Anvil – Tra l’incudine e l’oblio!

Gli Anvil oggi sono percepiti più o meno così: i primi anni 80 di Metal On Metal e i virtuosismi col vibratore sulla sei corde; poi una luuunga ellissi e bang, il documentario This Is Anvil! A seguire il ritorno al nulla (io temo). Penso che questa visione sia dovuta ai due picchi di popolarità di una band che ha portato avanti una routine tradizionalista, senza grandi pretese, a parte quella ambiziosissima di vivere dei guadagni derivati da un sogno divenuto realtà, ma condiviso con una fitta e famelica concorrenza. E un brusco risveglio per il povero Lips, costretto a gironzolare con un furgone di surgelati nelle innevate distese canadesi eccetera eccetera.

Plugged In Permanent è uno dei momenti più a ribasso nella storia degli Anvil. E non è mica un brutto disco, soltanto non fa parte di queste due oasi di “vero” successo. Si tratta più che altro di battere un colpo e dire al mondo “siamo ancora qui e ci crediamo come un tempo”. Un po’ triste, certo, ma tutto sommato è la vita di tanti gruppi storici che, nella mente ingenua di molti, farebbero o avrebbero fatto, una carriera ben più prestigiosa di quella di Lips e Reiner.

Sono cazzate e devono esserlo, perché solo attraverso l’illusione del successo, si può sperare di raggiungerlo, prima o poi.

Il disco del 1996 è un discreto lavoro heavy, con un suono più corposo e pugnace, come andava di moda al tempo, più una serie di canzoni tutto sommato scolastiche, ma con un piglio abbastanza “cazzimmo” da non spingere i recensori di allora, almeno i pochi che si degnarono di tributargli un giudizio, a non stilare il certificato di morte definitivo sulla questione Anvil.

Plugged In Permanent ha qualche momento più lento, pesante e doom. C’è persino un pezzo con quella parola, Destined For Doom, in cui Lips scimmiotta un po’ Ozzy, ma è soprattutto nella conclusiva Guilty che la scelta di puntare sulla mazza ferrata e meno sulle frecce avvelenate, mostra qualche speranza di una strategia vincente. Quello messo lì, il brano di chiusura, è davvero buono, un thrashettone arrancante con un passo melodico che ti avvolge nella spirale del giudizio kafkiano dei tribunali moderni.

Il resto è un po’ di Motorhead e un po’ di vecchio Speed metal “come si faceva ai nostri tempi”.

Dr. Kevorkian mostra i limiti intellettuali degli Anvil, che per carità, li conoscono bene da soli, solo che qui scelgono una tematica molto intrigante e su cui più di un gruppo metal ha voluto dire la sua a 180 bpm: la vicenda di quello strano medico che si aggirava con una macchinetta strana con cui dava la morte a gente più di là che di qua. Immaginate le polemiche e i guai giudiziari quando si denunciò la vicenda. C’è un magnifico film di Barry Levinson con Al Pacino, su questo personaggio.

Beh, gli Anvil non dicono molto a riguardo. Fanno un po’ come gli Slayer con Mengele in Angel Of Death, ma c’è qualcosa nel testo che sembra esprimere un certo biasimo. Per carità, ognuno è libero di pensarla come vuole, ma una band heavy, secondo me, dovrebbe riconoscere la forza della libertà individuale, anche nelle scelte più estreme e contraddittorie, e sostenerla o quantomeno, porla all’attenzione senza ridurre tutto a una macchietta da film horror.

Il Dr Kevorkian non è uno scienziato pazzo e nemmeno un serial killer macellaio alla Dr. Butcher. Si tratta di un uomo che tra qualche decennio, sarà ricordato con un certo rispetto. Cosa che forse, in alcuni frangenti della loro discografia, gli Anvil non godranno di altrettanta considerazione a posteriori.

Plagged In Permanent ha un’altra cosa interessante su cui mi soffermo. Il titolo. Si tratta di un freccione ironico alla nota trasmissione di MTV, che a quel punto degli anni 90, aveva ridotto alle schitarrate da falò anche le più chiassose e irruente band rock e metal. I concerti unplugged erano diventati una moda insopportabile e uno sberleffo per i metallari e i rockers di quel periodo, tagliati fuori dal mainstream, a meno che non togliessero la distorsione. Loro ovviamente si tiravano fuori da quell’onda conformista a cui aderirono “pemagnà” un po’ tutti i grandi, ma c’è da aggiungere pure che: chi li avrebbe mai voluti tra le candele e i fiori di Cobain e i Cure, i cazzo di Anvil?