Rieccomi a te, fuocoso Vexator! Stavolta parliamo di Indomitus, l’ultima bomba di Exaltatio Diaboli, della quale mi hai fatto omaggio e che mi sono sparato giorni fa, procurandomi una polluzione tanto copiosa quanto istantanea. E così, con la mano ancora imbrattata di sborra ho pensato: cazzo, ma è possibile che di cotanta bellezza si trovi così poca ciccia in giro? Mein Gott, ma è mai possibile ch’io non riesca ad accendere il PC senza imbattermi in banducole di occhialuti intellettualoidi dall’aria smarrita con la verginella ingrugnata alla voce o di wokka-fem fuori corso in pose cornute che sfamano la famiglia a botte di Glovo, mentre su questo aristocratico diamante sulfureo manco un trafiletto per sbaglio? Ma che merda è diventata, non dico l’informazione estrema, ma banalmente l’informazione? Allora, per chiarezza: Sdangher mi ha offerto questo spazio libero sulla base di reciproca stima e comune intenzione di renderlo un tedioso acufene nel torpore di quell’asservimento politico spacciato per “regole della comunità”; e so quale diaspora di risorse tale mossa è costata alla redazione.
Va da sé che quanto è ospitato da Sdangher debba scottare abbastanza da non poter essere ospitato altrove; e se là fuori un sistema mafioso riesce ancora a silenziare la libertà d’opinione 2025 anni dopo Cristo, qua, su Sdangher, la regola è che chiunque scriva può fare come cazzo gli pare. Quindi sì, do il microfono solo a quei nomi che ammiro e che trovo meritevoli di quelle attenzioni che i frociaroli della stampa blasonata e perbene non hanno nemmeno la forza mascellare di articolare.
Forza, vai con Dio (o con gli Dei o co’ chi te pare a te) e parla a ruota libera di quest’opera portentosa, dei suoi autori e dei suoi contenuti.
Suaviter, G/Ab VOLGAR ROXEYA
Alaf Gibur Runa!
Per quanto ci sforziamo di stare al passo coi tempi, armati per sopravvivere al derelitto modus vivendi del post-2020, qualcosa in questa confusione sembra comunque sfuggirci di mano. Ci sfugge perché, ahimè, spesso non siamo pronti a cogliere i cambiamenti di una società che si trasforma a una velocità esasperata, dove anche le forme d’arte più rivoluzionarie sul piano del messaggio, per esempio religioso, restano comunque legate a sonorità complesse, difficili da assimilare se confrontate con i trend dell’ultra-produzione “easy listening” ben comprensibile dal gregge. Per questo motivo finiscono per essere oscurate, persino all’interno del non così mentalmente aperto underground.
Ponendoci in questo modo è proprio la “Phosphorosophia” di Exaltatio Diaboli a dividere un eventuale misero pubblico e far storcere il naso a chi di dovere. Exaltatio Diaboli è oltremodo ideologico, ma la nostra è una liturgia mutaforma, stridente e avversaria alle norme imposte; lo è di natura, di personalità.
L’Indomito non obbedisce a leggi secolari, bensì osserva una regola sacra di rigorosa aderenza a un inusuale codice d’onore condiviso da sodali affini e che vige nell’etica di ogni giorno, è la tradizione che ci rende empatici e austeri, ci rende burberi e anche a nostro discapito onesti.
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Questa ne è in definitiva la causa primaria. Ma noi l’ascoltatore lo vogliamo comunque esasperare. Non serbiamo soddisfazioni, cliché o continuità, ecco, noi invece abbracciamo la variazione, siamo figli dell’Alpe e dello scoglio, ma subiamo il fascino dello yuppie metropolitano.
Il nostro essere così camaleontici ci ha portato a venir sotterrati nel marasma discografico moderno contro il quale abbiamo messo in discussione canoni e regole di base per anni, incorporando concetti come il “copyleft” e le pubblicazioni effimere nel digitale, tutto questo per esasperare un senso di imminente distacco dalla vita materiale, di pericolo e abbandono incombente che permea dalla cultura del digitale.
Quindi la nostra è davvero una esaltazione e glorificazione della vita stessa, nel nostro “memento mori” celeste siamo davvero umanisti, ma transumanisti in bizzarri e reconditi angoli della psiche, luoghi celati li dove onirico e metafisico si incontrano.
Per Exaltatio Diaboli il fine è quello di mostrare all’ascoltatore la natura Divina e cosmica dell’hostis naturalis, il crollo dell’ego che ne consegue e l’avvolgente perdizione di Saturnali infinite, quando donne e uomini coagulano il plasma della Luna nella struttura occulta di gioiose anime in festa inebriate dai santissimi vini benedetti da Flufluns.
Non sognamo paradisiaci paesaggi incantati, né siamo nostalgici di passati gloriosi, le nostre visioni sono intrusive, fameliche, irruente, è divinazione su specchi neri che riflettono l’abuso animalesco e lo stupro crudele di bestie su bestie in pianeti lontani, dimensioni paralizzanti, forse future, o in tempi ancora non calcolabili con i modesti mezzi che abbiamo oggi a disposizione, in altre stanze, in altri paesi, in “lingua Draconis” balbettiamo, ringhiamo e diveniamo esuberanti medium per forme di vita occultate, predatorie.
Questo è puro e squisito amore per la vita, per i popoli in rivolta e per le strade che ci uniscono tutti, lontani dall’inganno. Questa è immolazione in dolci Primavere, un atto d’amore per figlie e Madri paladine di nuove ere, un attentato in armonia Cosmica per glorificare il dono Divino che fa di questa missione la nostra esistenza, non per scelta, ma per giusto dovere.
Ammetto e mi confesso… La nostra proposta è acida, ci siamo fatti terra bruciata con le nostre allucinazioni da metripolitana affollata, mi piace immaginarci come un complesso di autistici che strippellano in una comunità di recupero mentre tutto va in fiamme, facciamo questo non per amore nei confronti di una musica che scarsamente sappiamo suonare, lo facciamo solo per avvicinarci al Divino! La nostra colpa è quella di esserci incarnati nel tempo degli obbedienti, dei conformisti…
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Mi è sempre stato chiaro che la nostra vocazione fosse mutevole, esposta a sfide continue tra ineffabili gioie e agghiaccianti dolori, una salita impervia nella quale siamo ancora solo all’inizio. Questa peripezia è traboccante di brusche e fulminee variazioni che in mancanza di estrema cautela, maturità e lucidità potrebbero rendere la nostra esistenza una collezione di sciagure. Ogni nostro opus è intaccato ed esposto a tutto ciò, questa non continuità stilistica può essere mal interpretata perfino da chi è allenato ad ascoltare musica non convenzionale.
Che i nostri dischi facciano schifo ai canali YouTube plastificati e impacchettati per un pubblico di hubris e hipsters non è una sorpresa; il Black Metal come lo concepiamo noi è raffinata arte d’élite: pensa che “Enantiodromia”, il nostro apex discografico, era nato per venire utilizzato come fonte di ispirazione magica, come sottofondo per meditare. L’idea iniziale era addirittura quella di farlo girare solo privatamente, un regalo per chi poteva farne buon uso.
“Fluxion” invece ne è il figlio bastardo; un album da far uscire dalle mura dello studio, gradevole ma meno incisivo, non un “auto proclamato capolavoro”… Non uno di quelli che vengono denominati storici pre-data d’uscita, non possiamo permettercelo, non scimmiottiamo “Transylvanian hunger” noi; ne ho viste di strette di mano nei bar, ripudio quell’atmosfera da bocciofila di paese, quella puzza di birra dalla dubbia gradazione alcolica e quel nostalgismo del ’93.
Oggi il Black Metal è più robusto di ieri e l’ortodossia è ancora dei pochissimi, non prendiamoci la libertà di mischiare qualcosa di così religioso con le basse mafie da circolo ARCI, con le pancere e i grassi doppi menti dei pantofolai annoiati. Sognamo una generazione di estrosi pronti a tutto, “E che ai loro figli regalino mitra con su incisi mantra di “Libertà!”. Non brinderemo con chi non ha sacrificato ogni cosa per questo e condanniamo la passività di chi si è arreso a vivere in una cella che si è costruito da solo.
Desideriamo che le band prendano subito una posizione radicale dividendo in fazioni la così detta “scena”, non c’è bisogno di altre cacce alle streghe; ne siamo tanto annoiati quanto stanchi, c’è chi vive questa merda e chi ne scimmiotta soltanto la musica. E poi l’ascoltatore medio è proprio dozzinale; ha bisogno di stimoli veloci e standardizzati; si fanno la loro dose confusa di Spotify, costruiscono con il Lego l’altarino esclusivo nella comoda cameretta alla mercé della polvere, mentre noi conduciamo esistenze rognose, buttiamo stipendi agli avvocati, siamo mantenuti in vita dall’ansia di vivere al massimo, dalla smania di evadere dalla routine per il bisogno di costante novità. Che il mio lamento vi sproni a far meglio!
Ma torniamo al focus di questa chiacchierata… l'”Indomitus” è orgogliosamente Mediterraneo, vi si tronca duramente il legame con il disco precedente facendolo sorgere dalle cavità d’Averno, fondendosi con la solennità dei colli Umbri, passando per le imponenti colonne della valle dei templi, fino ad approdare stremato in fasce nei miasmi di una metropoli multiculturale straniera.
“Indomitus” è Marziale, pur conservando ricordi Lunari ed è diretto nella sua semplicità. Non speravamo, dunque, che la triste falange Ateista ne potesse mai trarre ispirazione. Mi chiedo, (visto che avrebbe assolutamente potuto) se Indomitus avesse avuto la copertina di “Ære perennius” se ne parlerebbe di più? Vi stresso ancora sul fatto che questo disco lo scrissi con l’intento di farlo uscire per gli AMBS, anche l’importanza dell’immagine e del logo non è assolutamente da sottovalutare.
Il punto forte di “Indomitus” è che contiene tracce scritte in poche ore, inni di libertà che sono gli stornelli di un vagabondo, fu semplice costruirlo perché rielaborai alcuni vecchi pezzi da “Enantiodromia” più una cover da “The dreadful ones”.
E mi domando ancora: “Indomitus non lo ascolta nessuno perché forse la battaglia dei pochi contro lo status quo non è abbastanza “trendy”? Ma l’immobilismo dei falsi, dei nati stanchi e dei codardi è il nemico contro cui ci scagliamo nei nostri testi da sempre. Oramai io annoio me stesso nel ragionare su futili argomenti come la psicologia delle “niche underground”. Questo non fa più per me. Arrivati qui è perfettamente tralasciabile.
Ma è anche vero che molti si sono abituati/arresi a produzioni moderne e malinconici testi sul clima o sulla cabala Ebraica e questo contribuisce a stressarmi perché in fondo ci tengo; facendo si che io mi incuriosisca sul perché esistano questi fenomeni e su quale forma mentis o etnia sia predisposta a seguirli. Non ci fila nessuno perché forse il nostro è un disco davvero mediocre?
Mettiamoci pure che l’ammontare di uscite realmente mediocri provenienti specialmente da oltre Oceano e la scarsa promozione da parte delle labels underground contribuiscono a tener nascosti i lavori di noi vecchi senza età. Ma pretendiamo davvero di più? Meritiamo davvero di più al cospetto della nostra fallibilità?
Riguardo alla genesi dell’Indomitus: Vae mihi, non so più apprezzare lo stesso panorama per due giorni di fila… E anche questa volta si era pensato di cambiare!
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Dopo due lavori interamente, o quasi, basati soltanto su sonorità molto distanti dal Black Metal avvelenato di Credo (Enantiodromia, Fluxion), si era deciso di virare verso un prodotto più accessibile, diretto e monolitico. Si era pensato di riproporre i brani di “Enantiodromia” in chiave distorta e costruirci su un lavoro granitico, grezzo e trionfante, lontano dagli influssi lunari e stellari che avevano caratterizzato i due dischi precedenti, ma anche dalle fetide esalazioni dell’East End londinese che infestavano il Credo.
Nel 2021/22 pensammo che Indomitus dovesse essere più diretto, arrogante, semplice e testosteronico. Proprio per questo i testi dovevano essere scritti in lingua Italiana, o comunque in una lingua romanza, che ben si sposa con una metrica potente che ti fa scandire le parole, sempre ben comprensibili. Infatti, avevamo in mente ritornelli con slogan incendiari, barbarici, ribelli.
Dopo l’uscita di Fluxion, però, ci fu un periodo di stasi, di atarassia. Io stesso ero avvolto da vicende personali compromettenti che mi hanno portato a dover chiudere con alcune storie per rifugiarmi in un cimiteriale status da anacoreta urbano. Ma poi, la scintilla dell’inevitabile regresso a questa imprescindibile necessità di trasporre in musica il Divino è ripartita da un mio ritorno nella terra dei Rasna, dopo ben tre anni di assenza. Lì ho riacceso questa Fiamma. E quel velo che separa questo intervallo da ciò che è liminale si è fatto manifesto, divampando l’incendio e portandomi, al mio ritorno in Spagna, a comporre l’intero disco in una manciata di ore.
“Indomitus” doveva essere il disco di ritorno sulla scena degli AMBS dopo l’avventura come Lebensborn. Infatti, se ci si fa caso, questo disco suona molto più simile agli AMBS che agli Exaltatio Diaboli. Ma poi le cose cambiano, e la lunga sessione di registrazione ci ha fatto capire che era invece proprio questo il disco che avevamo programmato per ED. In questa occasione ci siamo avvalsi, per la prima volta, di collaboratori che con il loro estro hanno lasciato il segno; non sono solo meri ospiti, ma veri e propri membri del “progetto Indomitus”.
Rispettivamente, sono: Warblast alla batteria, Flegias autore di alcuni dei testi tra i quali quello bellissimo della title track, poi c’è il contributo del frater Noktvrnal Veitha, autore della armoniosa dissonanza della outro e di tutto l’impaginamento e l’aspetto grafico, ha assemblato colori e fotografie scattate in una notte di pura follia e dinamismo iniziatico in quel di Barcellona da soror Elisabeth.
In questo album non mancano di certo vibrazioni più antiche. La traccia “Rasna Henthu Macstrevc”, vero cuore pulsante e slancio evolutivo dell’intero opus, è stata concepita come inno del Sacro Sodalizio Macstrevc, a partire da un riff estrapolato dal mio primigenio progetto Pherussna. Quelle note furono composte proprio lì, nella terra di Pherušna, tra i sussurri dei Morti… Tanto tempo fa.
“Indomitus” è un’altra cascata di plasma sacrificale che si riversa nel calice vivo del collettivo Rasna Henthu Macstrevc; non che è un’offerta necessaria, un tributo ardente al Principe, la Stella dell’Aurora.
Si narra che al Suo ritorno Egli porterà sul capo una corona splendente, tempestata di rune Gibur segno eterno del patto sacro tra Terre e Cieli.
Nella mano destra stringerà una fiaccola runica, dalla cui fiamma si alzeranno quattro fuochi imperituri, ardenti in ogni tempo e oltre il tempo!
Vexator.
Under the heavy influence of Artemisia absinthium & Mercury’s careful ways
