d’immagini, portfolio?

La musica stessa è magmatica: per un verso futurista e lanciata a velocità inusitate, per l’altro capace di suoni e atmosfere enormi, apocalittiche e influenzata dalla tradizione.

Rispetto al suo fratello maggiore, lo Speed, il Thrash era sì cupo ma esteticamente iconico, tant’è che il primo originò il secondo e anche il Power, ma si diluì fra loro e l’Heavy.

Quell’estetica pareva la più iconica del decennio: verso il 1985 a fronte d’un Glam sempre più installato ai vertici delle classifiche, lo stile si erse come un valente alfiere della non compromissione col commercio.

Fra 1985 e 1987 l’Heavy fu schiacciato nel confronto fra visioni apparentemente inconciliabili (ma le voci di Mustaine e Steven Pearcy son così distanti…?) e parve perdere sapore proprio quando si rinnovava musicalmente; Zappa però diceva che parte della magia Rock è nel travestimento, e l’Heavy non espresse un rinnovamento estetico, perdendo il treno della seconda parte dei lunghi anni 1980.

Non è coincidenza, posto che ne esistano di coincidenze, che il Glam di fronte al sorgere delle vendite del rivale Thrash implementò nelle sue fila la linea più ruvida e stradaiola dello Sleaze: segno della capacità d’influenza “indiretta” degli sferzatori.

Fra 1988 e 1990 il Thrash raggiunse l’apice espressivo: le immagini di allora cristallizzano un costume che sarà di riferimento nei decenni successivi ai revivalisti d’ogni latitudine; a ogni parallelo i gruppi cerca(va)no d’emulare i loro riferimenti, in modo sempre meno coinvolgente e più passivo, denotando una strisciante crisi interna che nessuno volle vedere.

Proprio allora Bruce Dickinson esplicò le cose in questo modo, riportato in Italia da Metal hammer: “Il Thrash sta diventando una formula. Se non sta attento, finisce per diventare noioso perché tutti cercano di suonare più veloci degli altri, dimenticandosi di scrivere buone canzoni.”

E sulla proliferazione teutonica “Queste band tedesche… sembrano tutte fatte con lo stampino. Parlano di decadimento e declino sociale, ma la musica è solo rumore veloce. Non c’è più l’eroismo del Metal, c’è solo depressione.”

Sembra il presagio della rivincita (mai avvenuta) dell’Heavy, ma impressiona la precocità d’una valutazione che oggi suona attuale, perché lui queste cose le disse nel 1988.

Di lì a poco gli Overkill di “The Years of Decay” e i Despair di “Decay of Humanity” (buoni dischi) ebbero una doppia preveggenze apocalittica che inconsciamente parlava del Metal ma colpì per primo proprio il Thrash. Di tutto il genere assieme ai vari Doom e all’Industrial, poteva essere lo stile con più potenzialità di sopravvivere al post 1993 è fu così per i gruppi maggiori, con le seconde file a rincorrere tendenze e\o rimasugli del pubblico intransigente, mentre attorno c’era dissolvenza progressiva.

L’estetica cambiò: il cosiddetto Groove (effimero e sottilmente ambiguo) vivacchiò un decennio per poi spegnersi; tutto il resto evaporò.

Effimero, perché non esiste un costume Groove: pantaloni e magliette che sfoggiava Phil Anselmo dopo le incredibile permanenti di “Power Metal” non sono come i pantaloni da trapezista e cartucciere di Schmier. Tutta l’ondata del mid-thrash celava la vicinanza imbarazzante con il Crossover dei Korn, mentre della sfilza di tendenze anni 80, le scene crossover più vicine, s’erano sfilacciate.

Con l’arrivo del nuovo millennio, il revival riportò a galla la zona Thrash ma molto più lentamente delle altre e con meno successo ed efficacia. Trovo sterile vedere altro in gruppi come Warbringer o Havok se non epigoni un po’ tristi di ciò che fu e smise di essere. Ci sono pochi ottimi gruppi lì in mezzo:
i Droid di “Terrestrial Mutations” sul lato progressivo e i Power Trip di “Nightmare Logic” in direzione Hardcore, con i mezzo i Critical Defiance di “Misconception”, ma quei ragazzi, un po’arroganti e sbevazzoni, quell’urgenza di rispondere al futuro con un costume non arrendevole, mancano.

Manca l’impatto di chi non suona, mostrando la propria diversità nel reale, come se le persone avessero rinunciato all’antagonismo allo stesso modo di quando sui mezzi pubblici “strisciano” il biglietto o il telefono, senza neanche provare a non pagare quel che in tasse viene già estorto dai moderni publicani.

Perché Zappa aveva ragione e non sull’avere o no i capelli, ma sul costume, sul riconoscersi esteriore, sulla rivendicazione aperta e coraggiosa.