L’imprevisto è più di un fatto che accade, privo di volontà e controllo. Per esempio, stavolta, mi fa modificare un intero articolo. Quest’anno avevo pianificato un Primo Maggio alternativo: Sdangher al Frontiers fest, cronaca ora per ora, come un vero inviato.
Avrei cominciato con la scelta del giorno: il secondo era interessante, il terzo più metal, ma il primo più completo (parola di Serafino Perugino, il capo di Frontiers). Avrei narrato dell’improvvisa disdetta dei coniugi Christian e la sostituzione con due gruppi e Russ Ballard.
Avrei continuato narrando il viaggio d’andata con la sensazione d’una certa partecipazione confermata dal parcheggio pieno.
Avrei narrato di controlli idioti all’ingresso e di aver assistito a metà concerto degli Shiraz lane, “il gruppo più Metal”, che propone sull’ultimo disco pubblicato un curioso ibrido di Class Metal e Pop contemporaneo mediati dalla trave di “Crush” dei Bon Jovi, proposta sì originale, ma che risulta roba fredda da laboratorio.
Avrei inserito un’analisi demografica: età media trent’anni, per lo più stranieri (specie Angli, Sassoni e Scandivani, più castigliani e qualche lusitan parlante).
Sarebbe seguita la suggestione sulla sfida alla maglietta, fra rari esemplari di Angel e Silent Rage e la bizzarria un po’ ridicola di nordici con smanicati prestampati dalle inverosimili (per quanto gustose) associazioni: fianco a fianco Jag Panzer e Rush, Manilla road e Fortune, Uriah Heep e Testament.
Quindi avrei scritto della notevole presenza femminile, dalle ragazze in minigonna fino alle attempate signore atleticamente pronte per un festival, passando per trentenni dagli spandex color ghiaccio.
Poi ci sarebbe stata la parte “distruttiva”: Dan Baird che propone un suono caldo ma generico e i Creye che suonano amatoriali e piatti, col cantante praticamente in pigiama.
E a seguire i timori per una situazione fino a quel punto peggio che incerta, cui sarebbe seguita una magica ascesa: Russ Ballard, 80 anni, voce anziana ma convinta, padronanza assoluta del palco, chitarrista minimale ma ficcante, da Blues britannico. Il pubblico che canta a squarciagola i suoi numerosi successi dati agli altri; io che cerco con lo sguardo il tipo con la maglietta dei Possessed per vedere se canta anche lui “God gave R’n’r to you” e addirittura sento qualcuno che paragona le trame delle canzoni a certe idee dei BOC.
Poi la straordinaria esibizione dei Giant: con David Huff bloccato in patria dal passaporto e Mike Brignardello, rottosi un osso prima dello spettacolo e sostituito nelle parti dal tastierista Larry Hall, mentre il cantante Bryan Cole porta una vocalità quasi Soul che s’interseca in modo interessante in un concerto, e cattura il pubblico con la potenza d’un suono che da decenni non veniva quasi nemmeno evocato, lasciando di stucco al pensiero della formazione completa (nota: avrebbe deviato l’Adda dal suo corso).
Il pezzo (che non ho scritto per via dell’imprevisto, anzi la serie di imprevisti) si sarebbe chiuso con la clamorosa cronaca degli Starship: Mickey Thomas che a 77 anni dà lezioni a chiunque, un gruppo coeso ed efficace che rifà con piglio da hard classico il materiale quasi pop dei dischi storici. La cantante Chelsee Foster che si sobbarca il peso della leggenda Grace Slick con entusiasmo e perizia, anche quando vengono interpretati i brani più stranoti degli Airplane e del gruppo intermedio, i Jefferson Starship.
Avrei dato conto del siparietto grottesco del cantante degli H.E.A.T. e del suo alterco con un altro nordico, proprio mentre sopra di loro, Mickey Thomas parlava di pace nel mondo.
Invece no.
Perché poche sere fa, in un teatro di una zona fra centro e periferia d’una grande città, c’è stato un concerto che mi ha stravolto l’articolo: un gruppo tributava per la 120a data (!), le glorie storiche del Rock progressivo inglese e italiano. Meglio di un tributo ad Achille Lauro, certo, ma quando si scopre che il Frontiers ha fatto nel primo giorno 1500 ingressi e questo gruppo quasi 1000, si possono fare considerazioni come queste:
- Frontiers, una multinazionale che ha a catalogo artisti come YES, Alan Parsons, Journey, Whitesnake, a malapena riunisce da 3 continenti poche più persone rispetto a un teatro parrocchiale, con una fetta del pubblico dell’appuntamento lombardo composta dai gruppi stessi e i loro accompagnatori, tecnici ecc.;
- Il teatro e il gruppo tributo, spendendo molti meno soldi con un’iniziativa che un tempo sarebbe stata relegata (giustamente) a riempitivo, fanno un risultato notevole (oggi un concerto Rock dal basso è un successo con 500 partecipanti);
- Al pubblico non interessano gli inediti, anche se di gruppi un tempo più famosi d’oggi;
- Ballard, i Giant e gli Starship in diversi punti dei loro concerti si son lasciati andare a vere divagazioni progressive, il gruppo tributo invece non era così eccezionale ma pare che al pubblico la realtà non interessi rispetto alla riproposizione cristallizzata del passato;
- E’ più probabile che il pubblico del Frontiers conosca i Moron Police di quello della serata tributo;
- Presto i gruppi tributo faranno più date e soldi dei loro stessi tributati;
- I musicisti meno famosi improvvisamente scopriranno questo fenomeno che li danneggerà e voleranno stracci nell’ennesima guerricciola, posticcia e ridicola.
Quindi?
Meditiamo gente, meditiamo.

