Drill – L’amore secondo Lucia Cifarelli

Sapete cosa sto cercando di fare, qui a Sdangher? Avete capito perché mi trastullo con tutti ‘sti vecchi album degli anni 90, da un po’ di tempo? Nostalgia? Boomerismo? Ma andate a cagare! E se non ci siete arrivati ve lo spiego ora, proprio nell’incipit di un pezzo che sono certo leggeranno in pochi, ma chissenefrega. Lo leggeranno in pochi perché parla dei Drill e visto che è un nome privo di rimandi al vostro subconscio respectoso, sono sicuro che non vi interesserà leggerne. Ho scoperto da tempo, scrivendo qui, che il pubblico non vuole scoprire cose che non sa, al massimo vuole scoprire cose che non sa su argomenti che conosce molto bene. Di solito ama invece tuffarsi in rispolveri e rivisitazioni delle solite vecchie cose che sa già. Io invece scrivo di ciò che non sapevo, non so e non saprei. Non ho alcun gusto a fare compitini divulgativi su faccende che conosco fin troppo bene da eoni.

Dicevo, cosa sto cercando di combinare scrivendo dei Drill, dei Bathory o degli Ayreon, per dire gli ultimi tre nomi di cui ho trattato. Io passo e ripasso tutti i giorni in rassegna le pagine dedicate alle recensioni. Setacciare è il verbo giusto. Io setaccio qualcosa di interessante in mezzo a quelle colonnine di coltellini, teschi e vecchie firme di una volta. Al tempo furono scritte in gran fretta tutte quelle recensioni. Sovente i “consigli d’ascolto”, i giudizi, positivi o negativi, erano espressi in modo convulso, fin troppo istintivo. Chi schiantava sul foglio le proprie considerazioni si basava sui gusti personali, sovente molto limitati (stiamo parlando di post-adolescenti e giornalisti frustrati in rapporto di amore odio per il metal) e su informazioni scarse relative ai gruppi, per di più inesatte racimolate qui e là.

Bisognava coprire decine e decine di promo, spesso orribili. Fare cernite e contro-cernite. Ascoltare e scrivere veloci un resoconto. Spesso per ottimizzare, si scriveva ascoltando e a volte, prima si recensiva e poi si ascoltava. Anche oggi è così, ma trovo davvero incomprensibili le ragioni che costringono un piccolo nucleo di facinorosi della critica, a infliggersi un regime disumano di recensioni spasmodiche e superficiali.

Sono gli anni di internet, vale a dire più spazio, niente scadenze legate ai tempi di stampa, un eccesso ormai ingestibile di musica nuova da ridurre al minimo del minimo… e invece le webzines o ciò che ne rimane, si sbrattano l’anima a doganeggiare col metal-discettor, titoli su titoli, classificando, giudicando, copi-incollando info mandate dalle etichette insieme al promo, via mail e archiviando decine di robe al giorno.

Gli anni pre-Napster erano a ragione burrascosi e difficili, non sempre questi avventurieri ci prendevano col capolavoro, ma le condizioni fantozziane imposte in redazione non li agevolavano.

Io sono qui per correggere qualcosa di quei giorni, usando tutto ciò su cui quei poveretti non potevano contare: tempo, una valanga di informazioni prese dal web e un ricchissimo archivio giornalistico personale, più una variegata cultura e il ganzissimo senno di poi.

Per dire, chi di quei scribacchini un tanto al chilo recensorio, passò mai più di un’ora con il disco omonimo dei Drill? Chi poté dare il tempo a canzoni come I Like You di allungare il muso fuori dalla griglia del minutaggio e gironzolare tra le macerie della propria vita sentimentale? Chi ebbe allora il respiro sufficiente per lasciar vivere un disco interessante, meritevole, acchiappante come decine di altri sul mercato giovanilista del post-grunge da commedia anni 90, il tempo necessario a memorizzare almeno tre canzoni?

Ve lo dico io, nessuno.

E allora ecco che gli offro io la possibilità di sparare fuori tutta la propria liturgia.

Davanti a qualsiasi album, che sia dei Candlemass o dei Circus Of Power, io non sono qui per salvare tutti dall’oblio. Vorrei ricacciarvi molti album che oggi sono riabilitati per nostalgia e per boomerismo. Le mie domande sono toste e le risposte inesorabilmente sincere. Mi chiedo: questo disco, se avesse avuto il successo che meritava, avrebbe cambiato la storia del rock?

In base alle risposte io decido di riportare alla luce qualcosa o di lanciarla nella gigantesca e olezzante vasca di rifiuti indifferenziati da cui l’ho salvata per un po’.

Il disco dei Drill va recuperato per diverse ragioni. Intanto ci sono alcune presenze d’interesse, per quanto marginali. Parlo del bassista John DeServio, poi nei Black Label Society, e della frontgirl di razza assoluta, l’italoamericana Lucia Cifarelli, successivamente nei KMFDM.

Soprattutto però badate alle canzoni, che sono un mix ispirato di rock and roll, grunge disturbato e punk metal. Il disco uscì per la DV8 Records, distribuita dalla A&M e avrebbe potuto vendere bene. Sì sa come vanno però queste cose. Il gruppo era promettente e qualche altro grosso gruppo discografico se li accaparrò. Il lavoro successivo, White Elephant, doveva uscire per la Polygram, che però sul più bello si fuse con Universal e da quegli uffici all’improvviso nessuno seppe più cosa farsene dei Drill e di centinaia di altre band. Il gruppo decise di non pubblicare il nuovo album e si sciolse.

Casi del genere negli anni 90 ce ne furono tantissimi, soprattutto nella prima metà del decennio, quando il mercato divenne così irrequieto in fatto di metal e rock alternativo che un gruppo non faceva in tempo a firmare con una big e già veniva licenziato.

Andiamo ai se e ai ma, con cui non si fa la Storia, ma succose speculazioni. Se fossero andati avanti con la Polygram, non avrebbero probabilmente cambiato nulla per il rock ma diffuso una certa qualità in un ambito commerciale che aveva bisogno di veri talenti bestiali (e la Cifarelli lo era; ascoltatevi I Like You e ditemi se non vi impressiona almeno un po’) e un buon talento per le melodie giuste, vale a dire il chitarrista Dan Harnett (il ritornello di Go To Hell è irresistibile).

Mentre Luciona è ancora in giro e si è fatta valere, pur senza divenire l’ennesima Gwen Stefani, la storia di Dan sembra finire con i Drill, ed è un peccato. Detto da un ateo l’espressione “è un peccato” non so bene cosa intenda. Probabilmente significa che “è una merda”. Ma niente inferno, a parte quello della canzone Go To Hell.

Ascoltateli senza inutili nostalgie per i tempi di American Pie e So cosa hai fatto. Erano anni schifosi, senza film splatter, l’Inter faceva ridere e Bruce Dickinson era diventato un bimbominchia del rock. Anni da spararli tutti nel cesso, vomitandoli giù attraverso la gola infiammata della Cifarelli.