Gorefest – L’anima che sopravvive

I Gorefest mi fanno pensare agli Entombed. Il percorso che fecero è simile. Disco dopo disco sono cambiati, staccandosi dal death metal brutto e cattivo, quello dominato dall’attitudine tipicamente adolescenziale dei film splatter e le passeggiate nichiliste nei cimiteri con una bottiglia di birra in mano, per seguire una strada via via più audace e personale. Nel caso del gruppo svedese, nonostante il dispregio da parte dei vecchi fan e le defezioni di alcuni membri storici, le cose andarono avanti, mentre i Gorefest si arresero, almeno per un po’. Oggi si dichiarano definitivamente estinti, ma sappiamo che queste sono parole che lasciano il tempo che trovano.

In ogni caso, è un fatto storico preciso, che dopo Soul Survivor, lo strappo con i vecchi fan avvenne e il rumore si sentì fino a casa mia, ma la perdita di sostegno non fu poi compensata da nuove schiere di ammiratori. Al tempo l’uso della voce growl su una base essenzialmente hard rock con un po’ di doom, era davvero poco attraente per gli appassionati di Deep Purple e Black Sabbath e decisamente un’eresia per coloro che non riuscivano a venir fuori dalle rutilanti messe nere dei Deicide e dai festini di viscere e tempi dispari dei Cannibal Corpse.

I Gorefest tentarono, così come decine di altri gruppi importanti, di trasformare la premessa del death metal in qualcosa di più personale, inserendo elementi via via più disparati. I Crematory tentarono con le tastiere dei Journey, i My Dying Bride ci misero un bel violino, i Paradise Lost un soprano femminile, i Gorefest ci scaracchiarono dentro un quintale di blues, così come già gli Entombed. Mentre questi ultimi però avevano convertito il proprio sound alla grammatica lineare e nostalgica dei vecchi Kiss, gli olandesi ripensarono ai Led Zeppelin e Jon Lord, oltre ovviamente a Tony Iommi.

Il risultato è ancora oggi davvero fico, gente. Ci sono canzoni molto energiche e di grande sostegno psicologico al lunedì mattina, tipo la cazzutissima Forty Shades. Poi ce ne sono altre che sinceramente, al tempo erano diverse da tutto e il pubblico avrebbe potuto festeggiarle con riconoscenza, invece di allontanarsi stizzito. Mi riferisco a River o Dragon Man. In particolare quest’ultima è un denso e possente guerriero che riemerge dalla melma dei vostri ricordi infantili e vi manda in pezzi il cranio con un colpo della sua spada gigantesca. E dalle nebbie rosse della morte, ecco che si aprono i cordoni ultraterreni dei deserti metafisici zeppeliniani. Non vi resterà che seguirli e tornare nel vostro malinconico sepolcro.

So che i Gorefest sono rispettati per i primi tre album. Secondo me non valgono niente rispetto a Soul Survivor. Questo fu un disco da suicidio commerciale, al tempo in cui si poteva ancora morire sul serio facendo il passo sbagliato. E ha dentro una coppa traboccante di gloria eterna, da bere tutti assieme. Oggi la scena è zombificata, già, ma di questo abbiamo parlato anche troppo. Gli zombi continuano a esistere finché ne parliamo.