Il metallaro soffre di complessi di inferiorità. Specifichiamo, non tutti. I giovani, a meno che non siano attivi nel ruolo di “cosplayers”, tendenzialmente se ne fregano e se la godono più di quanto pensiamo. Quelli della vecchia scuola, spesso riconducibili alla figura del true defender e simili, convivono ormai con la missione impossibile di riscrivere la storia del loro genere preferito (spesso, l’unico che conoscono).
Impossibile e inutile oltretutto, perché a chi volete che interessi riabilitare, disquisire, approfondire oggi di un qualcosa che era già di nicchia all’epoca?
Il mondo si divide fra chi arriva prima e chi arriva dopo, e solitamente chi arriva dopo raccoglie le briciole. Un po’ come per gli investimenti. Chi ha buttato due soldi sulle cripto dieci anni fa, oggi si toglie più di uno sfizio, idem chi ha investito a Milano Porta Nuova quando da quelle parti non entrava neppure la Polizia.
Con la musica succede la stessa cosa, per cui sarebbe sufficiente parlare di dischi e canzoni, senza avere la pretesa ogni volta di fare rivelazioni stile biblico ai comuni mortali, ai quali più di ogni altra cosa interessa la ciccia, anche in senso figurato.
Un esempio fresco in questa strana estate ci viene offerto dalla pubblicazione del libro Live Aid, il Suono di un’Era, gli anni Ottanta e il sogno di un mondo migliore scritto da Gabriele Medeot e pubblicato da Tsunami Edizioni.
Chiariamo subito la questione: autore e casa editrice fanno il loro lavoro e in quest’opera non c’è nulla di sbagliato, almeno nelle intenzioni. Il libro ripercorre gli eventi, le trattative e i retroscena che hanno portato all’organizzazione di quell’evento mastodontico. Non é tuttavia sui contenuti del libro che mi voglio soffermare; non avendolo letto sarebbe oltretutto poco onesto.
Fa invece sorridere che un sito come Truemetal.it colga l’occasione per pubblicizzare l’uscita mettendo l’accento sul fatto che l’heavy metal risulti non pervenuto nel cartellone dell’evento. Una scelta che è senz’altro indice di scarsa autostima nonché rivelatrice di un complesso di inferiorità latente nel metallaro medio di prima e seconda generazione.
Non vi straccerò gli attributi su cos’era il Live Aid, la fame nel mondo degli anni 80 e tutto il resto, tanto lo sapete già e se non lo sapete, ma ne dubito, sul web trovate tutto. Vorrei invece porre l’attenzione sulla stupefacente esegesi di Truemetal.
Il metallaro è ancora quello che un tempo alle feste del liceo stava in un angolo col broncio mentre gli altri limonavano duro. É capitato anche a me sapete, di andare alle feste in casa di gente che non rappresentava niente del mio senso etico ed estetico, allora come adesso, sottopormi a ore forzate di 883, Bryan Adams e Snap mentre sognavo i Blind Guardian e i Bathory.
Chiedersi perché Iron Maiden e Saxon non furono invitati al Live Aid è la trasposizione di certe dinamiche tipiche delle feste ai tempi del liceo: guardavi gli altri che se la spassavano a bordo pista e tu eri lì che sentivi di avere qualcosa di sbagliato.
Finirono sul referto del Live Aid i Led Zeppelin, riformati per l’occasione e autori di una performance discutibile; i Black Sabbath con Ozzy, più che dignitosi; i Judas Priest, cui volendo a onor di scuderia si potrebbero aggiungere anche gli Status Quo, che aprirono la kermesse… e persino i Loudness.
Nomi senz’altro pesanti ma che secondo qualcuno non compensavano l’assenza di chi all’epoca imballava le arene tipo Iron Maiden, Scorpions e Van Halen, ma anche di acts ragguardevoli come Saxon, Motorhead, Ratt o Quiet Riot, giusto per citare quelli che nella prima metà degli eighties andavano per la maggiore.
É sufficiente a sostenere che Bob Geldof avesse un pregiudizio nei confronti dell’heavy metal, ritenendolo un genere di serie B?
Non possiamo saperlo. Di certo ignorò anche gli artisti di colore, sia americani che africani, e questo gli valse parecchie critiche. Stesso trattamento subirono, si dice, il punk o il rap, altro genere allora in rampa di lancio un po’ come il metal.
Curiosamente l’autore dell’articolo ignora che i Boomtown Rats, di cui Geldof era il leader e che si esibirono loro stessi all’evento, nascono come band punk alla stregua del loro leader.
Si possono fare mille congetture ma arrivare a dire che un punk ignorasse il suo genere di riferimento denota una certa confusione.
Geldof e la sua band peraltro si sono esibiti più di una volta al Wacken in anni recenti e lui potrà magari aver cambiato idea col tempo davanti alla moneta sonante dei crucchi, ma dopotutto le risposte stanno nei fatti, leggasi, parola dell’autore, la presenza di Black Sabbath e Judas Priest, e hai detto niente.
Da quando si é chiuso Back To The Beginning ci sentiamo ripetere come un mantra che Birmingham è la metal city per eccellenza. Bob Geldof lo affermava implicitamente già nell’85 e noi, quarant’anni dopo non solo lo ignoriamo ma arriviamo a sospettare, in un momento di paranoia spinta all’inverosimile, che in verità pensasse l’esatto contrario.
Forse aveva ragione Verdone in Viaggi di Nozze: “nun c’amo più gniente da disse, se semo detti tutto”.
Aggiungo io, ci resta solo sotenere il contrario e pensare male.
A chiudere la questione ci pensa lo stesso autore del libro, incalzato da domande sempre più insistenti e maliziose, quando dice che la popolarità e l’appeal sono gli unici criteri che hanno guidato la scelta degli artisti.
Non si giustificherebbe altrimenti la presenza di una band come i Loudness in diretta da Tokyo. Vogliamo bene ad Akira Takasaki, ma non è che lui e i suoi compari facessero scoppiare gli stadi di mezzo mondo.
Chi volete che si inculasse all’epoca Saxon, Wasp, Venom e compagnia bangante?
Per la dimensione globale dell’evento parliamo di band che contavano come le briciole. Oltretutto i Maiden erano nel pieno del World Slavery Tour, trecento e passa concerti in due anni e conoscendo come pianificano e ragionano, avranno detto subito “no grazie, anche volendo non possiamo, il gioco non vale la candela”.
I Van Halen avevano pubblicato 1984 e ho detto tutto: che addirittura Jump all’epoca era la sigla del Festivalbar.
Di che parliamo? Non c’è nessun complotto, nessuna dietrologia verso i poveri metallari piccoli e neri, solo un esempio di giornalettismo metal (cit.) in cui si finisce a fare carte false per portare l’interlocutore a conclusioni che non sono le sue, ma di chi lo intervista.
Che potrebbe magari fare come noi, metterci nome, cognome, faccia e idee. Serve al metallaro stagionato una bella iniezione di caparbietà, le condizioni dopotutto ci sono: know how, scrittura, aneddotica, testosterone e collezione di vinili d’annata. Al massimo passi per uno che spara cazzate con la fionda ma tanto, con quel che gira di questi tempi, chi vuoi che se ne accorga, nicchia eravamo, nicchia rimarremo.

