Adrenalize e il coraggio dei Def Leppard

Ci sono cose della critica musicale, quella vera (non quella che partoriamo noi scalzacani) che non capirò mai. Per esempio, quando è che il successore di un best-seller è considerabile come un fiasco? Nove volte su dieci le copie vendute del disco venuto dopo sono inferiori ma è come dire l’ovvio. “For those about to rock” non supera “Back In Black”; “Bad” non supera “Thriller”; “Mirage” non supera “Rumours”, e così via. E quindi “Adrenalize” non supera “Hysteria”, ma a questo punto un bel chi se ne frega ci sta tutto, e pure a carattere trentasei. Basta non solo citare, ma elaborare un minimo le informazioni di Wikipedia per due considerazioni: “Adrenalize” esce il 31 marzo 1992, “in pieno ciclone grunge”, come piace dirla a noi. Fu multiplatino da subito e vendette a spanne 4-5 milioni di copie fisiche, e fu certo una sciacquetta rispetto ai 17 milioni di “Hysteria”, e comunque sono numeri per i quali molte band hard rock (e non solo) avrebbero firmato in davvero un patto col diavolo.

Le ragioni del rispetto portato ai Def Leppard sono molteplici. In due parole, coraggio e perseveranza sia in ambito musicale che umano. Non è questa la sede per ripercorrere le vicissitudini passate dalla band, ma c’è un motivo per cui nessuno o quasi scomoda l’appellativo di “sputtanati” quando parla di loro. Il fatto è che pur cercando l’America e il successo commerciale, le premesse non sono mai state quelle del correre ai ripari o vincere facile; lo loro strada verso il successo è sempre stata lastricata di complessità.

Vale anche per “Adrenalize”, che pure riprende il discorso esattamente dal punto in cui era stato interrotto dopo “Hysteria”, ma con cinque anni di ritardo. Erano ormai grandi a sufficienza per potersi muovere in autonomia. Non raccontiamocela, vendere a carrellate in quegli anni era sinonimo, oltre che di lusso e star system, anche di una certa indipendenza.

Potevi fare letteralmente quello che ti pareva, nessun discografico sano di mente avrebbe osato andare contro una gallina dalle uova d’oro.

Capitolo quinto, chi ha i soldi in mano ha vinto. Difatti, i veri grandi, quelli che facevano i numeri, se ne sbatterono delle mode: i Guns e i Metallica del ’91; gli U2 di “Achtung Baby”; i Queensryche (che in America imballarono le arene almeno fino al ’94) e appunto i Def Leppard.

La rivoluzione fu più interna che esterna. Steve Clark era morto un anno prima e magari non tutti se ne accorsero, perché nel frattempo dall’87 ne erano successe di cose, nel mondo.

Però c’è stato un prima e un dopo nella carriera dei Lep, rispetto alla scomparsa del chitarrista. Più della metà dei pezzi di “Adrenalize” è passato per le mani di Clark, e si sente. Per quanto riconducibili al disco precedente, la maggior parte delle canzoni brilla e mantiene una continuità con la sua mano compositiva. Di primo acchito l’effetto all’epoca fu straniante.

Per chi c’era nel ’92, i Def Leppard rappresentavano la band che ascoltava il vostro cugino più grande e che appariva quindi come una cosa lontana. Cinque anni, da adolescenti all’epoca equivaleva a un’era geologica, per cui il primo impatto sulle note di “Let’s Get Rocker” fu della serie what the fuck.

Rappresentavano già un sound non vecchio, ma di certo non attuale. Non poteva essere paragonato ai Metallica o ai Guns, men che meno ai Pantera e i Pearl Jam.

Però aveva un suo perché, l’aria commerciale di quel singolo si guadagnò il favore di tanta gente. Il video era avveniristico ed è persino invecchiato bene, c’erano dei rimandi (voluti?) al digitale prossimo a venire, inserti di archi, frammenti quasi parlati e un chorus che si cantava da solo.

E il resto del disco?

I momenti di livello non mancano. Le quasi gemelle “Tonight” e “White Lighting”, frammento dei momenti più oscuri e d’atmosfera, la journeyana “Stand Up”, i rimandi a “Pyromania” di “Personal Property”; insomma, i pezzi buoni non mancano.

Eppure il disco, a eccezione del suo singolo di lancio, è finito nel dimenticatoio, per quanto dia la biada a quelli successivi. Vai a capire cosa gira nella testa degli artisti.

I Def Leppard raccontavano gli anni dell’adolescenza, talvolta persino con una certa profondità. “Let’s Get Rocked” e “Make Love Like A Man” erano pezzi da festa del liceo, divertiamoci, bimba mi spezzi il cuore, ma sappi che sotto sotto ti voglio bene e ti rispetto.

Non ci sono le sparate animalesche dei Motley Crue o i rantoli stradaioli dei Guns. Tutto è più all’acqua e sapone, genuino.

Insomma, ai Def Leppard non potevi proprio rimproverare niente, allora come oggi era una comitiva di bravi ragazzi che aveva azzeccato la formula giusta. Probabilmente “Adrenalize” è la transizione da un periodo buio a un altro non meno complicato. L’elaborazione del lutto ha preso forma nella stesura finale di un disco composto per metà; racconta Phil Collen che per dare coerenza all’opera a un certo punto si sforzò di comporre e suonare come Steve Clark; un approccio che portò al classico effetto del fantasma nella stanza.

Non sappiamo quanto ci sia di romanzato o di genuino nelle parole del chitarrista, fatto sta che dal successivo “Slang”, la band provo davvero a tirare una riga e diventare qualcosa di diverso.

“Adrenalize” non fu un flop e nemmeno un disco minore, semplicemente vi ricorda il periodo in cui, voi, noi tutti adolescenti di allora abbiamo perso, musicalmente, l’innocenza. Ma è un disco che merita rispetto e soprattutto la nostra memoria.