Deep Purple – l’epopea Slaves And Masters, tra terroristi iracheni e discografici saddamiti.

C’è stato un tempo, anche se oggi sembra quasi incredibile, in cui a una band “storica” si chiedeva un rinnovamento, di stare al passo con i tempi, continuare a realizzare grandi canzoni, esattamente come nel glorioso passato. E se questo non succedeva, ecco le critiche, la delusione, il calo delle vendite e pagine e pagine sardoniche sulla crisi, il declino, la chiusa indecorosa di chi un tempo sì, era stato grande, ma ora avrebbe fatto meglio a levarsi di torno.
Per i Deep Purple gli anni 80 sono stati questo. Certo, non tutti gli anni ’80. Solo la seconda metà, in particolare dal 1987, ma se consideriamo che il gruppo si era riformato nel 1984 (nella line-up cosiddetta Mark II) aveva realizzato un lavoro sorprendente in grado di soddisfare pubblico e critica (Perfect Strangers), e imbastito un grandissimo tour promo-celebrativo di successo, la pacchia era durata sin troppo poco.

The House Of Blue Light, uscito nel 1987 era stato una delusione per molti, i concerti di supporto furono deprimenti e il live Nobody’s Perfect incoronato come “inutile ciofeca” dai critici più ben disposti. Oh, non avete idea quanto andò sul culo al pubblico “Nobody’s Perfect” e lo sapete perché? Secondo i più la scaletta delle canzoni era troppo simile a quella di “Made In Japan”, considerato allora come oggi irripetibile (lo scrissero per dire Barone e Piccini su HM). Ma quel live non era solo la copia sbiadita di Made… a far incazzare la gente, era proprio la mancanza di audacia della band nello scommettere su brani più recenti.

Alllora c’erano i Metallica, gli Iron Maiden, i Whitesnake, i rinati Aerosmith, i Van Hagar, tutta gente che prima aveva poppato dalle tette creative dei Deep Purple e che ora li surclassava senza problemi. Ma il problema non era che la band non riuscisse a tener testa a loro, era a se stessa che non sapeva come star dietro.

Al tempo del tour di The House Of Blue Light, HM “reportò” la prestazione del gruppo sui palchi italiani, dicendo che Gillan non aveva più voce, Blackmore era distratto e che il gruppo si trascinava lungo il solito percorso di classici massacrati e qualche timida new entry indegna dei bei tempi. Poi arrivò il colpo di grazia: Ian Gillan era stato licenziato dal resto del gruppo e al suo posto sarebbe arrivato…
Chi?

Qualcuno ipotizzò: Coverdale?

Impossibile, era troppo occupato con i suoi Whitesnake americani.

Glenn Hughes?

Naa. In quel periodo, come da circa vent’anni, era fuori controllo per via delle droghe.

Un giovane di belle speranze pescato da qualche mercato rionale?

“Ci provammo”, avrebbe raccontato Jon Lord a Metal Hammer anni dopo. “Tentammo di trovare un nuovo cantante, ma dovemmo affrontare un grosso problema: eravamo una band di una certa età e quasi tutti i nastri di audizione che ci arrivarono erano di ragazzi che avevano dai 20 ai 22 anni. Due cose potevano succedere con un ragazzo di quell’età: la prima era che apparisse fuori posto e che quindi, il poverino non sarebbe riuscito a gestire la situazione. Devi capire che non è facile per un ragazzo di 22 anni diventare il front-singer di un gruppo come il nostro, con tutta l’esperienza che abbiamo accumulato negli anni e cercare di guidarci esattamente come prevede il suo ruolo. Ascoltammo centinaia di nastri, alcuni davvero eccellenti e li passammo ad altre agenzie dicendo: “ascoltate un po’ questo ragazzo”. Insomma dovevamo trovare chi facesse al caso nostro, con una certa personalità. Era questo il problema maggiore. Tentammo con Jim Jamison dei Survivor. E lui andava a pennello ma il suo management non volle. Poi scovammo un session singer di nome Terry Brock. Un grande cantante davvero ma senza magia, senza quella scintilla che cercavamo.

Ok, Jamison e Brock e poi?

Ritchie Blackmore: “Avevo visto Jimi con i Survivor dal vivo, qualche tempo prima. Ne ero rimasto molto colpito. Ricordo di essere andato nel Tennessee per incontrarlo e mi piaceva molto come persona. Poi è venuto a provare con i Deep Purple. Abbiamo fatto una canzone, penso fosse “Going Down”. Era così bravo che ho smesso immediatamente di suonare e ho detto solo “sei perfetto, cazzo!” E lui: “Non vuoi fare qualche altro pezzo” Io ho detto: “No, sei così dannatamente bravo, so che sei perfetto per noi”. Così siamo usciti e abbiamo festeggiato in un ristorante. Ero pieno di idee grazie alla sua voce melodica così ricca di sentimento. Inoltre sapeva improvvisare molto meglio di altri cantanti più celebri e quotati che conoscevo. Quindi aveva tutti gli aspetti che cercavo in un singer. Purtroppo dopo qualche settimana saltò tutto. Non ho mai capito perché. Lui non l’ha capito e forse non ha mai avuto interesse a capirlo. Per la verità è stato il management. Tutto qui. Jamison doveva promuovere il disco solista che aveva appena realizzato e l’etichetta lo obbligò a rispettare questo impegno. Al culo i Deep Purple”.

L’altro tizio, Terry Brock (Blue Ridge, 26 settembre 1961) era sempre un cantante americano e stava negli Strangeways, di cui non so granché. Con loro aveva pubblicato un paio di album ma dopo l’incontro con i Purple dovette scattare comunque qualcosa perché il suo cammino discografico si è interruppe proprio tra il 1989 e il 1990, e riprese, tipo, dieci anni dopo, come solista.

La storiella del sostituto di Gillan si concluse, a sentire la band  con un’epifania intorno a un fuoco. Un rigido pomeriggio domenicale in campagna erano tutti lì, intirizziti e perplessi. Poi Blackmore mostrando una strana irrequietezza rispetto agli altri tre, si schiarì la voce, si alzò e iniziò a parlare. Disse di non esserne proprio sicuro ma… perché non chiedere a Joe?

Gli altri risposero subito in coro: “un cazzo!”

Ovviamente quando Ritchie vuole qualcosa, o la ottiene o se ne va. È sempre stato così, in ogni contesto creativo della sua vita. Per carità, stiamo parlando di un genio in balia del proprio super-potere. Uno se è un genio è come travolto dalla propria ispirazione e non può mica aspettare che gli altri comuni mortali capiscano perché desideri fare una cosa o un’altra. Lui dice, facciamo così e basta. Da grandi capirete.

E infatti poco dopo le riviste annunciarono l’arrivo di Joe Lynn Turner, reduce da un’esperienza definita “disastrosa” da egli stesso, con Yngwie Malmsteen per un disco ancora oggi tra i più belli del chitarrone svedese; Odyssey, esatto.

Joe era stato nei Rainbow e i Rainbow erano l’universo parallelo in cui Blackmore era imperatore assoluto e incontrastabile. Con i Rainbow Joe aveva cantato su tre dischi, gli ultimi prima del ritorno di Ritchie nei Purple.

Non so se sapete anche questa, ma il finale di carriera dei Rainbow era la storia di come Ritchie aveva tentato di sfondare in America, mandando per aria la collaborazione con Ronnie James Dio e facendosi scrivere una hit di successo all’uopo da uno specialista di tormentoni rock di nome Russ Ballard.

Since You Been Gone, certo. Il brano che negli ultimi anni è stato riportato in cima alle classifiche di gradimento di Spotify grazie all’ennesimo capitolo del film Guardians Of The Galaxy, mi pare il 3, al tempo però non funzionò allo scopo. Non fu mai una big-song degli anni 80, almeno in USA. E così i lavori successivi fino al 1983, quando Blackmore accantonò i Rainbow per rispondere al richiamo di mammona e tornare nella medesima stanza con Gillan e gli altri ex.

Beh, indovinate cosa pensò di fare Ritchie una volta ripartita la storia dei Deep Purple? Esatto: tentare ancora di avere successo in USA. E così convertì a poco a poco lo stile già abbastanza anchilosato del gruppo in una formula più commestibile sul mercato americano, ignorando un particolare. Lord, Glover, Peace e Gillan non avevano il fisico per quella cosa. Non erano abbastanza giovani, virgulti e fighi. Questo lui lo sapeva, ma era certo che non importasse. Sarebbe bastato un frontman ganzo. Uno dal carisma animale capace di catturare su di sé tutte le beghe estetiche del gruppo e le pruderie del mondo femminile, al tempo molto presente e decisivo nel regno del rock. (Guarda gli Europe, Bon Jovi, Poison ecc.)

Chiaramente a Lord e gli altri non poteva fregare di meno di avere successo negli Stati Uniti e imbarcarsi in un cambio di stile più moderno per i tempi. Loro erano lì per raccogliere, non seminare. Non volevano dimostrare nulla a nessuno; solo divertirsi e prendere i soldi dell’etichetta.
Blackmore però si annoiava a non provarci ancora. E così, via Gillan, che tanto non ce la faceva più e sotto di nuovo con il “figoso” Joe Lynn.

Il resto del gruppo all’inizio aveva risposto “un cazzo” aveva detto di no per due valide ragioni: Temevano che avrebbero detto che si erano trasformati nei Rainbow” e due, avrebbero avuto ragione da vendere a dirlo.

Lord riuscì a opporsi alla proposta di Lynn/Ritchie di inserire qualche classico come I Surrendar e Since You Been Gone accanto a Child In Time e Speed King, ma non poté fare molto sul genere di pezzi che Blackmore avrebbe composto per il nuovo disco. A rileggere le interviste viene un bel po’ di magone. Lord e la sua proverbiale signorilità riuscivano a sviare su domande umidicce e vischiose come “perché Gillan è fuori?”; “Cosa hanno da dire i Purple nel 1990?”;“Ti piace Joe e il suo stile più radiofonico?”

“Gillan aveva esigenze diverse rispetto alla band” rispondeva Jon; “Sì, sentiamo di avere ancora qualcosa di valido da dire” – “Sì, è un bravo tizio”

La verità ora la sappiamo. Lord avrebbe voluto ribattere: “l’ha deciso quella testa di cazzo di Ritchie. A proposito, l’hai mai saputo che ha un parrucchino da anni? È pelato come un cocomero e a volte ha più semi nel cervello di un cocomero vero!”
Seconda risposta: “Se abbiamo qualcosa da aggiungere a Child In Time e Smoke On The Water? Ma cosa vorresti ancora, idiota? Tieni, eccoti i Nirvana. Solo la bruttezza elevata a sistema armonico può aggiungere fuffa a qualcosa di tanto elevato e meraviglioso come ciò che abbiamo fatto noi”.
Terza risposta: “Se mi piace Joe Lynn Turner? Certo, quanto un limone spruzzato nel mio culo dopo una ceretta anale!”

Joe Lynn Turner era un bel ganzo, allora. Sicuramente prima o poi ci scriverò qualcosa. Al tempo dei Purple, in sintonia perfetta con Ritchie, voleva fare come Steven Tyler e trascinare quei babbioni ammuffiti dei Purple nelle camerette delle adolescenti di “Cioè”. Ma non c’era verso. Glover lo detestava e anche Ian Peace non amava rimanere solo con lui. Blackmore era l’unico soddisfatto di averlo nel gruppo, perché lui sapeva cosa voleva e dopo averlo ottenuto era un bimbo felice.

Slaves And Masters, così come The House Of Blue Light non sono dischi da rivalutare. Qualcuno in rete dirà che erano capolavori da riscoprire. Se ci fate caso, almeno su you tube, c’è qualche scemo che è pronto a rivendicare qualsiasi cosa, persino il primo disco di Ambra Angiolini; ma potete stare tranquilli, questi qui sono album poco ispirati, sofferenti e che hanno raccolto niente perché meritavano niente.

Siamo chiari. Un pezzo come King Of Dreams è buono, con un intro coinvolgente e un ritornello che funziona, ma per essere un parto degli stessi signori che avevano fatto Machine Head e In Rock, è robetta cotta e mangiata per un mercato che non esiste più e che in fondo per i Purple di quegli anni, non era mai esistito nemmeno allora.

Anche sul piano estetico Joe era perfetto, ma non poteva fare miracoli. Basta prendere il video di King Of Dreams. diretto da un regista in gamba che oggi ricordano in pochi, James Foley (quello di Americani e A distanza ravvicinata). C’è un momento in cui il sinuoso Joe (che oggi mette e toglie un parrucchino a seconda del brano che deve cantare dal vivo… e mi chiedo se al tempo con Ritchie fossero così uniti per ragioni di sintesi pilifera oltre che per ispirazione creativa) si avvicina agli altri e tenta di coinvolgerli. Si vede che raggiunge gli altri quattro e prova a trascinarli nel suo movimento sinuoso e ammaliatore, ma quei quattro restano immobili. Ci sarebbero voluti dei fustoni pronti ad ammiccare alla camera, non gli zii burberi inglesi dei Bon Jovi. Blackmore nel video è il più decente, ma essendo un timido, appena Joe va da lui e lo esorta a fare un saluto al mondo, il chitarrista si sfiora il naso e fa un passo in dietro con un’espressione sconsolata.

Lo stesso Ian Gillan dichiarò nel 1989, a Metal Shock:

La maggior parte dei Deep Purple nascondeva qualcosa sotto questa pigrizia mentale. A parte Roger Glover, erano tutti rimasti con la testa negli anni 70. Erano svogliati, non gli interessavano le novità di allora. Preferivano continuare a lavorare come avevano sempre fatto, confidando soltanto sulla magia del nome e la loro abilità tecnica. Ma negli anni 80 questo non basta più e corsero il rischio di essere rispediti all’archivio, come capitò ad altri nomi grossi, vedi Blue Cheer. Era proprio per questo che cercavo di stimolarli.

Intanto lui, fuori dalla band, si rimise a fare dischi per proprio conto. Già durante gli anni precedenti in cui era stato fuori dal gruppo, aveva dato vita alla Ian Gillan Band, accantonandola dopo aver realizzato che era una roba troppo complicata per i suoi stessi gusti e i Gillan, gruppo brillante e fruttuoso in piena onda metallara britannica, ma gestito così di merda da Ian che colò economicamente a picco dopo una serie di album straordinari. Su tutti Magic è il mio preferito.

Il ritorno di Gillan sul mercato dopo la seconda uscita dai Purple fu in punta di piedi. Naked Thunder mi risulta ancora un buon lavoro hard rock che sembra dire a Blackmore: !se avessi voluto, la svolta AOR te la davo io!. A quello fece seguito un un album poco noto ai più ma assolutamente da recuperare che è Toolbox. Come dice Fiorelli: “è un lavoro talmente con la cazzimma che da solo spazza via la capanna di paglia testosteronica dei Purple di Ritchie e Joe Lynn Turner”.

Quanti di voi dopo aver preso dallo scaffale del vostro negozio di dischi una copia di Slaves and Masters hanno pensato: Cosa? Turner al posto di Gillan? No, io questo disco qui non lo compro. Eh, quanti di voi hanno detto: non mi fido, i veri Deep sono quelli vecchi, meglio comprarsi l’ultimo dei Pussy ‘n’ Pussy di Gallarate? Tanti scommetto…

Nel 1992 uscì uno strano articolo, sempre su Metal Shock. Una paginetta accorata firmata da un certo Pericle Formenti, presidente del fan club italiano dei Deep Purple “Purple Glow”.
Slaves And Masters, nonostante tutto aveva venduto un milione e trecento mila copie nel mondo, dati alla mano di Formenti. Negli Stati Uniti zero, ma nel mondo c’era stato un bel riscontro. Per non parlare dice lui, dei concerti. La band aveva girato i luoghi più disparati, alla faccia della Guerra del Golfo.
Infatti qui ho scoperto una cosa interessante. Nello stesso periodo della saturazione del mercato rock e metal di cui sopra, la guerra del petrolio aveva spinto tantissimi gruppi a non fare tour per evitare rischi terroristici. I Purple erano talmente disperati che ne approfittarono e fecero scopa in posti come Singapore, Pufflandia e Milano 2. Anzi, no, Milano 2 no perché l’Italia impedì alla band di fare concerti da noi, sempre per paura dei fanatici attentatori. Sono convinto che la rinuncia a promuovere nel mondo i loro dischi, abbia pesato sull’implosione mercantile del metal melodico nel 1991 e sul successivo collasso in favore del Grunge.

E mentre Saddam, l’indomani dal ritiro delle truppe americane, a guerra finita, avviava un nuovo stato di terrore sanguinario sul proprio popolo che aveva festeggiato la venuta USA senza pensarci troppo, da noi, sulle riviste culturali si dibatteva attorno ai Purple e alla loro crisi. Va detto che al sondaggio di HM sulle più amate band degli anni 60/70 preferite, l’Italia votò decisa i Deep Purple, quindi se erano ancora così amati da noi, perché nessuno acquistava più i loro dischi, bisognava capire il motivo.

A questo provò a rispondere Joe:

Il problema se così vogliamo chiamarlo, è stato che il sound dei Purple fonda le sue radici negli anni settanta ma ora siamo nei novanta: ci doveva essere un cambiamento dal punto di vista dell’approccio sonoro. Prima di entrare nel gruppo mi sono assicurato che fossero aperti a questa possibilità, di concedersi di più al presente perché ciò avrebbe permesso l’inizio di un dialogo che per me sarebbe stato molto costruttivo. Una mutazione graduale avvenne ma devo ammettere che non fu per niente facile. Diciamo che Slaves And Masters servì a rompere il ghiaccio e a illudermi che da lì avremmo continuato nella giusta direzione. Ma mi sbagliavo.

The Battle Rages On lo scrissero tutto assieme a Joe Lynn Turner, ma a registrare le parti ci avrebbe pensato Ian Gillan, richiamato dalla band. Da tutti tranne Ritchie, così deluso da quel dietro front che nemmeno i soldi in più offertigli dall’etichetta per fargli passare la malina riuscirono a risollevargli l’umore. L’etichetta inoltre si riservò di scegliere quali canzoni inserire nel nuovo disco e quali no. Non furono Lord e Glover a dire, questa sì e questa pure. Certe cose erano utopistiche in quegli anni per loro. Decidevano tutto le case discografiche. Pagavano benone ma dopo facevano il cazzo che gli pareva con il genio dei musicisti.

Per Lord e gli altri ci voleva un ritorno al vecchio stile, visto che la versione AOR dei Purple non era piaciuta granché. Bisognava pestare pesante come ai bei tempi e fregarsene dell’America. Ricordo che quando uscì il disco The Battle Rages On, le cose risultavano piuttosto confuse. Al tempo c’era così poca informazione e così poca smania di essere sempre aggiornati su tutto, che tanta gente scopriva l’uscita di un nuovo album di un gruppo al momento in cui entrava in negozio a curiosare. E magari realizzava l’avvicendarsi dei musicisti dopo aver spinto play in cameretta e aperto il libretto interno.

Personalmente ricordo che le cose erano talmente fuori controllo riguardo i Purple, che al momento in cui mi trovai davanti The Battle Rages On non sapevo se a suonarci ci fosse Joe Satriani o Blackmore. Non lo comprai, anche se avrei scoperto che non era niente male. Gianni Della Cioppa scrisse su Metal Shock che c’erano almeno sei pezzi degni di Perfect Strangers. Esagerato ma in fondo il disco riguadagnava terreno in quella direzione sia per qualità che ispirazione.

Trovo anzi che The Battle…, l’ultimo album inciso dei Purple Mark II, dimostri come il problema della band non fosse il sound e nemmeno la produzione. Tutti si scazzavano intorno a queste bazzecole, ma la verità era che il gruppo non riusciva più a scrivere grandi pezzi. E la cosa pazzesca, a riconsiderarla oggi, e so di ripetermi, è che il pubblico voleva ancora i “pezzoni” da gente che aveva scritto irripetibili pagine e pagine di storia del rock. Ora basta che scorreggino su un palco e sono grandiosi comunque. Allora no, cazzo, dovevano pedalare ancora. Se erano tornati e non solo per denaro, avrebbero dovuto dimostrarlo facendo album all’altezza. Ma erano stati proprio i soldi il motivo del loro ritorno e i soldi avevano comunque permesso la realizzazione di Perfect Strangers, segno che anche allora, come oggi, i dogmi, di qualsiasi specie, non garantivano e non garantiranno mai, per forza qualcosa di buono.