Carboniferous – Il Disco che ha Salvato l’Alternative Metal Italiano

Quando gli ZU hanno riscritto le regole del gioco – Parliamoci chiaro: la scena alternative metal italiana era clinicamente morta. Mentre oltreoceano i Neurosis ridefinivano il concetto di pesantezza atmosferica e i Godflesh martoriavano i timpani con la loro apocalisse industriale, noi eravamo qui a sorbirci l’ennesima band che scimmiottava i Pantera con tre album di ritardo e zero personalità.
Poi arrivano gli ZU. E arriva Carboniferous.La bomba nucleare del 2009 – Quando nel 2009 questo disco esce per Ipecac Recordings – l’etichetta di Mike Patton, non una qualsiasi – la reazione è immediata: o lo ami visceralmente o semplicemente non lo capisci. Non esistono vie di mezzo con “Carboniferous”. È un monolite sonoro che ti colpisce con la forza di un treno merci lanciato a velocità supersonica.

Gli ZU prendono il death metal, lo sezionano, lo passano al tritacarne del free jazz, ci aggiungono dosi letali di math rock e noise, e lo servono in un piatto che nessuno – e intendo NESSUNO – si aspettava potesse venire dall’Italia.

Il confronto con i mostri sacri – Facciamo nomi e cognomi. ISIS con “Oceanic” (2002) aveva elevato il post-metal a forma d’arte contemplativa. I Meshuggah con “ObZen” (2008) avevano portato la poliritmia a livelli di precisione chirurgica. I Sunn O))) stavano ancora esplorando gli abissi del drone metal.

“Carboniferous” sta in mezzo a tutto ciò, ma non appartiene a nessuna di queste categorie. È più violento degli ISIS, più caotico dei Meshuggah, più dinamico dei Sunn O))). Tracce come “Soulympics” e “Eli, Eli, Elu” sono calci alle costole che ti lasciano senza fiato, alternando brutalità punk-jazz a momenti di tensione insostenibile.

La batteria di Jacopo Battaglia è una forza brutale che dialoga con il sax baritono di Luca Mai in modi che non dovrebbero funzionare sulla carta, ma che dal vivo ti stordiscono. Il basso di Massimo Pupillo è un terremoto continuo, una presenza fisica che senti nelle viscere.

Il miracolo italiano – Ecco il punto: mentre il resto della scena italiana continuava a pensare al passato, gli ZU guardavano avanti. Carboniferous non suona come nient’altro uscito dall’Italia prima o dopo. È un disco che poteva nascere solo dall’incontro tra la tradizione improvvisativa del jazz e l’aggressività del metal estremo, filtrato attraverso una sensibilità europea che rifugge i cliché americani.

Quando “Pandemonium” esplode nei tuoi auricollari, quando “Monte Zu” ti travolge con i suoi otto minuti di delirio controllato, capisci che questo non è un semplice disco metal. È una dichiarazione di guerra all’ovvio, al prevedibile, al “già sentito”.

Il problema?

L’Italia non ha saputo capitalizzare questa rivoluzione. “Carboniferous” avrebbe dovuto essere il punto di partenza per una nuova scuola, un faro per le band emergenti. Invece è rimasto un monumento isolato, un picco irraggiungibile.

Mentre in America band come The Dillinger Escape Plan o Converge avevano creato intere scene attorno al loro sound, gli ZU sono rimasti i classici profeti in patria: ignorati, celebrati più all’estero che qui.

Verdetto finale – “Carboniferous” è il disco che dimostra come l’Italia potesse competere ad armi pari con i mostri sacri internazionali. Non è un disco “italiano”, è un disco punto. Sta accanto a “Dopethrone” degli Electric Wizard, a “The Ape of God” dei Melvins, a qualsiasi pietra miliare del metal estremo contemporaneo.

Gli ZU hanno salvato la scena alternative metal italiana? Forse no, perché una scena che non vuole essere salvata non può esserlo. Ma hanno dimostrato che quando smettiamo di scimmiottare e iniziamo a creare, possiamo competere con chiunque.
E questo, amici miei, vale più di mille scene.

Un capolavoro dissonante che ci ricorda cosa significa osare. Ma ora…

“Ferrum Sidereum” è un disco apocalittico per tempi apocalittici. È un manifesto contro l’omologazione, contro l’AI, contro la faciloneria. È ottanta minuti di pura, cristallina, violenta umanità sonora.
È anche la prova definitiva che quando smettiamo di avere paura di essere troppo difficili, troppo strani, troppo “altro”, possiamo creare arte che compete con qualsiasi cosa prodotta altrove.

Ferrum Sidereum: La Vendetta del 2026 – E poi, dopo anni di silenzio assordante, arriva “Ferrum Sidereum”. Gennaio 2026. Un doppio album da 80 minuti che ti sbatte in faccia una verità semplice: gli ZU non hanno finito. Anzi, non hanno nemmeno iniziato.

Mentre il mondo musicale collassa sotto il peso dell’intelligenza artificiale e delle playlist algoritmiche, gli ZU decidono di fare esattamente l’opposto: un disco che è un gigantesco vaffanculo alla comodità, alla brevità, alla facilità. Undici tracce che vanno dai sette ai dieci minuti, zero concessioni, zero compromessi.
Un album che sfida l’epoca. La produzione di Marc Urselli (tre Grammy, roba seria) riesce nell’impossibile: rende accessibile ciò che dovrebbe essere impenetrabile.

“Golgotha” suona come la colonna sonora di Doom se il Doomslayer avesse preso un sacco di allucinogeni. “A.I. Hive Mind” è una discesa nella follia cyber che diventa sempre più distorta, più satura, più claustrofobica, fino a quando non sai più se stai ascoltando musica o se sei entrato dentro la macchina.
Ma è “Fuoco Saturnio” a spaccare tutto. Un brano che in mani meno capaci sarebbe djent da quattro soldi, ma che qui diventa qualcos’altro grazie a un mix così rarefatto da sembrare alieno.

Il confronto che fa male – Quando i Neurosis pubblicarono “A Sun That Never Sets” nel 2001, ridefinirono il post-metal. I Russian Circles con “Memorial” (2013) portarono l’instrumental post-rock a nuovi livelli di intensità cinematica. Gli stessi Tool con “Fear Inoculum” (2019) dimostrarono che si può essere prog e pesanti contemporaneamente.

“Ferrum Sidereum” sta accanto a questi dischi. Anzi, li guarda dall’alto. Perché mentre tutti questi album sono capolavori nel loro genere, “Ferrum Sidereum” non appartiene a nessun genere. È troppo metal per essere jazz, troppo jazz per essere metal, troppo prog per essere noise, troppo noise per essere prog.
Gli ZU hanno creato qualcosa che si può paragonare solo con sé stessi. E questa è la differenza tra essere bravi e essere essenziali.

La maledizione della perfezione – Il problema di “Ferrum Sidereum”? È fottutamente perfetto. E questo rende tutto ancora più frustrante. Perché mentre in Inghilterra questo disco sarebbe stato celebrato come il ritorno dei Re e in America avrebbe dominato le classifiche di Pitchfork e Stereogum, in Italia cosa succede?

Silenzio.

Gli ZU escono su House of Mythology, l’etichetta curata dagli Ulver. Collaborano con Tatsuya Yoshida dei Ruins. Vengono lodati da John Zorn. Mike Patton continua a considerarli tra i musicisti più innovativi al mondo.
E noi? Noi non sappiamo neanche chi siano.

Il cerchio si chiude (ma non si chiude un cazzo) – Da “Carboniferous” a “Ferrum Sidereum” sono passati 17 anni. Diciassette anni in cui gli ZU hanno pubblicato una discografia che sfida categorizzazioni, hanno suonato in tutto il mondo, hanno collaborato con chiunque valesse la pena, hanno esplorato territori che la maggior parte delle band non ha nemmeno il coraggio di immaginare.
La scena italiana alternative metal è ancora lì, ferma, a guardare indietro invece che avanti.

Gli ZU non hanno salvato la scena alternative metal italiana con Carboniferous. Con Ferrum Sidereum hanno dimostrato che quella scena non meritava di essere salvata, perché loro stanno già giocando in un’altra dimensione.

Voto Carboniferous: 9/10 – Il disco che avrebbe dovuto cambiare tutto.
Voto Ferrum Sidereum: 9.5/10 – Il disco che dimostra che non è cambiato niente, e che gli ZU se ne fottono bellamente.