Devo fare una premessa onesta, perché altrimenti questo pezzo rischia di sembrare l’apologia cieca di un fan incapace di distinguere. Yngwie Malmsteen ha scritto altri dischi bellissimi, e sarebbe disonesto non dirlo. “Rising Force” è il manifesto fondativo: quasi interamente strumentale, è il disco in cui Malmsteen presenta le proprie credenziali al mondo, la scala minore armonica come lingua madre, gli arpeggi di settima diminuita come firma, la velocità come dichiarazione estetica. È un disco “game changer” ma è soprattutto una dimostrazione. Manca quasi del tutto la “forma canzone”. C’è il virtuosismo e pochissimo il resto.
“Trilogy” è il complemento naturale di “Marching Out”: più levigato, più accessibile, con una produzione più pulita e qualche concessione alla radio che nel 1985 si sarebbe sentita fuori posto. È un disco meraviglioso, costruito con cura certosina, in cui Mark Boals raggiunge forse il suo apice vocale nella discografia malmsteeniana. Ma è già un passo verso la perfezione formale a scapito dell’urgenza. Poi c’è “Odyssey”: Joe Lynn Turner alla voce, le tastiere in primo piano, un suono più commerciale. È una meraviglia di pop metal sinfonico, con qualche digressione veloce e metal pura, il disco più accessibile che Malmsteen abbia mai pubblicato, e lo dico senza disprezzo: “Heaven Tonight” è una canzone che ti entra dentro e non ne esce più.
E poi c’è “Eclipse”, che è un capitolo a parte: il disco che mi emoziona più di tutti, quello in cui Göran Edman porta un calore vocale che rende ogni canzone una piccola storia. È un disco incompreso, emotivamente più denso di ogni altro, e per questo spesso sottovalutato.
Poi è arrivato il tracollo. Lento, inesorabile, difficile da ammettere per chi aveva amato quella musica. Per me inizia con “Facing the Animal”: non un disco orribile, Cozy Powell alla batteria garantisce una dignità ritmica indiscutibile, e qualche brano regge, ma è il momento in cui si sente che qualcosa si è incrinato. Il neoclassicismo si assottiglia, le canzoni diventano interscambiabili, la produzione si appiattisce. Da lì in poi la strada scende, con qualche lampo isolato, verso una produzione sempre più autoreferenziale e sempre meno indimenticabile.
Ma il disco che rimetto ogni volta che voglio ricordarmi perché la chitarra elettrica può essere qualcosa di più di uno strumento è “Marching Out”, il secondo album solista, pubblicato nel 1985. È quello in cui le canzoni come tali esistono davvero: hanno un inizio, uno sviluppo, una fine, un senso. Dove la velocità non è il punto di arrivo ma il mezzo attraverso cui una melodia prende forma. Ho sempre pensato che fosse il lavoro più compiuto di Malmsteen, quello in cui non si sente mai l’odore della masturbazione tecnica, e per un chitarrista come lui, che ha costruito un’intera carriera sul virtuosismo, non è un’affermazione da poco.
Nel 1985 un giovane svedese imponeva al linguaggio elettrico una mutazione estetica che avrebbe ridisegnato i confini del possibile sul manico. Yngwie Johann Malmsteen era arrivato in California all’inizio del 1983, appena diciannovenne, per unirsi agli Steeler, poi era passato agli Alcatrazz di Graham Bonnet, dove la sua tecnica aveva già lasciato un’impronta abbastanza bruciante da renderlo immediatamente riconoscibile a chiunque tenesse le orecchie aperte.
Con “Rising Force” aveva pubblicato quello che molti considerarono il manifesto del neoclassicismo elettrico: un disco in cui la chitarra inseguiva Bach e Paganini a duecento battiti al minuto. “Marching Out” è un’altra cosa. È il passo successivo: non più la dimostrazione, ma la costruzione. È il momento in cui Malmsteen smette di essere un prodigio e diventa un vero compositore.
La formazione che lo accompagna è una delle più coese che abbia mai messo insieme: Jeff Scott Soto alla voce, Marcel Jacob al basso, Anders Johansson alla batteria, Jens Johansson alle tastiere. La registrazione avviene tra i Cherokee Studios e gli Skyline Studios di Los Angeles e Topanga, e il suono che emerge è denso, orchestrale, europeo nella concezione e americano nell’aggressività.
Un amplificatore Marshall che suona come un organo da cattedrale. Vale la pena spendere una parola anche sull’estetica visiva, perché è parte del discorso. La copertina di “Marching Out” ritrae Malmsteen che impugna la chitarra come una spada, in controluce, con una postura che ha ancora una sua dignità eroica, quasi cinematografica, quasi scusabile.
È l’ultima volta che la sua comunicazione visiva sarà così contenuta. Da lì in poi inizia una lunga e prolifica stagione di copertine in cui Yngwie si ritrae in pose plastiche da calendario da palestra sudata, con la chitarra brandita come un’ascia di guerra, oppure lascia che il suo faccione campeggi in primo piano con un’espressione che oscilla tra il serafico e il minaccioso, spesso entrambi insieme, decisamente ridicoli.
L’unica eccezione degna di nota è “Trilogy”: copertina elegante, quasi sobria, con un design grafico che suggerisce qualcosa di misurato e costruito. Tutto il resto è un’epopea del kitsch che, paradossalmente, non fa che confermare quanto il suo unico vero capolavoro visivo resti quello di un ragazzo svedese di ventidue anni che stringe una chitarra come se stesse per partire per la guerra.
Per capire “Marching Out” tecnicamente, non serve smontare ogni brano nota per nota. Basta identificare i cinque o sei elementi che costituiscono l’ossatura del linguaggio malmsteeniano e osservare come in questo disco vengano usati non come fine ma come mezzo.
Il primo e più riconoscibile è la scala minore armonica: la scala naturale con la settima alzata di un semitono, che genera una tensione armonica caratteristica, quasi orientale, capace di evocare simultaneamente il contrappunto barocco e un senso di pericolo.
È la lingua franca di Malmsteen, quella su cui costruisce la maggior parte dei suoi fraseggi solistici, e su “Marching Out” permea ogni sezione dell’album, dall’apertura di “I’ll See the Light Tonight” fino alla title track.
Il secondo è la scala frigia dominante: il quinto modo della minore armonica, che ha il sapore della musica flamenco e della tensione teatrale. Malmsteen la usa per creare quel colore inquietante che caratterizza i momenti più drammatici del disco, in particolare in “Disciples of Hell”, dove il riff principale abita quella tinta scura e mediorientale senza mai diventare decorativo.
Il terzo elemento è il fraseggio in terze parallele: una tecnica derivata direttamente dall’armonia contrappuntistica bachiana, in cui due voci si muovono alla distanza di una terza, creando un effetto di profondità e calore che trasforma una singola chitarra in qualcosa che assomiglia a un ensemble d’archi. Non è una trovata estetica: è un dispositivo retorico preciso, e Malmsteen lo usa con la consapevolezza di chi ha studiato le invenzioni a due voci prima di imbracciare un’elettrica.
Il quarto è l’uso degli arpeggi di settima diminuita: accordi costruiti su intervalli simmetrici di terza minore, che creano tensione senza ancoraggio tonale definito. Sono la firma più riconoscibile del suo stile, il gesto che i chitarristi di tutto il mondo hanno imitato negli anni successivi, spesso con risultati meccanici.
Su “Marching Out” quegli arpeggi non sono esibizione di bravura egoica: sono punteggiatura, segnali di modulazione, respiri armonici tra una frase e l’altra.
Il quinto elemento è il pedal tone: una nota fissa ripetuta alternativamente con le note della melodia, tecnica che risale direttamente alle toccate e ai preludi per organo di Bach. Yngwie la usa per creare un senso di tensione trattenuta che rende ogni risoluzione più efficace, e che rivela più di qualsiasi altra cosa la sua educazione all’ascolto dei grandi polifonisti del Seicento e Settecento.
Dal punto di vista esecutivo, Malmsteen è fondamentalmente un alternate picker: usa la plettrata alternata come base per quasi tutto il suo fraseggio, con una precisione ritmica che deriva da anni di disciplina. Lo sweep picking, la tecnica in cui il plettro scorre sui tasti in un unico gesto fluido, compare principalmente negli arpeggi a più corde, dove è funzionale alla chiarezza delle singole note.
È un errore comune presentarlo come shredder basato sullo sweep: la sua velocità viene dall’alternate picking, non dalla scorciatoia.
Ma il motivo per cui “Marching Out” è un disco diverso da tutto il resto della produzione malmsteeniana non è tecnico: è strutturale.
È il disco in cui le canzoni hanno una forma che le rende indimenticabili anche se si abbassa il volume degli assoli. “I’ll See the Light Tonight” ha una melodia vocale che potresti fischiettare sotto la doccia. “I Am a Viking” ha un riff che entra nel cervello e non ne esce più, quella successione discendente su corde vuote che evoca qualcosa di nordico e primitivo, reinterpretato attraverso la violenza di un Marshall a tutto volume.
“Overture 1383”, unico brano interamente strumentale del disco, è costruito come una piccola suite sinfonica: le chitarre si moltiplicano in tracce sovrapposte che simulano violini, viole e violoncelli. La struttura segue una logica di ouverture classica con modulazioni circolari e alternanza di misure ternarie e binarie.
Jeff Scott Soto merita una menzione separata. La sua voce è uno strumento vero e proprio, non un ornamento: canta come un tenore hard rock con accenti quasi operistici, seguendo linee melodiche ampie che si appoggiano naturalmente alle strutture armoniche di Malmsteen invece di combatterle. È un equilibrio che Malmsteen non riuscirà più a replicare con questa pulizia nei dischi successivi.
La sezione ritmica, Jacob alle quattro corde, Anders Johansson alla batteria, funziona come un basso continuo barocco: non insegue la chitarra, la sostiene armonicamente.
Il basso di Jacob, registrato con compressione analogica densa, garantisce stabilità tonale nelle modulazioni più audaci; Johansson tratta ogni fill non come libertà ritmica ma come cadenza funzionale. È un approccio sinfonico al groove, e si sente.
Criticamente, all’uscita “Marching Out” ricevette una risposta ambivalente: c’era chi lo trovava troppo classico per il metal e troppo elettrico per il classico. Ma è esattamente in quella zona di confine che risiede la sua importanza storica. Il disco codifica il linguaggio del metal neoclassico come sistema autonomo, non più contaminazione, ma genere.
Da qui in poi, ogni chitarrista che avrebbe cercato di conciliare Paganini e la distorsione dell’elettrica lo avrebbe fatto dentro questo lessico.
Riavvolgo i nastri dell’esistenza: Sesto San Giovanni, maggio 1994
C’è un momento che porto con me da trent’anni e che torna ogni volta che rimetto “Marching Out” sul piatto.
Era il 23 maggio 1994. Malmsteen era in tour per “The Seventh Sign” e suonava al Palasesto di Sesto San Giovanni. Io avevo con me tutta la collezione: le copertine di ogni suo disco, comprese quelle degli Alcatrazz, in una pila che diceva tutto di quanto tempo avevo passato ad ascoltarlo, a riascoltarlo, a smontare quei soli nota per nota nella mia testa.
Mi ero piazzato ai bordi del backstage, con quella pila in mano, senza grandi aspettative, chiunque abbia frequentato i concerti sa che di solito vai lì per avvicinarti a qualcosa che sai già non ti toccherà.
Invece lui mi vide. Si fermò. Guardò la pila con quegli occhi che hanno sempre avuto qualcosa di leggermente incredulo davanti al mondo, e mi chiamò con un gesto della mano, diretto, senza cerimonie.
Ci mettemmo a parlare. Quindici minuti, forse venti, di musica, di accordi, di Bach, di heavy metal. Parlava con la stessa intensità con cui suonava: nessuna concessione, nessuna replica preconfezionata da rockstar in tournée. Era presente, curioso, genuinamente interessato a sapere cosa ascoltassi, cosa pensassi. Non lo stronzo arrogante che la stampa aveva costruito negli anni, quella maschera da divo insopportabile che circolava nelle interviste. Era un musicista che parlava con un altro appassionato di musica.
Acconsentì con pazienza ad autografarmi le copertine, guardandole una per una con quello che sembrava compiacimento sincero. Non escludo che vi contribuisse anche la consapevolezza che ogni copertina in quella pila rappresentava un CD comprato, cioè qualche dollaro, marco, doblone o sterlina finita nel suo conto in banca, ma lasciamo stare, la gratitudine verso il pubblico può avere molte radici, e non tutte le peggiori.
Prima di andarsene mi regalò due plettri autografati. Non racconto questo per fare lo sborone né per aggiungere peso biografico a un’analisi che dovrebbe stare in piedi da sola. Lo racconto perché quella conversazione mi ha confermato qualcosa che avevo già capito dai dischi: Malmsteen non suona per stupire. Lo fa perché ha qualcosa da dire, e quel qualcosa, nella sua forma più lucida, più necessaria, più compiuta, per me lo ha detto su “Marching Out”.

